Una lezione da Modena: la
protezione del singolo non dipende solo dalla velocità con cui arriva il
soccorso esterno, ma dall’esistenza di un tessuto sociale capace di risposta
diretta, immediata
C’è un gesto che vale più
di mille analisi. Quattro cittadini che bloccano un aggressore in via Emilia.
Non aspettano una direttiva, non attendono un protocollo: agiscono insieme,
istintivamente, perché si sentono parte di qualcosa che vale la pena difendere.
Poi, il giorno dopo,
cinquemila persone in Piazza Grande si convocano non per una manifestazione
politica in senso partitico, ma per qualcosa di più antico e più necessario:
per riconoscersi, per dirsi che esistono ancora come comunità.
Modena, in questi due
giorni, ha offerto al Paese una lezione che merita di essere capita fino in
fondo, non è una lezione di ordine pubblico soltanto, anche se l’ordine
pubblico conta, non è una lezione di sicurezza in senso stretto, anche se la
sicurezza è un diritto fondamentale, è una lezione su come si produce
protezione vera, quella che non si esaurisce nel necessario controllo del
territorio.
Il dibattito pubblico
tende a trattare la sicurezza come un problema di risorse e di presenza: più
presidio, più prevenzione istituzionale. Tutto necessario, ma insufficiente, se
resta solo questo.
Perché la sicurezza che
conta per la vita quotidiana delle persone è in larga misura un bene
relazionale, un bene che esiste soltanto nella relazione, che non può essere
prodotto unilateralmente da uno Stato pur efficiente, e che decade quando i
legami comunitari si allentano.
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