L'INNOVAZIONE TECNOLOGICA DA SOLA NON SERVE
L’innovazione
tecnologica da sola non basta: servono riforme e riorganizzazioni sociali,
istituzionali e culturali, capaci di tenere insieme potenzialità e rischi del
cambiamento.
Richiamandosi a
Leone XIII, la nuova Enciclica di Leone XIV vuole continuare il dialogo con il
mondo e camminare accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue speranze.
Quando nel 1891 fu
pubblicata la Rerum Novarum, l’umanità stava entrando nel mondo nuovo della
rivoluzione industriale, con le immense potenzialità della tecnica che si
accompagnavano a profonde lacerazioni: sfruttamento, disuguaglianze,
sradicamento. Leone XIII comprese allora che non era possibile restare
spettatori. Occorreva entrare dentro la storia per comprenderla e
accompagnarla.
Oggi siamo nel
mezzo della trasformazione digitale: l’intelligenza artificiale, le
piattaforme, gli algoritmi, i sistemi di automazione e le reti globali stanno
cambiando il nostro modo di lavorare, comunicare, apprendere, costruire
relazioni e perfino percepire noi stessi. Non cambiano solo i processi
economici.
Ѐ l’esperienza
umana che si va modificando.
La domanda però
resta sempre la stessa: come far sì che la tecnica sia al servizio dell’uomo e
non viceversa.
Per comprendere la
posta in gioco occorre partire da una premessa: la tecnica non è qualcosa di
giustapposto alla condizione umana.
Fin dai primi
utensili di pietra, dall’invenzione del fuoco, della scrittura, della ruota,
l’uomo ha sempre trasformato il mondo trasformando sé stesso.
Ogni tecnica è una
estensione delle capacità umane: amplifica la forza, la memoria, la velocità,
la comunicazione.
E più di recente
la capacità di elaborazione e decisione.
L’ambivalenza
della tecnica
Ma proprio per
questo la tecnica possiede una natura ambivalente.
O per meglio dire,
è un “farmaco”, che cura e ammala allo stesso tempo.
Guarisce perché
risolve problemi e apre possibilità nuove; avvelena perché genera nuove
dipendenze e squilibri.
Per questo
sbagliano tanto i tecno-ottimisti – che vedono nella tecnologia una promessa
automatica di salvezza – quanto i tecnofobici, che vi leggono soltanto una
minaccia.
L’errore che li
accomuna è la rinuncia allo sforzo di comprendere e alla fatica di costruire.
Ciò che serve è
uno sguardo più profondo, capace di abitare il cambiamento senza subirlo.
Comprendere il nuovo mondo significa coglierne insieme le potenzialità e i
rischi.
Ben sapendo che
nessuna trasformazione storica è indolore. La rivoluzione industriale ha
richiesto decenni di lotte sociali, nuove istituzioni, nuovi diritti, nuove
forme educative.
E così sarà anche
con i cambiamenti dei nostri tempi.
L’innovazione
tecnologica da sola non basta.
Servono riforme e
riorganizzazioni a livello sociale, istituzionale, culturale.
E di questo non si occuperanno le grandi società del tech. Sarà compito di ognuno di noi.
La storia dimostra
che il processo attraverso cui una società riesce a raccogliere i frutti di un
cambiamento tecnologico è lungo e faticoso.
Passa attraverso
errori, correzioni, conflitti e apprendimenti collettivi. Pensare che il
progresso si produca spontaneamente è un’illusione pericolosa.
Per non perdere la strada, il punto di riferimento cardinale resta l’uomo. Tutto l’uomo e tutti gli uomini.
Tutto l’uomo
significa riconoscere che l’essere umano non è soltanto produttore, consumatore
o utilizzatore di dati.
È corpo e mente,
ragione e affettività, desiderio e relazione, libertà e fragilità, capacità
tecnica e ricerca di senso.
Ridurre la persona
a una sola dimensione significa impoverirla.
Ma occorre anche
dire: tutti gli uomini.
Perché ogni
rivoluzione tecnologica produce inevitabilmente nuove disuguaglianze.
C’è chi corre
avanti e chi resta indietro.
Ci sono coloro che
possiedono competenze, risorse e strumenti e coloro che rischiano di essere
esclusi.
Ci sono nuove
forme di concentrazione del potere e nuove marginalità.
L’attenzione agli
ultimi non nasce da una logica assistenziale; nasce dalla consapevolezza che
una società si spezza quando una parte dei suoi membri viene ridotta a scarto.
Per accompagnare
questo cambio d’epoca, Leone XIV offre al mondo la sua prima enciclica, che
verrà presentata dal Papa stesso domani. Può sembrare poco nel tempo della
velocità digitale.
L’abbondanza
comunicativa
Eppure, è un passo
di grande saggezza. Perché oggi ciò che rischiamo di perdere è proprio la
fiducia nella parola.
Viviamo immersi in
un flusso continuo di messaggi, immagini, commenti, contenuti prodotti in
quantità crescente.
Ma l’abbondanza
comunicativa rischia di produrre solo rumore, confusione e, alla fine,
disorientamento.
Per questo un
testo che inviti alla riflessione, che tracci una rotta e cerchi di tenere
insieme esperienza, ragione e speranza è prezioso: la parola può ancora creare
legame, aprire comprensione, costruire futuro.
Richiamandosi come
preannunciato dallo stesso Pontefice a Leone XIII - e sicuramente in continuità
con l’opera di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco - la nuova
enciclica sarà uno strumento per continuare il dialogo con il mondo come il
Concilio vaticano II ha tanto raccomandato.
Perché non tratta
di porsi né sopra né contro la storia.
Ma di camminare
accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue paure. Ai suoi errori e alle
sue speranze. Alla sua capacità di immaginare e costruire mondi nuovi.
Accanto, cioè, a
questa magnifica umanità che siamo.
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