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di Giulio
Michelini
Sono talmente tante le
cose che si potrebbero segnalare del Prologo del Quarto vangelo, che ci si
trova inevitabilmente in imbarazzo a dover scegliere. La domanda più opportuna
che potremmo rivolgere al testo riguarda che cosa poteva significare un tale inizio
per i lettori del tempo in cui l’evangelista compone questo inno. Una questione
relativa al lettore, ad esempio, parte dalla forma letteraria del Prologo nel
contesto della letteratura classica, che conosceva bene i prologhi alle
tragedie o agli altri drammi: si può dire che il Prologo riassume
tutto il vangelo, come nella tragedia greca, quando tale introduzione serviva a
orientare lo spettatore o il lettore, dicendogli di cosa si parlava? In parte
sì, è vero che il Prologo anticipa alcuni temi e ne condensa
altri, ma si deve anche riconoscere che non dice tutto del
vangelo di Giovanni: orienta il lettore e aiuta a comprendere come deve essere
letto questo testo, distinguendolo dagli altri. Inoltre, è poesia,
mentre più avanti ci sarà la prosa, il racconto, coi dialoghi che
caratterizzano il Quarto vangelo stesso.
Un’altra questione
riguarda il rapporto tra questa pagina e quelle dell’inizio dei vangeli di
Matteo e Luca. Mentre i vangeli dell’origine di Gesù – in Matteo e Marco –
partono da un annuncio di un angelo (a Maria e a Giuseppe) e transitano poi per
le storie della nascita di Gesù, fino alla sua circoncisione e offerta al
Tempio, il Quarto vangelo ha un principio “metatemporale”, che prende l’avvio
addirittura da “prima del tempo”.
Entriamo ora brevemente
nel testo, seguendo la suddivisione proposta da Marida Nicolaci (La salvezza
viene dai Giudei), dove si trova una bella esegesi del brano. Secondo la
studiosa, questo è composto da cinque parti distinte, ma strettamente connesse:
i versetti 1-5 che riguardano tutti il Logos; i vv. 6-8 sul
Battista; i vv. 9-14, sul Logos e il rapporto col mondo; i vv.
15-17, ancora sul Battista; infine l’ultimo versetto, il 18, sul Figlio che era
intimo del Padre e rivela il Padre.
Il principio di
cui si parla al v. 1, si è detto, è metatemporale, e fa riferimento però al
primo libro della Torà, Bereshit-Genesi, dove si dice che Dio ha
creato il mondo attraverso una Parola preesistente che veniva da Lui.
Interessante è soffermarsi sul termine Logos: cosa significava e
cosa si poteva capire di questo termine? Intanto, come sottolinea Damiano
Marzotto nel suo recente commento a Giovanni, La tunica e la rete,
il termine è maschile, e quindi può immediatamente essere applicato a Gesù. Nel
contesto ellenistico significava però non soltanto “parola”, ma anche
“pensiero”, “ragione”, “razionalità”. Anzi, ancora di più. Traduce Marzotto:
«all’inizio era il Dialogo»: «Una Parola di Dio non statica, non puramente
pensata ma forma di comunicazione». Questo verbo non era, precisamente
“presso”, ma, come si intende dalla preposizione greca pros,
“rivolto” a Dio, ed era Dio stesso. Si tratta del cuore dell’annuncio
cristiano, come si vedrà commentando il v. 14. Il testo continua dicendo che
tutta la realtà viene dal Logos. Ecco come spiega Renzo Infante nel suo
ottimo Le feste di Israele nel Vangelo secondo Giovanni: «l’Inno
giovanneo con gli espliciti riferimenti alla creazione e alla redenzione del
mondo potrebbe contenere dei rimandi alla Festa di Capodanno [ebraico], Rosh-ha-shanah»,
nella quale si celebra la creazione del mondo: «è come il suono dello Shofar
che rammenta l’opera creatrice di Dio in favore del mondo».
Dal Logos viene
la vita, ed è una vita che splende nelle tenebre. Giovanni infatti vede sin da
queste prime battute uno scontro in corso tra la luce e le tenebre, tra i figli
della luce e quelli delle tenebre, e anticipa un combattimento di cui si
parlerà nell’intero Vangelo, e che ha come protagonista Gesù, che alla Festa
delle capanne dirà di essere la Luce stessa.
La seconda parte
dell’Inno passa da una realtà metatemporale al tempo di Gesù e del Battista,
ovvero dell’«uomo mandato da Dio come testimone per dare testimonianza alla
luce, perché tutti credessero per mezzo di lui». La missione del precursore si
compie cioè nella storia, attraverso un testimone (anche nel senso etimologico
del termine, “martire”) di Cristo. Si dice qui che il testimone non è la luce,
come più avanti il Battista dirà di sé di non essere né il Cristo, né Elia, né
la Parola, né lo Sposo, ma l’“amico dello sposo”. Nel lettore emerge dunque la
domanda: chi è allora il Battista? Per quanto ci riguarda, tra due domeniche la
liturgia tornerà a proporre il Quarto vangelo, nel quale si parlerà proprio
della testimonianza data da Giovanni.
La terza parte è il movimento
centrale del Prologo, dove si dice del dramma del rifiuto verso la
Parola: rifiuto che riguarda non solo Israele, ma ogni uomo, che ancora oggi
non accoglie il Verbo.
Questo infatti si è
fatto carne fragile, e ha posto la tenda in mezzo agli uomini,
nella loro condizione e nella loro storia. Il linguaggio della tenda trae
ispirazione dal tema della tenda del convegno di Es 40, ma che ora esprime la
carne del Logos, Parola-Gesù di Nazareth che condivide la nostra
stessa esperienza umana di debolezza.
Nella quarta parte il
Prologo torna a Giovanni il Battista, e nella quinta, composta da un solo
versetto, si dice la fede della Chiesa delle origini, e particolarmente della
chiesa giovannea, per le quali non vi era alcun dubbio che Gesù fosse Dio
stesso. Per questo Gesù poteva parlare di sé come “Figlio” in senso “forte”,
come in Mc 13,32 // Mt 24,36. Commenta Romano Penna: «Gesù ha pensato se stesso
in termini di figliolanza nei confronti di Dio, e di una figliolanza tale che è
priva di paralleli dello stesso tipo e perciò unica nel suo genere» (I
ritratti originali di Gesù il Cristo).
Su questo torneremo però
commentando la pagina in cui Gesù è chiamato “Figlio” al suo battesimo. Questo
Figlio, continua l’evangelista, era nel seno del Padre. Questa
espressione così importante viene commentata da D. Marzotto a partire da Gv
13,23, un versetto inserito nell’ultima cena del Quarto vangelo. Scrive
l’esegeta: «Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a
tavola al fianco di Gesù», ovvero secondo il modo di celebrare
la cena ellenistico. Alla lettera nel testo greco si legge infatti: «il
Discepolo amato era nel seno di Gesù». «Questa immagine
concreta è servita a Giovanni, nel prologo, per esprimere il rapporto del Padre
con il Figlio. Gesù è colui che gode la fiducia e la predilezione del Padre, al
quale il Padre affida la sua intimità» (Marzotto).
Il Prologo del Quarto
vangelo così ci dice che la stessa Parola di Dio, così vicina al Padre, quel
Figlio per mezzo del quale tutto è stato creato, è stata in mezzo agli uomini,
e ancora vi rimane attraverso la sua misteriosa presenza.
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