CITTADINANZA
PLURALE
Il dibattito sul velo nelle scuole ripropone una vecchia idea di emancipazione: liberare le donne, decidendo per loro. Ma la libertà non si costruisce attraverso un divieto. Si costruisce creando le condizioni perché una scelta sia davvero possibile. È proprio questa infrastruttura della libertà che le istituzioni hanno progressivamente smesso di costruire. E il dibattito sul velo, così, finisce per rivelare la fatica crescente della scuola italiana ad essere luogo di costruzione condivisa di una cittadinanza plurale
C’è qualcosa di
storicamente familiare nel tono con cui la Presidente del Consiglio ha
affrontato la questione del velo nelle scuole. Un’urgenza civilizzatrice.
Un’asimmetria di potere travestita da preoccupazione per giovani donne. Una
domanda che si spaccia per risposta: toglietelo.
Nel 1959, Franz Fanon
dedicò uno dei saggi più acuti e insieme più scomodo della sua opera a quel
medesimo gesto. L’Algeria si toglie il velo, scritto nel pieno della
rivoluzione algerina, descriveva l’animosità con cui il governo coloniale
francese intendeva fiaccare la resistenza algerina, agendo sulle donne affinché
fossero “liberate” dall’haïk, il velo tradizionale. Non era, di certo,
un processo di emancipazione, al contrario, secondo Fanon, lo spazio simbolico
del dominio coloniale. Lo svelamento imposto non trasformava le strutture di
oppressione: le spostava, e nel farlo rivelava chi detenesse il potere di
definire cos’è libertà e per chi.
La libertà che dipende
dal contesto
La tesi che mi interessa
esplorare è semplice, anche se le sue implicazioni sono complesse. Il velo
si toglie quando toglierlo è una scelta libera. E la libertà di scelta non
è una condizione data – è una condizione “derivata” dalla struttura dei diritti
effettivamente accessibili, dalla qualità delle relazioni in cui una persona è
immersa, dalla presenza o assenza di alternative reali.
Una ragazza che porta il
velo in un contesto in cui spogliarsene la esporrebbe a sanzioni familiari,
sociali, comunitarie non sta esercitando una scelta libera. Ma – ed è qui che
il ragionamento svolta rispetto alla retorica governativa – la risposta a
questa mancanza di libertà non è il divieto istituzionale. Il divieto non potrà
mai costruire la libertà: la sostituisce con un’altra coercizione, aggiungendo
l’ulteriore peso della sanzione istituzionale.
La libertà si costruisce
nelle pratiche, che sono sempre relazionali, non si può imporre. Si costruisce
quando una ragazza ha accesso a spazi di elaborazione autonoma della propria
identità. Quando la scuola è un luogo in cui può confrontarsi con differenze,
incontrare adulti di riferimento che la riconoscono nella sua complessità – non
nella sua appartenenza di gruppo. Quando fuori dalla scuola esistono reti di
supporto, servizi di mediazione, percorsi per famiglie che permettano di
rinegoziare norme trasmesse senza necessariamente viverle come tradimento.
Quello che è stato
abbandonato
È qui che il dibattito
diventa imbarazzante per chi governa oggi e per chi ha governato fino a ieri. Perché
il lavoro culturale necessario a costruire queste condizioni – lento, costoso,
poco instagrammabile – è stato progressivamente abbandonato a livello
istituzionale. La formazione interculturale degli insegnanti è ancora percepita
come un’attività opzionale. I mediatori culturali nelle scuole sono figure
discontinue, finanziate a progetto, strutturalmente precarie. Le politiche di
integrazione degli ultimi anni si sono concentrate quasi esclusivamente sul
controllo dei flussi, mai sulla qualità dell’incontro una volta che i flussi ci
sono.
Proibire il velo non
riempie questo vuoto. Lo rende solo invisibile, e intanto sposta il conflitto
dentro le mura domestiche, dove nessun decreto raggiunge
In questo vuoto, le
famiglie di origine migrante – come del resto quelle autoctone – si regolano
con le risorse che hanno. E spesso quelle risorse sono le reti comunitarie, con
le loro norme, le loro aspettative, i loro codici di rispettabilità. Non devono,
quindi, sorprendere le pulsioni identitarie, che si allineano negli interstizi
della società liquida.
Proibire il velo non
riempie questo vuoto. Lo rende solo invisibile, e intanto sposta il conflitto
dentro le mura domestiche, dove nessun decreto raggiunge.
La scuola che viene
“svelata”
Il titolo di questo
contributo ha un secondo senso, meno ovvio. È la scuola a essere
svelata, come istituzione. Il dibattito sul velo, maneggiato così, rivela
qualcosa di scomodo sulla scuola pubblica italiana: la sua fatica crescente a
essere un luogo di costruzione condivisa di cittadinanza plurale.
Il dibattito sul velo,
maneggiato così, rivela qualcosa di scomodo sulla scuola pubblica italiana: la
sua fatica crescente a essere un luogo di costruzione condivisa di cittadinanza
plurale
La scuola dell’autonomia
scolastica fragile, dei contratti degli insegnanti fermi da anni, delle classi
sovraffollate nelle periferie urbane dove la concentrazione di alunni con
background migratorio è più alta, del sostegno psicologico praticamente assente
– questa scuola viene oggi chiamata a risolvere con un divieto ciò che le
politiche pubbliche non hanno costruito in trent’anni.
È una delega impossibile
e anche un po’ ipocrita. Si chiede all’istituzione scolastica di essere “il
braccio assimilatore” senza darle gli strumenti per praticare l’integrazione.
Si usano le ragazze con il velo come simbolo di un problema culturale senza
investire nella cultura come soluzione.
Come ci insegna Fanon, il
velo è un significante che può abitare registri semantici radicalmente diversi:
devozione, identità, tradizione, resistenza, obbedienza, scelta. Pretendere di
sapere cosa significa per ogni donna che lo indossa è la prima forma di
sopraffazione.
Quello che mi interessa è
la cornice dentro cui si muove la proposta governativa. Una cornice che tratta
la libertà come condizione preesistente che il divieto rivela, anziché come
condizione da costruire attraverso politiche concrete. Una cornice che guarda
alla visibilità del problema – il velo come segno – ignorando la struttura del
problema: la diseguaglianza delle opportunità di scelta reale.
La cornice dentro cui si
muove la proposta governativa tratta la libertà come condizione preesistente,
anziché come condizione da costruire attraverso politiche concrete. Ignorando
la struttura del problema: la diseguaglianza delle opportunità di scelta reale
Fanon scriveva che la
colonizzazione non è un’avventura individuale ma un sistema di dominio, di
corpi e di simboli. La risposta alle sue conseguenze non può essere individuale
– non può essere chiesto alla singola ragazza di risolvere nel proprio corpo una
contraddizione che è strutturale. Il velo si toglie, se si toglie, quando lo
spazio sociale lo permette. Costruire quello spazio è il lavoro che non è stato
fatto. È quello che continua a non essere fatto. Ed è da lì che bisognerebbe
ricominciare, invece di fermarsi – ancora una volta – alla superficie.
Foto di Mufid Majnun su
Unsplash: due donne in hijab che camminano per strada
www.vita.it
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