- di don Maurizio
Patriciello
La vita è un dono,
nessuno ha scelto di nascere in quella casa, in quel paese, con quelle
caratteristiche genetiche. Va accolta, la vita, sempre, anche quando non si
presenta come avremmo voluto, anche quando pesa. Occorre fare pace con la vita,
la nostra e quella altrui. I fratelli e le sorelle omosessuali, nei secoli sono
stati isolati e offesi, umiliati e uccisi. Il mondo avanza lentamente. A loro,
oggi, tutti dobbiamo delle scuse.
La Chiesa, con grande
serietà, ha chiamato a raccolta teologi e pastori, professionisti e gente
comune per cercare di capire. Tenere insieme le esigenze del Vangelo, la
tradizione cristiana due volte millenaria, le varie sensibilità dei credenti
sparsi per il mondo, i diritti dei fratelli e sorelle omosessuali non è
semplice. Si lavora. La ricerca continua. Con umiltà e alimentando la speranza.
Ci si mette in ascolto. Di chi vive questa situazione, innanzitutto. Sono loro
a doverci dire chi sono, che sentono, come vivono i loro sentimenti e la loro
sessualità. Mi rendo conto che non è facile cercare di capire rinunciando a
ogni pregiudizio.
La situazione delle
persone omosessuali nel mondo è diversa e variegata. Non dappertutto sono
liberi di esprimersi liberamente. Nei tempi passati furono considerati malati.
E questa “diagnosi” dava alla medicina una sorta di permesso per tentare di
curarli. Oggi nessuno specialista si sognerebbe di fare affermazioni del
genere. Le fedi religiose sono dilaniate tra la fedeltà alle Scritture e la
realtà; tra il desiderio di accoglienza e misericordia e l’obbedienza alla
Parola rivelata.
Però. Se una persona qualsiasi può permettersi, nel segreto del suo cuore, di
non approvare la scelta - che scelta poi non è - fatta da un fratello
omosessuale, la stessa cosa mai potrà farla un genitore. Per loro, per
genitori, nel momento in cui danno vita a un’altra vita scatta il dovere di
accompagnarla e sostenerla. Loro, papà e mamma, dovranno essere disposti a
marcire come il chicco di grano nella nuda terra purché la spiga nasca. Nessuno
è padrone della vita altrui. Siamo tutti chiamati a custodirla e a promuoverla.
A Camaiore, in Versilia un padre ha ucciso il figlio perché gay e la sua mamma
perché gli stava accanto, lo sosteneva, lo proteggeva. «Mi sono liberato» ha
detto l’assassino all’arrivo delle forze dell’ordine. Avrebbe potuto liberarsi
e liberare Mirko e la sua mamma senza commettere questo obbrobrio. Avrebbe
potuto lasciare quella casa e trasferirsi altrove. Ha covato, invece, dentro di
sé, stati d’animo spaventosi. Ha alimentato un covo di vipere che lentamente ma
inesorabilmente lo hanno avvelenato.
Ha dato ascolto alle voci di chi magari, in paese, derideva il suo ragazzo.
Avrebbe dovuto difenderlo, e invece ha fatto traboccare un vaso che non avrebbe
nemmeno dovuto esserci. Ha fatto una strage. Ormai alle soglie dell’anzianità
entra in carcere per forse non uscirne più. La morte di Mirko, un giovane di 24
anni, ci chiama a una riflessione collettiva. Chi ha difficoltà a capire un
mondo da cui sente di essere lontano, ha il dovere di informarsi, dialogare,
studiare. Vale per tutti, a cominciare dai genitori, dalla famiglia, dalla
scuola, dagli amici. Dalla Chiesa.
I fratelli e le sorelle
omosessuali dovranno, a loro volta, armarsi di un’immensa pazienza ed entrare
in dialogo con gli altri senza cedere alla tentazione di inutili – e dannosi –
esibizionismi che tante noiosissime polemiche fanno scaturire. Credo che anche
la parola “orgoglio” vada messa in soffitta. Non c’è nessun motivo per cui
andare fieri di essere omosessuali così come non ce ne sono per essere
eterosessuali. Urge abbattere gli steccati, ovunque si trovino. Occorre
bonificare i pozzi qualsiasi sia la fonte dell’inquinamento.
I ghetti, lo abbiamo
visto ancora una volta, portano all’asfissia, all’incomprensione,
all’isolamento, alla morte. Ognuno, chiuso nel proprio mondo, crede di essere
dalla parte giusta. Ognuno, guardando all’altro in cagnesco si illude di
rendere un servizio alla verità e alla società. Piangiamo la morte di Mirko e
della sua coraggiosa mamma che mai lo ha lasciato solo.
E impegniamoci tutti
perché queste tragedie immani non abbiano più ad accadere.
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