educazione
e
fiducia
-di VITTORIO PELLIGRA
Più una società sente il
bisogno di ricorrere alla repressione per garantire la convivenza, più dovrebbe
chiedersi perché quella convivenza sia diventata tanto difficile.
Moltiplicare divieti,
controlli e sanzioni può essere necessario. Ma può anche rivelare una frattura
nel rapporto tra cittadini e istituzioni. Ambrogio Lorenzetti ha dato forma
pittorica a questa tensione sulle pareti del Palazzo Pubblico di Siena.
Negli affreschi del Buon
Governo, la Securitas sorvola una città indaffarata e una campagna
coltivata. Regge una forca con un impiccato e un cartiglio che promette ai
viandanti strade libere dalla paura. La pena è lì, esibita senza pudore.
Ma il messaggio è chiaro.
Non è la paura della pena a tenere insieme la città. La Sicurezza si fonda
sulla Giustizia e sulla Concordia. Su quella trama di legami che permette agli
abitanti di lavorare, commerciare, incontrarsi e attraversare le mura senza
sospettare di ogni sconosciuto. La pena è il presidio estremo, non il
fondamento della vita comune.
Vale la pena ripensare
all’Allegoria del Buon Governo mentre si discute dell’ennesimo decreto
sicurezza. Davanti alle proteste, agli scontri e alle violenze che coinvolgono
anche giovanissimi, la politica torna, come per un riflesso pavloviano, al
repertorio che conosce meglio. Si annuncia con orgoglio la creazione di nuovi
reati, nuovi divieti e pene più severe.
Una strada già battuta.
Con poco successo, per la verità. E le domande più difficili continuano a
rimanere sullo sfondo, inespresse. Che cosa si è incrinato nel rapporto tra i
giovani e le istituzioni? Dove nasce questa rabbia che talvolta non trova altra
lingua se non quella del caos?
C hi aggredisce, devasta
o mette in pericolo gli altri deve certamente risponderne. Il dissenso non
autorizza la violenza. Ma la responsabilità individuale non esaurisce la
responsabilità pubblica. Soprattutto quando sono coinvolti dei minori, la
risposta dello Stato non può essere soltanto la repressione. Punire un
adolescente senza domandarsi come restituirlo alla vita comune e, ancora prima,
qual è l’origine di certi comportamenti, significa rinunciare a una parte
essenziale del compito educativo delle istituzioni.
Montesquieu scrive che
“nel governo repubblicano si ha bisogno di tutta la potenza dell’educazione”.
Il timore, osserva, nasce da sé tra minacce e castighi. La virtù politica,
invece, va coltivata. Non basta ottenere obbedienza. Occorre che le persone riconoscano
le ragioni delle regole, e possano riconoscersi nella comunità che le ha
stabilite. Il senso civico non si genera per decreto. Cresce, o si consuma,
nelle esperienze quotidiane di giustizia e ingiustizia, di ascolto e
umiliazione, di partecipazione o esclusione. Una società non diventa più sicura
soltanto aumentando il costo della trasgressione. Deve anche ridurre le ragioni
che la alimentano. La sanzione offre alla politica un gesto netto,
immediatamente visibile. L’educazione, l’inclusione, la prevenzione lavorano
invece nel tempo lungo, quello che mal si accorda con il corto-termismo delle
scadenze elettorali. Da qui la tentazione di una normazione on demand,
confezionata sull’ultima emergenza, mentre le cause continuano a operare
indisturbate.
Ma la questione è ancora
più profonda, perché quando discutiamo di sicurezza, tendiamo a considerare le
istituzioni come strumenti chiamati a contenere comportamenti che nascono
altrove, indipendentemente da esse.
Ma le istituzioni non si
limitano a stabilire ciò che è consentito e ciò che è vietato. Contribuiscono a
formare proprio quei comportamenti che poi si trovano a governare. Modificano
le aspettative, alimentano o consumano la fiducia, insegnano ai cittadini che
cosa possono attendersi gli uni dagli altri. Un’istituzione che presume
sistematicamente la malafede rischia di rendere la diffidenza una risposta
ragionevole. Una che riconosce responsabilità e autonomia può invece favorirne
l’esercizio. È un processo lento, spesso invisibile, nel quale le regole e le
disposizioni morali si trasformano reciprocamente. Per questo la qualità della
convivenza dipende anche dal modo in cui scegliamo di governarla. Parlare di
sicurezza, soprattutto quando ci sono di mezzo giovani e giovanissimi, non può
farsi senza parlare di scuola, disuguaglianze e integrazione. Occorre chiedersi
perché chi incontra lo Stato, spesso incontra il controllore e quasi mai una
promessa mantenuta, nessuno che accoglie o riconosce. Il disagio ignorato
alimenta la protesta, la protesta violenta invoca repressione, la repressione
può approfondire la distanza da quelle stesse istituzioni che dovrebbero
provare a colmarla. Non è un destino. È un rischio alimentato da politiche
miopi.
Nell’Allegoria del Buon
Governo la Sicurezza non siede sul trono. Vola sopra le case e i campi. Il suo
posto, nell’ordine immaginato da Lorenzetti, dipende dalla Giustizia e dalla
Concordia. Perché l’ordine civile non può reggersi esclusivamente sulla minaccia
della sanzione.
Ha bisogno di cittadini
che riconoscano le ragioni dello stare insieme così come di istituzioni capaci
di coltivare questo riconoscimento. Una responsabilità che nessun decreto può
assolvere da solo.

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