VATICAN NEWS

martedì 22 settembre 2026

LA SCUOLA SVELATA

UNA

 CITTADINANZA

 PLURALE




Il dibattito sul velo nelle scuole ripropone una vecchia idea di emancipazione: liberare le donne, decidendo per loro. Ma la libertà non si costruisce attraverso un divieto. Si costruisce creando le condizioni perché una scelta sia davvero possibile. È proprio questa infrastruttura della libertà che le istituzioni hanno progressivamente smesso di costruire. E il dibattito sul velo, così, finisce per rivelare la fatica crescente della scuola italiana ad essere luogo di costruzione condivisa di una cittadinanza plurale

di Federico Mento

 

C’è qualcosa di storicamente familiare nel tono con cui la Presidente del Consiglio ha affrontato la questione del velo nelle scuole. Un’urgenza civilizzatrice. Un’asimmetria di potere travestita da preoccupazione per giovani donne. Una domanda che si spaccia per risposta: toglietelo.

Nel 1959, Franz Fanon dedicò uno dei saggi più acuti e insieme più scomodo della sua opera a quel medesimo gesto. L’Algeria si toglie il velo, scritto nel pieno della rivoluzione algerina, descriveva l’animosità con cui il governo coloniale francese intendeva fiaccare la resistenza algerina, agendo sulle donne affinché fossero “liberate” dall’haïk, il velo tradizionale. Non era, di certo, un processo di emancipazione, al contrario, secondo Fanon, lo spazio simbolico del dominio coloniale. Lo svelamento imposto non trasformava le strutture di oppressione: le spostava, e nel farlo rivelava chi detenesse il potere di definire cos’è libertà e per chi.

La libertà che dipende dal contesto

La tesi che mi interessa esplorare è semplice, anche se le sue implicazioni sono complesse. Il velo si toglie quando toglierlo è una scelta libera. E la libertà di scelta non è una condizione data – è una condizione “derivata” dalla struttura dei diritti effettivamente accessibili, dalla qualità delle relazioni in cui una persona è immersa, dalla presenza o assenza di alternative reali.

Una ragazza che porta il velo in un contesto in cui spogliarsene la esporrebbe a sanzioni familiari, sociali, comunitarie non sta esercitando una scelta libera. Ma – ed è qui che il ragionamento svolta rispetto alla retorica governativa – la risposta a questa mancanza di libertà non è il divieto istituzionale. Il divieto non potrà mai costruire la libertà: la sostituisce con un’altra coercizione, aggiungendo l’ulteriore peso della sanzione istituzionale.

La libertà si costruisce nelle pratiche, che sono sempre relazionali, non si può imporre. Si costruisce quando una ragazza ha accesso a spazi di elaborazione autonoma della propria identità. Quando la scuola è un luogo in cui può confrontarsi con differenze, incontrare adulti di riferimento che la riconoscono nella sua complessità – non nella sua appartenenza di gruppo. Quando fuori dalla scuola esistono reti di supporto, servizi di mediazione, percorsi per famiglie che permettano di rinegoziare norme trasmesse senza necessariamente viverle come tradimento.

Quello che è stato abbandonato

È qui che il dibattito diventa imbarazzante per chi governa oggi e per chi ha governato fino a ieri. Perché il lavoro culturale necessario a costruire queste condizioni – lento, costoso, poco instagrammabile – è stato progressivamente abbandonato a livello istituzionale. La formazione interculturale degli insegnanti è ancora percepita come un’attività opzionale. I mediatori culturali nelle scuole sono figure discontinue, finanziate a progetto, strutturalmente precarie. Le politiche di integrazione degli ultimi anni si sono concentrate quasi esclusivamente sul controllo dei flussi, mai sulla qualità dell’incontro una volta che i flussi ci sono.

Proibire il velo non riempie questo vuoto. Lo rende solo invisibile, e intanto sposta il conflitto dentro le mura domestiche, dove nessun decreto raggiunge

In questo vuoto, le famiglie di origine migrante – come del resto quelle autoctone – si regolano con le risorse che hanno. E spesso quelle risorse sono le reti comunitarie, con le loro norme, le loro aspettative, i loro codici di rispettabilità. Non devono, quindi, sorprendere le pulsioni identitarie, che si allineano negli interstizi della società liquida.

Proibire il velo non riempie questo vuoto. Lo rende solo invisibile, e intanto sposta il conflitto dentro le mura domestiche, dove nessun decreto raggiunge.

La scuola che viene “svelata”

Il titolo di questo contributo ha un secondo senso, meno ovvio. È la scuola a essere svelata, come istituzione. Il dibattito sul velo, maneggiato così, rivela qualcosa di scomodo sulla scuola pubblica italiana: la sua fatica crescente a essere un luogo di costruzione condivisa di cittadinanza plurale.

Il dibattito sul velo, maneggiato così, rivela qualcosa di scomodo sulla scuola pubblica italiana: la sua fatica crescente a essere un luogo di costruzione condivisa di cittadinanza plurale

La scuola dell’autonomia scolastica fragile, dei contratti degli insegnanti fermi da anni, delle classi sovraffollate nelle periferie urbane dove la concentrazione di alunni con background migratorio è più alta, del sostegno psicologico praticamente assente – questa scuola viene oggi chiamata a risolvere con un divieto ciò che le politiche pubbliche non hanno costruito in trent’anni.

È una delega impossibile e anche un po’ ipocrita. Si chiede all’istituzione scolastica di essere “il braccio assimilatore” senza darle gli strumenti per praticare l’integrazione. Si usano le ragazze con il velo come simbolo di un problema culturale senza investire nella cultura come soluzione.

Come ci insegna Fanon, il velo è un significante che può abitare registri semantici radicalmente diversi: devozione, identità, tradizione, resistenza, obbedienza, scelta. Pretendere di sapere cosa significa per ogni donna che lo indossa è la prima forma di sopraffazione.

Quello che mi interessa è la cornice dentro cui si muove la proposta governativa. Una cornice che tratta la libertà come condizione preesistente che il divieto rivela, anziché come condizione da costruire attraverso politiche concrete. Una cornice che guarda alla visibilità del problema – il velo come segno – ignorando la struttura del problema: la diseguaglianza delle opportunità di scelta reale.

La cornice dentro cui si muove la proposta governativa tratta la libertà come condizione preesistente, anziché come condizione da costruire attraverso politiche concrete. Ignorando la struttura del problema: la diseguaglianza delle opportunità di scelta reale

Fanon scriveva che la colonizzazione non è un’avventura individuale ma un sistema di dominio, di corpi e di simboli. La risposta alle sue conseguenze non può essere individuale – non può essere chiesto alla singola ragazza di risolvere nel proprio corpo una contraddizione che è strutturale. Il velo si toglie, se si toglie, quando lo spazio sociale lo permette. Costruire quello spazio è il lavoro che non è stato fatto. È quello che continua a non essere fatto. Ed è da lì che bisognerebbe ricominciare, invece di fermarsi – ancora una volta – alla superficie.

Foto di Mufid Majnun su Unsplash: due donne in hijab che camminano per strada


www.vita.it


 

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