E
RIVOLTA
Al protagonista del suo
ultimo libro lo scrittore fa rileggere i giudizi di elementari e medie. Al
liceo solo freddi numeri: contano tempo e denaro.
Avvenire pubblica un estratto del nuovo romanzo di Alessandro D’Avenia, Dove finiscono gli anni, che esce oggi 3 novembre 2026 per Mondadori (pagine 360, euro 20,00). Negli anni Novanta il
diciassettenne Leone Pardi (per gli amici Leopardi) naviga a vista nella terra di nessuno del quarto
anno di liceo, con la maturità che incombe. A distrarlo dalla noia sono le
scritte nei bagni dei maschi, che cataloga con criterio filologico. Una di
queste lo mette sulle tracce di un mistero. Indagare su cosa è accaduto a una
compagna di scuola lo porta a scoprire se stesso e ad affrontare la paura di
diventare grande in un mondo di adulti delusi. Un romanzo pieno di vita:
dall’esperienza informe e avventurosa dell’adolescenza fino al tempo stabilizzato
e ripetitivo, ma non meno inquieto, dell’età adulta.
Sfoglia le pagelle e
trova quella della quinta elementare, secondo quadrimestre, una tappa
importante prima di aprirsi al mondo oscuro, sudato e ormonale delle medie: «Ha
confermato una personalità ricca di interessi e aperta alla realtà degli altri
e delle cose. Dotato di spirito critico, sa svolgere un ruolo di mediazione
all’interno del gruppo. Adopera con sicurezza il linguaggio espressivo
integrandolo con spunti originali». Era proprio in gamba, poteva fare qualsiasi
cosa. C’erano le firme delle maestre, tutte morte, lo sapeva perché i suoi
genitori lo avevano sempre aggiornato su ciò che di quel millennio si esauriva
a poco a poco nel nuovo. La prima, che gli piaceva da matti, se n’era andata in
terza elementare: si era ammalata di cuore e non era più tornata in classe. Lui
aveva capito presto che le cose belle finiscono, e spesso male. L’aveva infatti
sostituita una maestra vestita sempre di nero, che li obbligava a dire più
preghiere che tabelline, e gli aveva fatto odiare le une e le altre. Era brutta
come la strega di Biancaneve e lo rimproverava sempre perché lui
voleva inventare le sue preghiere, e invece bisognava dire solo quelle
canoniche. Perché non si poteva chiedere a Dio il gelato anziché il pane
quotidiano? Ma pure le cose brutte finiscono, e questo lo aveva consolato. Era
andata via anche lei, magari all’inferno per aver fatto soffrire dei bambini.
In quinta era arrivata un’altra maestra, molto severa ma che gli piaceva, come
piacciono quelle persone che sanno unire rigore e tenerezza.
Di tutte ricordava i
volti e i modi di fare anche se erano passati trent’anni, gli erano rimasti
impressi più dei loro insegnamenti. Quei giudizi delineavano un bambino che lui
aveva dimenticato e di cui loro avevano visto le “inclinazioni”, cioè le storture
che erano state poi opportunamente raddrizzate. L’indice seleziona ora le
pagelle delle medie, il secondo capitolo della sua triste avventura scolastica.
Prima media, terzo trimestre: «Ha messo bene a frutto le sue doti intellettuali
e umane. È migliorata la docilità agli insegnanti...». Eccolo riapparire il
genio maligno, rivoluzionario senza giusta causa. Neanche se ne ricorda. Poi
c’è il laconico diploma di licenza media: «Può frequentare con profitto
qualunque tipo di scuola superiore». Cioè tutto e niente. Ma la parola
“profitto” gli è rimasta nel cuore. Certo non c’è scritto che si era presentato
all’orale con una camicia rossa perché aveva scelto di parlare di Garibaldi e del suo esercito di volontari. Gli piaceva
Garibaldi perché era andato in giro ovunque per aiutare i popoli a liberarsi;
infatti dappertutto c’erano iscrizioni che dicevano che lì aveva dormito,
mangiato, lottato. Lui voleva essere come Garibaldi e i suoi, battersi per la
libertà. Che illuso era in quell’età in cui si usa l’immaginazione per non
affrontare la realtà!
Ecco le pagelle del
liceo. Spariscono i giudizi scritti con cura e pazienza da grafie perdute, e ci
sono solo numeri: i voti e le assenze. Questo si diventa a un certo punto della
vita. Non interessano più l’anima e le sue sfumature, ma quanto sei stato assente
e quanto sei stato bravo in una scala da 1 a 10. Ed è giusto così, perché
bisogna abituarsi a ciò che conta, che è ciò che si conta: il denaro e il
tempo. E infatti è diventato un mago di tabelle e investimenti in Borsa, di finestre temporali e
ottimizzazione. Nessuno come lui sa analizzare i dati e trasformarli
rapidamente in oro.
Nella scatola c’è anche
l’attestato del concorso di traduzione latina a cui aveva partecipato al
ginnasio per sostituire una compagna che si era ammalata all’ultimo. Il
ricordo, improvviso e inatteso, lo imbarazza: una cittadina sperduta di cui non
rammenta il nome dove era nato un poeta latino noiosissimo, che l’unica cosa
giusta che aveva detto era “Carpe diem”, passeggiata da orde di secchioni col
vocabolario sottobraccio, che lottavano per dimostrare di essere veramente
secchioni, i più secchioni di tutti. E lui era lì tra loro, semplicemente in
quanto secondo migliore della classe nel tradurre versioni su assurde
battaglie, perché i Romani non facevano altro. La bocca gli si piega in un
sorriso ironico. Ecco le foto di classe, con quella patina giallo-rossastra che
la carta fotografica assume con il passare degli anni. I volti di maestre,
professori e compagni dimenticati lo investono come un’Atlantide di cui non
riesce a spiegarsi come possano esistere dei reperti: anni che lui ha vissuto,
ma del tutto sommersi, cancellati dalla memoria. E infatti non ricorda il
foglio, protetto da un plexiglas, con la poesia grazie alla quale aveva vinto
quel premio, a diciassette anni. Finisce così: «Sul filo al sole il mare muove i panni / mia madre li ritira e
li conserva / nei cassetti, dove finiscono gli anni».
D’un tratto la vede, come
un’epifania sacra, sua madre compiere quel gesto, in un istante eterno. Resta
immobile e sa che magari dovrebbe commuoversi un po’, ma non c’è tempo, deve
correre al lavoro. Chissà perché scriveva poesie. Doveva essere infelice come
Leopardi.
Il suo soprannome al
liceo.

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