contro l’illusione del presente
Dalle
riviste militanti ai libri sulla crisi degli intellettuali, la sua figura ha
attraversato la storia culturale italiana scegliendo sempre impegno,
persuasione e minoranze attive
-di STEFANO
DE MATTEIS
E a
un certo punto della sua biografia culturale, cinema, letteratura, teatro,
intervento sociale, ma anche fumetto e fotografia si mescolano in una
stratificazione che crea un percorso unico, grazie alla sua inaudita voracità
che fondava un sapere quasi enciclopedico e che gli permetteva di evidenziare
le trame nel mescolare generi, ambienti, pratiche artistiche, e mettere in luce
genealogie e derivazioni, contatti e scambi spesso sconosciuti.
Forse,
una delle prime “prove” di questo non-metodo, in cui i tracciati cominciano a
mescolarsi, è Dieci anni difficili, del 1985, in cui Fofi fa
un bilancio preventivo degli anni Ottanta (definito il decennio più stupido) e
prende la rincorsa per gli anni Novanta grazie anche a un altro libro, Pasqua
di maggio. Un diario pessimista, di appena qualche anno successivo. E
proprio in quest’ultimo Fofi lamenta le difficoltà dell’azione sociale in
quanto «“fare” è oggi più difficile che mai, perché dal fare è assente
l’entusiasmo e impoverita la persuasione. Eppure bisogna, non fosse che “per
vendere cara la pelle” e “salvarsi l’anima” sempre con la coscienza che l’anima
ce la salva o tutti o nessuno».
Se gli anni Ottanta si chiudono con un diario pessimista, i Novanta si aprono con Prima il pane (pubblicato nel 1990 e oggi ristampato da Martin Eden), in cui la domanda posta in una delle pagine di apertura è: «Con chi dialoga oggi chi fa qualcosa?». E non solo, perché si interroga sui cambiamenti che stanno segnando la cultura italiana di fine secolo, a partire dal crollo non tanto dei partiti, quanto delle identità (ideologiche) forti e delle loro varianti: « I cattolici, i marxisti, i liberali, il pensiero autoritario, il pensiero libertario, la destra, la sinistra. Erano linee spesso contrapposte, a volte con sottili scambi e reciproche influenze; ma si “pensava” (e si creava) in rapporto a opzioni concrete, a parti della società, a classi di appartenenza, a scuole e tradizioni cui aderire o mettere in discussione». Ma tutto questo aveva di buono che produceva anche i suoi anticorpi in quanto ogni filone generava i suoi eretici, «spesso uniti da una comune spinta morale».
Le riviste usate come sistema di pedagogia diffusa, il tentativo di persuadere all’azione sociale per aprirsi a prospettive di cambiamento, conduce Fofi a riflessioni sempre più radicali che, oltre che nelle riviste, prenderanno forma in due libri importanti, quasi coevi: Da pochi a pochi, del 2006 e ristampato ora da Elèuthera, e La vocazione minoritaria del 2007. Entrambi incarnano una reazione verso «gli intellettuali che hanno finito per essere sempre più servi», cui contrappone l’azione positiva di minoranze attive che hanno la forza di opporsi o di creare percorsi sotterranei per un’azione condivisa. Assieme a riflessioni sulla storia recente, vissuta sempre in modo « partecipe», in cui se ne ricostruiscono i passaggi fondamentali, i limiti (tanti) e i (pochi) pregi, si affrontano personaggi grandi, medi e piccoli, tra stupidità diffuse e mediocrità vincenti, e si arriva alla parte conclusiva del «che fare».
Questi
sono gli anni in cui vengono rimessi in gioco i maestri, come Aldo Capitini che
ha un ruolo fondamentale nel suo pensiero, e si ritorna in particolare a
Chiaromonte. Il primo per la capacità critica, per la lezione sulla non
accettazione del mondo così com’è; poi sulla religione come coscienza
appassionata della finitezza e il suo superamento; poi per le indicazioni
(anche pratiche) della non violenza.
Se
in passato la politica è stata una forte delusione, un tale percorso di
indipendenza rilancia però anche la necessità di una politica, sicuramente
nuova e diversa, che nasce sulle basi di un pensiero attivo e concreto,
“contrario” e sempre schierato con gli ultimi.
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