siamo tutti un po’ mitomani
Lo psichiatra Crepet e le scorciatoie per la notorietà: «Di cosa
ci stupiamo? Nell'era dei reality uno si domanda a che servono studio e
sacrificio. E tutto viene esibito costantemente in rete».
Professor Crepet, mettere in scena un finto attentato contro sé
stessi è una richiesta di attenzione?
«Tutti cercano strade
facili. Nell’era dei reality show, a cosa serve il talento, la competenza, lo
studio? Scorciatoie, successo e fama veloci sono l’unico faro, ma a che prezzo:
siamo diventati tutti deficienti».
Se l’aspettava il
moltiplicarsi di episodi di mitomania anche tra i più giovani?
«È inevitabile. Ragazze e
ragazzi seguono l’esempio degli adulti. E in una società di uomini e donne che
cercano visibilità in qualsiasi modo, anche i più giovani fanno altrettanto. È
una deriva partita dagli adulti».
Non la stupisce ciò che
sta accadendo?
«Non c’è nulla di nuovo.
I social sono nati proprio con questa funzione, rendere tutti famosi
velocemente, senza talento nè vera gloria. Un meccanismo che porta al
deterioramento delle capacità cognitive e relazionali, lo dicevo già 12 anni
fa, un cambiamento antropologico che avevo previsto. L’avevo scritto nel
libro Baciami senza rete (Mondadori), guardando alle giovani
generazioni e al mondo digitale. In quel saggio mi domandavo, come sarà, da
adulto, un bambino che ha comunicato sempre e soltanto attraverso un device?
Quali cambiamenti nel suo modo di vivere i sentimenti e le relazioni, nella sua
capacità empatica?».
Fingersi vittima pur di
fare parlare di sé soddisfa il sogno di notorietà?
«Mettiamo in chiaro che
se tutto è vero quello che ha fatto il ragazzo di Enego è un atto criminale, ma
certamente la modalità vittima e carnefice di sé, viene utilizzata come
scorciatoia per la facile notorietà. Oggi ci si esibisce in rete anche quando si
beve un cappuccino, che poi con l’AI possono diventare dodici cappuccini bevuti
insieme, il nuovo record che diventa subito virale, anche se invece è tutto
falso. Quindi di cosa ci stupiamo?»
Lei è molto critico nei
confronti dall’intelligenza artificiale.
«Con l’AI oggi diventare
famosi senza fare nulla è un attimo, ci si può costruire personaggi dal nulla.
E l’Ai toglie la capacità critica. In generale, mi preoccupa ciò che accade nel
mondo e i riflessi che hanno su di noi, c’è una sorta di imbarbarimento di
fondo, non si salva nessuno. Poi certo, in alcuni settori o situazioni l’uso
dell’Ai può essere anche utile».
La difficoltà di entrare
nel mondo del giornalismo, potrebbe giustificare le azioni estreme di un
giovane aspirante giornalista che cerca visibilità facile?
«Ma ormai chiunque può
essere giornalista. Con i social anche il più grande idiota pubblica e posta
qualsiasi cosa. E con l’AI si possono creare fake news o immagini sensazionali senza alcuna fatica
. E soprattutto senza alcuna gavetta. Con le fake news si potrebbero anche
riscrivere intere parti della storia, nessuno se ne accorgerebbe. Un certo tipo
di innovazione tecnologica è sconcertante. E io sento di non volermi adattare a
un mondo in cui non c’è empatia, capacità di ascolto, tenerezza, desiderio di
studiare, approfondire, scrivere poesie. Senza un poeta sarà un mondo
migliore?».
C’è responsabilità del
mondo degli adulti?
«Una responsabilità
enorme».
Come definirebbe gli
adulti contemporanei?
«Irresponsabili».
Nel suo nuovo saggio
«Riprendersi l’anima» scrive che «per riprendersi l’anima bisogna cercare con
tenerezza la propria ribellione»
«Sì. Bisogna cercare la
ribellione come antidoto emotivo all’indifferenza. E non significa spaccare le
vetrine con le pietre, ma è una ribellione interiore che porta cambiamenti.
Anche la bellezza è trasgressione».
Fonte: Corriere del Veneto
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