Non ci sono parole, si
dice in questi casi. E si dice la verità. Non ce ne sono infatti per descrivere
la disperazione dei sopravvissuti alla tragedia di questo Capodanno, che si è
consumata in un locale nel quale si festeggiava la notte di San Silvestro. Non ci sono parole per
chi, mentre celebrava la nascita del nuovo anno, ha perso la propria vita. La
morte è arrivata prepotente, come un terribile intruso, ad un appuntamento alla
quale non era invitata. Non ci sono parole perché una tragedia così non sarebbe
dovuta succedere. Non è l’esuberanza festosa dei giovani ad avere scatenato il
disastro ma, come quasi sempre in questi casi, l’imperizia e, probabilmente,
l’avidità degli adulti rei di non mettere al primo posto la sicurezza. I morti
e i feriti sono tutti giovanissimi. Potevano essere, come ancora si dice, i
nostri stessi figli.
Ma non toccherebbe mai a
loro morire. A loro toccherebbe solo vivere. Perché non si può morire così a
quindici anni. Sono ragazzi e ragazze travolti dalla morte proprio nell’età in
cui la vita dovrebbe aprirsi alla vita nel modo più spensierato e più gioioso.
È forse questa situazione a rendere tutto ancora più insensato e atroce, a
renderlo psichicamente indigeribile. Non toccherebbe mai a loro. Toccherebbe a
noi, piuttosto. Alle vecchie generazioni. A chi la vita l’ha più o meno già
vissuta.
La tragedia è certamente
nella morte atroce tra le fiamme, ma è soprattutto nell’inversione brutale
dell’ordine naturale delle cose. Se è vero che la morte nella forma umana della
vita è sempre prematura, viene sempre troppo in anticipo, innaturale, ingiusta,
lo è certamente ancora di più quando le sue vittime sono delle vite all’inizio
della vita. Ne La stanza del figlio (2001) Nanni Moretti era riuscito a cogliere il dramma di
questo testacoda osceno: non sono i genitori che si congedano dai loro figli,
come dovrebbe naturalmente accadere, ma sono i genitori ad essere costretti ad
assistere alla perdita brutale e inattesa di chi hanno generato. Non si può
accettare, non si può metabolizzare in nessun modo. Nel racconto di quel film
il dolore per la perdita del figlio finisce per separare i genitori inchiodando
ciascuno di loro in una solitudine senza scampo. Non c’è niente di più straziante
che vedere un figlio morire. In questo modo poi. Non c’è la lenta disperazione
di una malattia; c’era solo una festa, un rito propiziatorio. La morte irrompe
dove avrebbe dovuto esserci solo la vita. Niente di più sconvolgente.
Un’amica ha raccontato di
un suo conoscente che ha trascorso delle ore a cercare di mettersi in contatto
con il proprio figlio che sapeva essere andato proprio in quel locale. Nessuna
risposta al telefono. Poi ha sentito la voce del figlio comparire improvvisamente
ed esclamare: “papà!”. Si era salvato perché, nel momento dello scoppio
dell’incendio, era uscito a fumare. Un caso la morte, un caso la vita: testa o
croce. Quest’uomo ha descritto l’incontro al telefono con la voce del figlio
come una vera e propria resurrezione. Pensava potesse essere tra i morti e
invece lo ha ritrovato. Un istante che vale una intera vita. Ma per i genitori
dove invece questo istante benedetto è stato precluso, dove il figlio o la
figlia si sono allontanati per sempre? Cosa accade a questi genitori che
restano e che però non potranno più ascoltare la voce dei loro figli? Un’ombra
scura discende improvvisamente sulla loro vita togliendo ogni luce al mondo. È
quello che conosciamo come il trauma del lutto. In questi casi però il trauma appare
ancora più violento e insopportabile perché, come abbiamo visto, contraddice
l’avvicendamento naturale tra le generazioni. La giustizia che dovrà colpire i
veri responsabili di questo disastro non sarà sufficiente a sanare questa
ferita.
La morte di un figlio
mostra con una violenza che non ha eguali che nessun genitore – nemmeno i più
premurosi e i più sensibili – può garantire la vita dei propri figli, perché
l’intrusione insensata della morte fa drammaticamente parte della vita. Può accadere
con una malattia, con un incidente stradale, con un qualunque altro passo falso
o imprevisto… Ma la vita stroncata nel pieno della vita chiede giustizia. La
chiede come un grido ostinato. Non solo e non tanto quella che verrà garantita,
come tutti ci auguriamo, dai tribunali degli uomini. Domanda una giustizia che
oltrepassa ogni giustizia. Perché di fatto non c’è consolazione possibile per
chi resta di fronte a questa perdita. Solo una disperazione che tramortisce
anche i più forti. Certo, quello che abbiamo condiviso con chi non è più qui
può sempre restare con noi. Ogni volta che qualcuno che abbiamo profondamento
amato ci abbandona, qualcosa di lui non può non restare con noi e tra di noi,
non può mai morire del tutto. Resta la luce viva dei ricordi incancellabili che
sono destinati ad appartenere alla nostra vita per sempre. Ma resta anche una
domanda di giustizia che rivolgiamo alla vita, e che non possiamo non rivolgere
con accanimento: perché? perché proprio a noi? perché proprio in questa maldetta
notte? La morte diviene reale quando, mettendoci le mani addosso, ci strappa la
vita di chi amiamo o la nostra stessa vita… Ma la sola solidarietà che conta
inizia proprio da qui. Nel riconoscerci uguali di fronte all’inesorabilità e
all’insensatezza senza parole della morte, che può sempre arrivare. Se
capissimo davvero questo, la guerra di tutti contro tutti lascerebbe il posto a
quella pietas che sola ci rende umani…
Leggi: DIO DOVE ERA?
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