PER L'USO
Un clima rovente
-di Giuseppe Savagnone
La decisione del governo
di fissare la data del referendum sulla giustizia il 22 e il 23 marzo – senza
aspettare, come la consuetudine avrebbe voluto, la conclusione della raccolta
delle firme promossa dai sostenitori del no – ha alimentato ulteriormente
la polemica di chi accusa la maggioranza di voler sfruttare la scarsa
informazione di moltissime persone sul tema referendario, riducendo i tempi per
un approfondito dibattito e giungendo il prima possibile al voto.
Ma anche da parte dei
sostenitori del sì ci sono motivi di polemizzare per quella che ai loro occhi,
più che una campagna di informazione, si presenta piuttosto come una deliberata
falsificazione dei dati della questione. Emblematico il caso del manifesto del
Comitato per il No dell’Associazione nazionale magistrati (ANM) al
referendum sulla giustizia, diffuso soprattutto nelle stazioni
ferroviarie. Vi si legge la domanda: «Vorresti giudici che dipendono
dalla politica?». Una ragazza risponde con un cartello in cui campeggia un
grande «No». E, sotto: «Al referendum vota No».
I Comitati per il Sì lo
hanno definito «truffaldino», «vergognoso» e hanno parato di una «distorsione
consapevole della realtà» da parte di persone, come i magistrati, che, per il
loro delicatissimo compito, dovrebbero essere di esempio nel rispettarla.
A questa protesta ha dato voce la premier Meloni, nella sua conferenza stampa
del 9 gennaio, quando, dopo aver negato che la riforma sia volta a
delegittimare la magistratura, ha detto: «Sapete cosa delegittima i magistrati?
La campagna dell’ANM nelle
stazioni, perché se chi ha nel suo DNA la ricerca della verità scrive una
menzogna per difendere la sua campagna contro il referendum, questo
delegittima».
In questo clima rovente,
c’è il serio rischio che la questione venga vista da una gran parte
dell’opinione pubblica come una sterile rissa, in cui è impossibile stabilire
chi abbia ragione e chi torto, con risultato di un astensionismo massiccio che
confermerebbe, purtroppo, il trend delle ultime elezioni politiche, europee e
regionali e che, per riconoscimento di tutti, sarebbe una sconfitta per la
democrazia.
Vale perciò la pena
andare al di là della logica dello scontro e cercare di capire le motivazioni
dell’una e dell’altra parte, cercando di renderle comprensibili i non addetti
ai lavori. È appena il caso di dire che su un argomento così divisivo nessuno
può pretendere di essere neutrale. Ma l’oggettività non coincide con la
neutralità, anzi la esclude. Questa lettura, perciò, risente sicuramente
dell’opinione di chi scrive, ma non rinunzia a sforzarsi di essere oggettiva.
Le ragioni del Sì
La premier Giorgia Meloni
ha definito questa riforma «un passo importante verso un sistema più
efficiente, equilibrato e vicino ai cittadini», sottolineando che essa
rappresenta «un traguardo storico (. . . ) a favore degli italiani», e
non ha aggiunto il ministro della Giustizia Nordio, «una legge punitiva contro
la magistratura».
Da qui il moltiplicarsi
delle raccomandazioni perché il referendum che dovrà decidere della sua
conferma o meno non venga affrontato in una prospettiva politica, ma solo
guardando al contenuto tecnico del testo approvato dal Parlamento.
Che riguarda innanzi
tutto la separazione delle carriere della magistratura giudicante (i giudici) e
di quella inquirente (i pubblici ministeri). E qui sta il nocciolo strettamente
giuridico della riforma. Perché, come ha ricordato un deciso sostenitore del
Sì, l’ex procuratore Antonio Di Pietro, in una intervista su «Informare» del 7
novembre scorso, sotto questo profilo la riforma è solo la chiusura del cerchio
di una revisione costituzionale avvenuta nel 1989», quando, con la riforma del
codice di procedura penale, «c’è stato il passaggio da un sistema inquisitorio
ad uno accusatorio, stabilendo, già allora, che nel processo accusa
e difesa «in ragione di parità, si affrontano dinanzi ad un giudice terzo. Lo
afferma l’articolo 111 della Costituzione».
Fino ad ora questa
importante svolta non ha avuto la sua piena attuazione perché il pubblico
ministero, in quanto strettamente collegato al giudice, ha goduto di un
rapporto privilegiato con lui, rispetto all’avvocato, con un conseguente
sbilanciamento a favore dell’accusa rispetto alla difesa che penalizza il
cittadino sottoposto a processo e rischia di ledere gravemente i suoi diritti.
Come dimostra una serie di gravi errori giudiziari che hanno mandato in
prigione degli innocenti (vedi il caso di Enzo Tortora).
Con la separazione delle
carriere la contiguità e l’interconnessione tra giudici e pubblici ministeri
finalmente finirà, perché essi non solo avranno una formazione diversa, ma
faranno anche riferimento, con lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura
(CSM), a due organi di governo diversi e non potranno perciò più condizionarsi
a vicenda nei meccanismi di assegnazione delle cariche, possibile fonte di
reciproci favori.
In questa stessa
direzione va anche la riforma del sistema di designazione dei membri di questi
CSM, che non sarà più basato sulle elezioni, ma sul sorteggio. Fino ad oggi,
spiega ancora Di Pietro nella sopracitata intervista, «tutto ciò che riguarda
gli avanzamenti di carriera o promozioni, viene scelto da quegli stessi
magistrati che sono stati scelti attraverso uno scambio di preferenze non
trasparente (…) che, come in politica, apre le porte agli scambi di favore». Da
qui il ruolo fondamentale assunto dalle diverse correnti interne all’ANM, dai
cui giochi di potere dipende l’elezione dei rappresentanti dei giudici e che
decidono della carriera dei loro rispettivi aderenti.
Che ciò sia possibile lo
dimostra il fatto che è avvenuto, come ha rivelato il clamoroso scandalo
Palamara. Da questo momento in poi non sarà più possibile essere eletti da
sostenitori a cui poi dover ricambiare l’appoggio ricevuto con promozioni
o altri riconoscimenti.
Non solo: lo
smantellamento delle correnti, fa notare la maggioranza di governo,
porterà finalmente a una de-ideologizzazione della magistratura, evitando che
ci siano “toghe rosse”, giudici condizionati da una visione politica che
prevale sulle ragioni del diritto e li porta a emanare sentenze prive di un
reale fondamento giuridico.
Con vantaggio per tutta
la società civile, a cui il governo cerca di garantire la sicurezza di cui ha
assoluto bisogno con provvedimenti che i giudici “di sinistra” sistematicamente
bloccano.
Peraltro il nuovo sistema
di reclutamento dei menri “togati” del CSM avrà un preciso corrispettivo in
quello dei membri “laici” (non magistrati) dei due CSM, che non saranno più
eletti direttamente dal Parlamento, come era fino ad oggi, ma sorteggiati.
A chi accusa la riforma di voler sottoporre la magistratura alla politica,
Giorgia Meloni nella sua conferenza stampa ha potuto rispondere perciò, in
polemica col manifesto del Comitato del CSM: «Noi togliamo al Parlamento la
possibilità di eleggere un pezzo del Csm».
Infine, la riforma
prevede la nascita di un nuovo organismo, incaricato di sostituire quella che
fino ad oggi era stata la sezione disciplinare del CSM , la quale – come
aveva denunciato il ministro Nordio – era «costituita da persone che vengono elette
dagli stessi magistrati,», creando «un vincolo tra elettore ed eletto che dà
una percezione di non parzialità».
Ora invece i magistrati
saranno giudicati da un’Alta Corte di Giustizia, composta da quindici giudici,
tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica, tre estratti a sorte da
un elenco votato dal Parlamento in seduta comune, da sei magistrati giudicanti
e tre requirenti, estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive
categorie con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie. I
magistrati restano la maggioranza, ma hanno più, come nell’attuale sistema, il
totale controllo del sistema disciplinare.
Le ragioni del No
Il contesto
Le ragioni del No,
secondo i loro sostenitori, riguardano innanzi tutto il clima politico in cui
questa riforma è maturata. Un testo, ci ha insegnato l’ermeneutica, va letto
nel suo contesto, perché solo allora se ne coglie il significato. E, sotto
questo profilo, la prima cosa che viene contestata alla nuova legge
costituzionale è di essere nata in uno spirito che è l’opposto di quello che ha
dato vita alla nostra Costituzione. Essa è scaturita dal dialogo tra partiti di
matrice molto diversa e in conflitto tra loro – democrazia cristiana, comunisti
e socialisti, liberali – che avvertirono la responsabilità di convergere
e ascoltarsi a vicenda, per elaborare un testo che fosse rappresentativo di
tutto il paese.
L’attuale riforma,
invece, è stata proposta e approvata unilateralmente da una destra che ha
evitato tutte le occasioni di confronto con l’opposizione, procedendo a colpi
di maggioranza e forzando i tempi per vararla senza lasciare spazio alla
discussione. Col risultato di trasformare una norma costituzionale, in
cui la grande maggioranza degli italiani dovrebbe potersi riconoscere,
nell’imposizione dei partiti di governo, che in realtà rappresentano, messi
insieme, il 28% degli aventi diritto al voto.
A sottolineare questa
unilateralità è venuta poi la dedica della legge al personaggio più divisivo
della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, che in particolare nei confronti
della magistratura ha sempre mantenuto rapporti di forte conflittualità.
Come del resto il governo e la maggioranza che ora hanno voluto riformarla, e
che – al di là delle ragioni tecniche sopra esposte- continuano a
contestare le sentenze dei giudici , contrapponendo ad esse il diritto di
governare loro conferito da elezioni democratiche.
«Alcuni giudici vogliono
governare: allora si candidino», è la risposta di Meloni e della maggioranza a
questi stop giudiziari. Senza tenere conto che la nostra Costituzione,
stabilendo una divisione dei poteri e attribuendo alla magistratura un’autorità
autonoma, ha espressamemte voluto evitare che l’esecutivo, anche se
democraticamente eletto, possa agire senza controlli esterni.
Alla luce di tutto
questo, dicono i critici, appare insostenibile la posizione del ministro
Nordio, che chiede di valutare la riforma esclusivamente sotto il profilo
tecnico, affermando che «conferirvi un significato politico è assolutamente
improprio». È evidente che il contesto a cui prima ci si riferiva è quello di
una scelta non certo partitica, ma sicuramente politica, come resto è
normale che sia, trattandosi di una riforma che riguarda non solo magistrati e
avvocati, ma tutti i cittadini. Per valutarne il senso non è necessaria una
laurea in legge, ma avere una coscienza democratica.
Il testo della riforma
Ovviamente anche il testo
della nuova legge è oggetto di durissime critiche. Innanzi tutto, per quello
che non dice. Si sente affermare spesso che con la riforma i gravissimi e
innegabili problemi della giustizia – primo fra tutti la lentezza dei procedimenti
– saranno risolti. In realtà anche un fautore del Sì come Di Pietro,
nell’intervista prima citata, alla domanda «Di cosa c’è bisogno per far
funzionare la Giustizia?», ha risposto: «Non c’è bisogno di una modifica
costituzionale, ma occorre aumentare il numero dei magistrati, degli addetti,
delle risorse e degli strumenti». Solo così si ridurranno i tempi dei processi.
Ma la riforma viene
attaccata anche e soprattutto per quello che dice. In primo luogo, è
ingannevole presentarla come riguardante la separazione delle carriere, che già
adesso di fatto esiste, visto che meno dello 0,5% dei magistrati negli ultimi
anni è passato dall’una all’altra. Il vero obiettivo sarebbe, in realtà
l’indebolimento del CSM, che l’art. 104 della Costituzione menziona come il
fondamentale garante dell’ autonomia. E proprio il CSM, nella nuova
normativa viene sdoppiato, delegittimato e privato della sua fondamentale
funzione disciplinare.
Già la costituzione di
due CSM, secondo i critici, segue la logica del divide et impera.
Ma, soprattutto, viene contestata la motivazione di mettere finalmente sullo
stesso piano il pubblico ministero e l’avvocato.
In realtà, si fa notare,
il ruolo del PM è molto diverso da quello del difensore, proprio perché ha
qualcosa in comune con quello del giudice. Mentre la deontologia professionale
dell’avvocato non gli chiede di fare giustizia a tutti i costi, ma solo di evidenziare
tutti gli elementi che possono favorire il suo cliente, il pubblico ministero
rimane sempre un magistrato e cerca di capire e di valorizzare sia quelli
che portano all’accusa che quelli che portano al proscioglimento dell’imputato.
Nessun avvocato chiede la condanna del suo cliente. Invece è normale che il PM
chieda di non procedere contro chi è stato oggetto di indagine.
Ignorando questa
differenza fondamentale e tagliando i legami del PM con il giudice, la riforma
finisce per esasperare in senso unilaterale la sua funzione accusatrice e col
costituire, col CSM dei PM, un organo autonomo dedito esclusivamente
all’accusa, facendone un pericoloso gruppo di sceriffi. Col risultato di
rendere plausibile una sua sottomissione a controlli istituzionali e di finire
per sottoporlo al potere politico, come del resto in tutti i paesi in cui
c’è la separazione della carriere.
Alla riforma viene anche
contestato il nuovo sistema di designazione dei membri del CSM. Si fa notare
che il sorteggio da un lato espropria i magistrati – unico caso in tutti gli
ordini professionali, ma anche, soprattutto, in tutti gli organi di rilevanza
costituzionale – del diritto di scegliere i propri rappresentanti, dall’altro
delegittima questi ultimi, che in realtà non rappresenterebbero più nessuno.
Quanto alle correnti,
spesso demonizzate, si riconosce che hanno dato luogo a forme perverse di
scambio di favori, ma si sottolinea che questa è una loro degenerazione che non
ne infirma il senso di raggruppare magistrati ch condividono l’una o l’altra
delle possibili interpretazioni del loro ruolo.
Quanto all’eguale
trattamento riservato alle nomine dei membri “laici” da parte della politica,
si fa notare che per loro il sorteggio è previsto all’interno di una
lista compilata dalla maggioranza parlamentare. Cosicché mentre il magistrato
si troverà a far parte del CSM senza un progetto, senza una precisa
motivazione, i membri “laici” saranno stati in partenza selezionati in base
alle loro idee e avranno di conseguenza un’assai maggiore incisività
nell’orientare la linea del Consiglio
Quanto all’Alta corte di
Giustizia è vero che, dei quindici membri, solo sei saranno “laici”.
Ma la loro proporzione nei singoli collegi in cui essa si articolerà sarà
fissata da una legge ordinaria, fatta da questa maggioranza, che potrebbe benissimo
istituirne alcuni in cui i “laici” – potenzialmente legati a questo o quello
schieramento politico, saranno più dei togati, e che potranno esercitare un
ruolo intimidatorio nei confronti di tutti i membri del sistema giudiziario.
Tanto più che
i ricorsi contro le decisioni di questo organo non verranno più decisi,
come oggi avviene per quelli contro le decisioni del CSM, dalle Sezioni Unite
della Cassazione, ma da un altro collegio della stessa Alta Corte, annullando
praticamente l’autonomia del secondo grado di giudizio.
La sola certezza che
possiamo condividere tutti, al termine di questo esame sintetico, è che la
giustizia in Italia non funziona e che è necessario migliorarla. E, facendo
nostra almeno una richiesta di Di Pietro, ci sembra legittimo chiedere al
governo – che sembra aver trovato i fondi ingentissimi necessari allo
sdoppiamento di tutte le funzioni del CSM e alla creazione di un nuovo organo
come l’Alta Corte – di trovare anche quelli per l’assunzione di nuovi
magistrati, per rendere più rapidi i processi.
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