LA
VIOLENZA
Lo psicologo Damiano Rizzi: «Prevenire la violenza significa insegnare agli adolescenti che andarsene è un diritto»
Lo psicoterapeuta e presidente di Soleterre ha appena pubblicato il libro “Adolescenza, parliamone. Educare all'amore per prevenire la violenza”. «La violenza non nasce all’improvviso: affonda le sue radici nel modo in cui impariamo ad amare, a gestire il rifiuto e a stare nelle relazioni», dice. Per questo l'approvazione della legge sul consenso informato voluta dal ministro Valditara è un errore
Con
l’approvazione della legge sul consenso informato voluta dal ministro Giuseppe
Valditara, l’Italia torna – o resta – al “Medioevo delle relazioni”. Ne è
convinto Damiano Rizzi, psicologo, psicoterapeuta e presidente di
Fondazione Soleterre, da poco in libreria con il suo Adolescenza,
parliamone. Educare all’amore per prevenire la violenza (Piemme).
L’educazione sessuale e affettiva saranno proibiti all’infanzia e alla
primaria, mentre alle secondarie servirà il consenso dei genitori. L’Italia
così rimane uno degli ultimi Paesi in Europa a non avere una Educazione
Sessuale Comprensiva, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Unesco
riconoscono come diritto umano fondamentale.
Cominciamo
dall’inizio. Cos’è l’attaccamento e come influenza anche la vita da adolescenti
e da adulti e la capacità di stare in una relazione?
Sembra
un concetto difficile, ma si può spiegare in maniera molto semplice: è il modo
in cui siamo stati visti o non visti, amati o non amati, riconosciuti o non
riconosciuti dai nostri genitori. Questo influenza la modalità con cui
cerchiamo e diamo amore agli altri e poi, più avanti, come stiamo all’interno
delle relazioni intime e sessuali. Nel momento in cui ci innamoriamo,
infatti, si riattiva l’attaccamento: avere una relazione di attaccamento sicuro
significa avere un imprinting che ci fa sentire sicuri anche davanti alle
perdite d’amore.
Quando un bambino nasce, passa da una situazione in cui aveva tutto a una in
cui deve imparare a chiedere e a ricevere. Per esempio, ci sarà il momento, per
chi è allattato al seno, in cui il seno non c’è. Ed è un passaggio
fondamentale, perché il piccolo deve imparare a immaginarsi ciò che non ha. Se
la mamma gli sta vicino, lo consola, ecco che riempie il vuoto con le parole,
con la presenza, con l’affetto. Se tutto questo non c’è e il bambino viene
lasciato solo, senza mangiare e senza calore accanto, si sente totalmente
perso. Come fa a immaginare, così, qualcosa di sostitutivo? Cercherà
disperatamente quello che non ha, a volte compiendo anche azioni sconsiderate.
E poi questo attaccamento lo portiamo con noi anche nell’età adulta.
Certamente.
Che l’attaccamento sia sicuro, insicuro o disorganizzato, è qualcosa che ci
portiamo in dote lungo tutto l’arco della vita. Affermare questo non significa
che non possiamo cambiarlo o modificarlo, però va riconosciuto che è molto
importante: se abbiamo trasmesso ai nostri figli e alle nostre figlie
la capacità di regolare le emozioni e di stare in una relazione, quando avviene
una rottura la vivranno in maniera più serena, anche se il dolore c’è sempre. Resterà
tuttavia la speranza di trovare altri rapporti o che quello esistente possa
evolvere in maniera diversa. Chi invece non ha avuto la possibilità di
imparare a modulare una relazione, con l’abbandono vive spesso un collasso
psichico. È esattamente quello che vediamo nei casi di violenza, quando lui
viene lasciato e lo considera qualcosa di inaccettabile, perché ha a che vedere
proprio con la sua identità. Le persone, però, purtroppo non sanno
queste cose, perché nessuno gliele spiega. Anche se si potrebbero imparare: non
sono un’esclusiva degli psicologi.
Un
ruolo importante, in questo senso, ha l’educazione affettiva e sessuale, che
dovrebbe cominciare già dai primi anni. Eppure, è proprio di oggi la notizia
dell’approvazione definitiva del ddl Valditara sul consenso informato. Qual è
il motivo, secondo lei, di questa contrarietà della politica a un insegnamento
che, secondo diverse ricerche, diminuisce violenza, gravidanze indesiderate e
malattie, aumentando allo stesso tempo la consapevolezza e la sicurezza dei più
giovani?
Parliamo
dell’Italia. Siamo uno degli ultimi Paesi in Europa a non avere la cosiddetta
“educazione sessuale comprensiva” nella scuola, che non significa solo parlare
di sesso, ma anche di tutte le dinamiche relazionali: il consenso, il possesso,
il senso del limite, lo stare nelle relazioni. Si potrebbe dare la
colpa solo a questo Governo, al suo scagliarsi contro la teoria gender – che
poi è un’invenzione – ma se si guarda bene è dal 1975 che l’Italia non riesce a
introdurre l’educazione sessuale nelle scuole. Siamo il Paese del Vaticano,
degli obiettori di coscienza e c’è un tema di sessuofobia: spesso si preferisce
lasciare l’avvicinamento al sesso ai contenuti pornografici, a cui ormai
iniziano ad accedere bambini anche di 8 o 9 anni. C’è molta mistificazione,
poca conoscenza e tanta confusione. Anche il fatto che si dica che serve il
consenso informato presuppone che l’educazione sessuale e affettiva ci sia già.
L’Italia
è uno degli ultimi Paesi in Europa a non avere la cosiddetta “educazione
sessuale comprensiva” nelle scuole
Ma non è così? No. Si parla di attività che vengono svolte durante le ore di educazione civica, oppure attraverso progetti esterni, magari il pomeriggio. Oggi il ministro Valditara ha dichiarato: «Abbiamo sconfitto la follia gender». Chiunque abbia studiato sociologia sa che il genere è un fatto culturale: c’è un’educazione che porta al maschile e una che porta al femminile. Tra l’altro stiamo ancora a parlare di maschi e femmine, in un contesto in cui esistono anche altre categorie di definizione e di autodefinizione, così come molte possibilità di vivere il piacere attraverso i corpi. Mi sembra che siamo un po’ al Medioevo. C’è un utilizzo ideologico del tema.
Quali
conseguenze può avere l’accesso sempre più precoce a contenuti pornografici?
Si
rischia di immaginare una facilità di accesso al corpo dell’altro che non passa
più attraverso una richiesta di consenso: nei filmati pornografici si passa
direttamente all’azione. In una giovane mente che non ha ancora
sperimentato molto, si crea l’aspettativa e la pretesa che tutto possa essere
così facile e veloce. E questa pretesa può anche diventare qualcosa che
somiglia molto allo stupro.
E se
a guardare sono delle ragazze? Possono pensare che sia quello il modo giusto di
stare in un rapporto intimo?
Esattamente.
E poi c’è anche la paura di non deludere. E fin qui siamo ancora nell’ambito
del “porno classico”. Nel frattempo le cose sono andate molto più avanti. Oggi
si prendono appuntamenti su app deliberatamente per vedersi e fare sesso. C’è
sempre più difficoltà a stare nella relazione. Tutti i portali online di fatto
non devono rispettare nessun codice di autoregolamentazione. Possibile
che non ci sia un limite di accesso reale per i minorenni? La tendenza
è sempre quella di caricare il problema sulle spalle delle vittime: le famiglie
devono mettere delle regole. Ma perché non è il sito porno, visto che c’è una
legge che non permette ai minorenni di accedere, a occuparsi di questo? Oggi non
ci sono veri vincoli, dal momento che i sistemi che vengono usati sono
facilmente aggirabili.
A
proposito delle attività online dei ragazzi, nel libro cita anche tutta la
questione legata alla manosfera e agli incel, i “celibi
involontari”. Quali rischi porta con sé questo fenomeno?
Per
i maschi la prima relazione sessuale è ancora una specie di conquista, una
medaglia. A un certo punto i ragazzi che si definiscono un po’ più in
difficoltà nelle relazioni, per diversi motivi, compiono una sorta di
ribaltamento: non sono io che devo aggiustare qualcosa che non va in me, ma
sono le donne che scelgono sempre una minima percentuale di maschi. Si
tratta di un fenomeno estremamente preoccupante, che negli Stati Uniti già si è
trasformato in una guerriglia. I gruppi di incel uniscono
ragazzi dal punto di vista identitario, danno una spiegazione alla loro
angoscia e alla loro frustrazione. Ma questo passa attraverso la distruzione
dell’altro, in questo caso delle donne.
Che
cosa possono fare i genitori che vogliano educare i loro figli a non essere
violenti e le loro figlie a evitare relazioni tossiche e pericolose?
Innanzitutto
ci sono degli strumenti, come il mio libro o altri simili, che permettono di
avere le prime informazioni. Poi ci sono associazioni e organizzazioni che
continuano a fare attività di educazione alle relazioni. C’è anche la
possibilità di informarsi attraverso gli psicoterapeuti. Infine, c’è un livello
ulteriore: allearsi per chiedere un cambiamento. I governanti, in teoria,
dovrebbero rappresentarci: dovremmo muoverci per ottenere quello che vogliamo.
Se non lo facciamo, vuol dire ci va bene così. Ma allora poi diventa un
controsenso scandalizzarsi quando accade la violenza. La violenza è
strutturale, non è un’emergenza: se non si fa niente per evitarla, scoppia
quando meno te l’aspetti.
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