LETTERA D’AMORE
E LODE
DEL CREATORE
E
DEL LIMITE
-di LUIGINO BRUNI
Magnifica humanitas è
una lettera d’amore che la Chiesa, in papa Leone XIV, scrive all’umanità di
oggi. Questo sguardo buono sulle donne e sugli uomini è il primo dono che papa
Leone ci fa. La Chiesa, nei suoi tempi luminosi, ha infatti amato il mondo
anche con la “carità degli occhi”, guardandolo con fiducia e speranza. Anche il
lungo e centrale discorso sull’intelligenza artificiale (IA), incluse le sue
profonde e puntuali “avvertenze antropologiche e spirituali per l’uso” si
svolge all’interno di questo umanesimo di speranza: «Desideriamo entrare in
dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali
prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità»
(2). Non è una enciclica generata dalla paura per il nuovo, non condanna il
nostro tempo mettendosi al di fuori di esso, ma sotto lo stesso cielo di tutti,
il Papa dà voce alle speranze, alle gioie e alle sane preoccupazioni di tanti.
Una enciclica che parla dunque la stessa lingua affettuosa del Concilio
Vaticano II. Quindi per capirne il senso, il tono e la raison d’être, occorre
accostarla non tanto alla Rerum novarum ma alla Gaudium
et spes, l’altra lettera d’amore della Chiesa all’umanità in un altro
tempo nuovo e difficile.
Un’enciclica molto bella,
necessaria e importante, a tratti davvero magnifica e profetica, che ci svela
la teologia insieme al cuore di papa Leone, un testo all’altezza delle più
grandi encicliche del passato. L’attendevamo, ma in molte pagine supera le aspettative:
«L’aumento delle spese militari viene presentato come unica risposta a un
futuro incerto o a minacce percepite, mentre il costo reale grava sui più
poveri» (204). Il titolo, come in molte encicliche, è sintesi e cuore di tutto
il testo: l’umanità è magnifica, e tutti gli appelli che le rivolge sono tesi
alla custodia di questa preziosa magnificenza. Parla poco, è vero, delle sfide
legate alle creature non umane, perché, semplicemente, a papa Leone, nel tempo
del transumanesimo e del postumanesimo, oggi preme l’umano, gli sta a cuore
sottolineare la bellezza e la grandezza dell’Adam. «Eppure lo hai fatto di poco
inferiore a Dio ( Elohim) » ( Sal 8,5), una
distanza teologica che questa enciclica riduce ulteriormente, non perché
abbassi gli Elohim ma perché innalza gli uomini e le donne.
Sussidiarietà
E quando ci presenta le
sfide dell’IA vista con lo sguardo perfetto del principio di sussidiarietà,
papa Leone continua l’elogio dell’Adam, del valore delle sue parole umane
perché immagine di quella Parola che dalla Trinità volle farsi uomo: «Quando la
parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza.
L’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può
diventare pericolosa » (100). Ci sono dimensioni del lavoro, persino del lavoro
di cura, che possono essere ben affiancate dall’IA (e lo vediamo); ma ce ne
sono altre decisive dove la sostituzione della parola, del volto, delle mani e
del cuore degli umani produce semplicemente disvalore e disumanesimo.
Si parla molto di lavoro
nella Magnifica humanitas: la parola “Gesù” ricorre nove
volte, Cristo trenta, “lavoro” settantuno, a ricordarci che quel Logos era
stato carpentiere. Nelle relazioni umane decisive la parola e il
cuore umano non possono, non devono, avere sostituti perfetti, e se
lo facciamo sviliamo noi stessi, il nostro lavoro, la
nostra magnificenza. Allora quando un direttore deve licenziare
un lavoratore, anche se fa ricorso agli algoritmi, alla
fine, nell’ultimo miglio, deve entrare in gioco la sua parola
umana, parlare con quel lavoratore, deve metterci la faccia e l’anima, con
tutti i suoi limiti e imperfezioni. Non a caso alla “lode del limite” sono
dedicate le pagine forse più poetiche: «Dobbiamo ricordare che l’umano non
fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il
limite» (118), perché «è proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio
la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la
generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento»
(119).
L’IA riduce i costi
cognitivi, semplifica la complessità: ma l’homo sapiens non
ama sempre le riduzioni dei tempi e dei costi, perché spesso ci piace
partecipare ai processi, ci piacciono le vie più lunghe e lente per tornare a
casa perché vogliamo guardare alberi e fiori. L’IA può crearci un agente che
imiti perfettamente il san Francesco di ieri, ma non può
creare nuovi san Francesco e Leopardi oggi, che sono ciò di
cui abbiamo un bisogno infinito per vivere bene. Perché gli
algoritmi e le macchine non riusciranno a soddisfare la dimensione essenziale
della felicità umana, quella di desiderare di essere desiderati da esseri
umani. Siamo un desiderio desiderante altri desideri, soltanto umani – i
desideri più piccoli ci servono ma non ci bastano: solo l’Adam è l’ultimo piolo
della scala della terra che può toccare il paradiso.
Dialogo
Il dialogo che papa Leone
pone tra l’universo dell’IA e il principio di sussidiarietà, è allora altamente
fecondo. Per come si sta sviluppando, l’IA è anti-sussidiaria, perché è
concentrata in pochissimi giganti economico- finanziari, e perché in essa non
c’è vera biodiversità. Le intelligenze umane, invece, sono tante quante sono le
persone, e nessuna somma di intelligenze umane è superiore in dignità
all’intelligenza di una singola persona. La democrazia, e in essa i mercati
civili, funzionano aggregando miliardi di intelligenze diffuse in un mirabile
processo cognitivo dal basso, e nel momento in cui qualcuno pensasse che
milioni di intelligenze umane abbiano più dignità di una sola, la democrazia
muore: «La sussidiarietà chiede che tali processi non si impongano dall’alto in
modo opaco e unilaterale» (71). Infine, la lettera di Leone XIV si svolge
seguendo due fili biblici, uno buio e l’altro luminoso: la torre di Babele e la
ricostruzione di Gerusalemme da parte di Neemia. Una costruzione sbagliata e
una giusta. Neemia (Ne 1-2) sente una chiamata a tornare a Gerusalemme, per
ricostruirla: «Ricostruire oggi significa riconoscere che … esiste comunque una
possibilità luminosa: quella di edificare insieme, … far crescere giustizia e
fraternità » (10). Il fondatore di Babele è invece Nimrod, che «fu il primo a
divenire potente sulla terra» (Gen 10,8). Babele è dunque un grande
insegnamento sul potere e sugli imperi, e sulla loro corruzione intrinseca. Sia
i ricostruttori con Neemia sia quelli di Babele erano lavoratori, in entrambi
c’era azione collettiva, una comunità di lavoro. Ogni giorno, da millenni, la
storia è un intreccio di lavoratori che costruiscono Babele e di lavoratori che
edificano arche e ricostruiscono città.
La sindrome di Babele
Nella Bibbia, Babele
viene dopo il diluvio e l’arca di Noè. La «sindrome di Babele» (10) arriva
puntuale quando si è usciti da diluvi (globalizzazione, guerre…) o se ne temono
altri, e la tentazione di costruire mura sbagliate diventa molto forte: «Molti
e molti anni furono dedicati alla costruzione della torre. Agli occhi dei
costruttori un mattone divenne allora più prezioso di un essere umano; se un
uomo precipitava e moriva nessuno vi badava, ma se cadeva un mattone tutti
piangevano. Alle donne incinte non permettevano di interrompere il lavoro
nemmeno per le doglie: partorivano forgiando mattoni» (Louis Ginzberg, Le
leggende degli ebrei).
In questo tempo di grande
e nuova sofferenza, Magnifica humanitas accresce la
gratitudine per la Chiesa e per papa Leone, ed è un grande dono per tutti
coloro che continuano a sperare e a credere che l’umanità, nonostante tutto,
sia magnifica.
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