VATICAN NEWS

lunedì 3 agosto 2026

VALORIZZARE L'UNICITA'

 


Dobbiamo educare i ragazzi 

valorizzando la loro unicità


Oggi l’ossessione per la performance 

induce all’omologazione.

 Eppure diventiamo noi stessi non quando eliminiamo

 la nostra stortura, ma quando

 impariamo a coltivarla.


-di Massimo Recalcati 

 Ho raccontato in un vecchio e fortunato libro del mio primo giorno di scuola: una maestra arcigna guardò i nostri volti di bambini emozionati e spaventati dalla solennità dell’occasione per intimorirci dicendoci: «Voi siete tutti delle viti storte e io sono il paletto e il filo di ferro. E il mio compito è quello di raddrizzarvi!». Una versione botanica dell’educazione si imponeva così come variante coerente di quella moralmente disciplinare che aveva ispirato la nostra scuola prima della grande e giusta contestazione del ’68. Ma cosa vede oggi un educatore quando guarda un bambino che come ogni bambino è storto a suo modo? Sempre una vite storta da raddrizzare, un difetto da correggere oppure una promessa? Vede una forza che ancora deve trovare la sua forma oppure una materia grezza da plasmare? 

Il carattere quasi classico di questa domanda tende oggi a riproporsi con urgenza. Da diverse parti tuonano educatori di ogni specie a rimpiangere la triste botanica della mia vecchia maestra e il suo altrettanto triste fervore repressivo. In un tempo dove il discorso educativo è allo sbando, l’ideale della normalizzazione disciplinare sembra ottenere sempre più consensi. Tutto deve funzionare e rientrare nei parametri efficientistici della prestazione. L’educazione rischia in questo modo di ridursi a una pratica di addestramento: correggere, disciplinare, adattare. Come se il compito dell’adulto fosse quello di trasformare ogni stortura in una linea retta. Salvo constatare che l’autorevolezza dei cosiddetti adulti si è nel frattempo infragilita e appare, di conseguenza, inadatta a svolgere il compito che le viene affidato. 

Le vite storte

 Nondimeno, in questa prospettiva, il disegno di fondo resta tale e quale a quello propagandato dalla mia maestra: raddrizzare le viti storte. Eppure dovrebbe esistere un’altra idea possibile dell’educazione che non rimpianga la virile imposizione del dovere e della disciplina come necessarie fortificazioni dell’Ego. Si tratta di un’idea il cui presupposto è quello di non considerare la stortura della vite come un incidente da eliminare, ma come l’espressione più propria della singolarità. Educare, in questa prospettiva, non significa conformare la vita a un ideale prestabilito ma valorizzare il piano inclinato, le attitudini particolari, i talenti, persino le stramberie non come rilievi irregolari da piallare, ma come manifestazioni del proprio desiderio più autentico. 

 L'idiota

Per questa ragione l’educazione dovrebbe implicare come suo presupposto etico non l’odio, ma l’amore per la stortura. È la grande lezione che Sartre affida alle oltre duemila pagine del suo magistrale L’idiota della famiglia. Al centro del suo racconto non c’è soltanto la vita di Gustave Flaubert, ma il mistero racchiuso in ogni processo di soggettivazione. Il piccolo Gustave appare agli occhi della sua famiglia come un bambino inadeguato, minorato, insufficiente. Non corrisponde affatto agli ideali coltivati dal padre e dalla madre. È il figlio senza avvenire, destinato a mancare l’appuntamento con la vita, è, appunto, l’idiota della famiglia. È una scena che gli psicoanalisti conoscono bene: ogni famiglia costruisce una geografia fantasmatica di aspettative distribuendo ruoli, compiti, mandati coi quali attribuire ai figli dei destini. 

 L’intuizione di Sartre consiste, però, nel mostrare come Flaubert non diventi un genio malgrado il destino dell’idiota che gli viene assegnato dal piano di famiglia. Sarebbe una storia troppo semplice. Sarebbe il racconto edificante dell’emancipazione, della vittoria finale e del riscatto del grande scrittore da una infanzia infelice. Al contrario, il bambino idiota non scompare nel genio ma è ciò che rende possibile il genio. 

 Non è, cioè, il genio che cancella l’idiota come si potrebbe facilmente pensare, ma è proprio l’esistenza dell’idiota a rendere possibile il genio. Il giovane Gustave scopre che nel suo sentimento costante di estraneità nei confronti del mondo e del linguaggio condiviso era custodita la possibilità di inventare una nuova lingua e un nuovo mondo. 

 La sua incapacità di aderire spontaneamente al mondo condiviso si trasforma nella possibilità di descriverlo come nessuno aveva fatto prima. 

La creatività 

È questa la dimensione creativa della vite storta: diventiamo noi stessi non quando eliminiamo la nostra stortura ma quando impariamo a coltivarla. Quando comprendiamo che la nostra bizzarria non è soltanto una prigione, ma può diventare una formidabile risorsa. Diversamente il discorso educativo contemporaneo sembra colonizzato dall’ideale della prestazione. Al suo centro non c’è la divergenza della vite storta, ma la sterilità della linea retta. Ogni differenza viene infatti classificata, diagnosticata, valutata, misurata, medicalizzata per essere infine corretta. 

 La performance

L’ossessione contemporanea per la performance produce il paradosso che mentre proclamiamo a gran voce il valore dell’unicità, costruiamo istituzioni sempre più orientate all’omologazione. Non dovremmo invece mai dimenticare che gli alberi più resistenti non sono quelli cresciuti senza vento, ma sono quelli per i quali il vento ha rafforzato le radici e ha insegnato la virtù della piega. Accade lo stesso per gli esseri umani: l’educazione non coincide con la regolazione della vita ma con la possibilità di convertire la propria stortura in una vocazione feconda.

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