-di GUIDO GUIDI GUERRERA
Volto assai noto al
grande pubblico, figura di spicco del panorama culturale televisivo, Paolo
Crepet è psichiatra, saggista e opinionista. Famoso per essere spesso al
centro di accese polemiche a causa delle sue posizioni legate a educazione
giovanile, ruolo delle famiglie e soprattutto della scuola, analizza con
lucidità spesso iperlogica la realtà che ci circonda.
Seguitissime le sue
conferenze in tutta Italia sempre aperte al dibattito franco con i presenti:
una formula che continua a suscitare viva attenzione, decretando così il
successo del progetto. Certamente il professore, dotato di non comune verve
comunicativa e di indiscusso carisma, non si risparmia nell’affrontare temi
scottanti e di evidente attualità dal suo punto di vista professionale mai
banale né scontato.
Proprio questo può
attrarre e insieme turbare dividendo animi e pareri, eppure destinato a creare
sempre un notevole fermento intellettuale proprio in forza del contrasto che
scaturisce da apprezzamenti e critiche. Chi vorrà incontrare il professore dal
vivo e magari scambiarci due chiacchiere, il prossimo appuntamento è previsto
in Toscana il 28 novembre venturo al Politeama Pratese.
Professor Crepet, lei ha
scritto un libro intitolato Il Coraggio. Quanto coraggio occorre ai
giovani, alle loro famiglie, per andare avanti nella vita quotidiana?
“Come scrivo nel mio
libro sono necessarie diverse tipologie di coraggio: specialmente quello dei
genitori nel saper educare con equilibrata fermezza i figli imparando a dir
loro anche ‘no’ quando serve, ma anche quello di riconoscere i propri limiti e,
contando sulle proprie capacità ri-creative, avere sempre la forza di
ricominciare. Certo esistono categorie diverse di adulti e giovani che, a
seconda dei casi, sanno scegliere quale direzione prendere. I soggetti che mi
preoccupano sono invece quelli così troppo assorbiti dalle tecnologie da non
sentire neppure il bisogno di fare appello a doti di coraggio. Le suggestioni
che vengono dall’abuso di cellulari e pc cancellano infatti molte
caratteristiche tipiche dell’uomo tra le quali proprio la componente del
coraggio che viene assai spesso sostituita da illusioni virtuali”.
Questa è una società in
evidente trasformazione. Cosa la distingue dal passato?
"Non posso fissare
una data precisa, un punto fermo: però c’è stato un tempo, neppure troppo
remoto, in cui i giovani erano giovani e gli adulti, adulti. E questo capitava
in un contesto molto diversificato: io sentivo musiche che mia madre sconosceva,
tanto più mio nonno. Oggi viviamo in una condizione globalizzante nella quale
nonni, mamme, zie e ragazzi ascoltano gli stessi idoli musicali e guardano gli
identici film magari stando ore sul telefonino. Quindi è molto difficile
puntare il dito sulla gioventù pronta ad alienarsi nelle dimensioni del mondo
virtuale, perché è esattamente ciò che fanno anche i loro genitori. E questa è,
a mio avviso, una novità assoluta. Non dimentichiamo il fatto che i social sono
stati creati da noi adulti: in fondo ci siamo messi a costruire cose che
dovevano essere finalizzate a usi elitari e professionali e invece sono andate
a finire nelle mani dei nostri figli. Quindi non lamentiamoci del processo di
‘zombizzazione’ che coinvolge tutti indistintamente, in modo più o meno palese.
Proprio in questi giorni durante un convegno su San Francesco, è stato molto
imbarazzante scoprire come la maggior parte del pubblico, mostrando scarso
interesse, fosse piuttosto impegnato a mandare messaggini a destra e a manca.
Davvero sgradevole”.
Secondo il suo parere
qual è il ruolo della scuola e della famiglia nell’educazione delle nuove
generazioni?
“Sono due istituzioni che
abbiamo ormai letteralmente tolto di mezzo. Le scelte improntate a un eccessivo
permissivismo, l’abolizione del merito, la cancellazione di valori che fino a
un certo periodo storico erano stati universalmente condivisi, tutto questo ha
creato un corto circuito tra scuola e famiglia. Da tempo le cose hanno subito
un forte degrado e adesso ci troviamo di fronte a una situazione difficilmente
reversibile. Sappiamo bene che il mondo è soggetto sempre a cambiamenti,
naturalmente sarà interessante scoprire se questi attuali si riveleranno utili
a evolvere o meno”.
Adesso dobbiamo misurarci
con l’IA. Cosa ne pensa?
"È la fine.
È evidentemente la fine. Se qualcuno dice il contrario, beato lui. Con
questo non intendo sostenere che qualsiasi progresso delle innovazioni
tecnologiche sia demonizzabile, ma in questo caso temo come il furbetto di
turno sempre in agguato possa approfittarsene a dismisura. Per prima cosa penso
che nella testa di molti si tendano a confondere i super computer con
l’intelligenza artificiale: tant’è vero che lo stesso Trump non esita a
definire l’IA come super intelligenza, mettendo in atto una strategia di
marketing decisamente scaltra. In realtà i due sistemi lavorano in ambiti
totalmente distinti e tali devono rimanere. Va da sé che l’intelligenza
artificiale può avere applicazioni di grande importanza e interesse, come in
campo medico: eppure, la diffusione su larga scala di questo strumento ha già
abbondantemente spalancato le porte a abusi di ogni genere. Personalmente, ad
esempio, ho dovuto proteggere la mia immagine sporgendo regolare denuncia, a
causa di video caricati su YouTube nei quali sembro io, quando in realtà si
tratta solo di clamorosi fake. Quindi il pericolo c’è eccome e ci siamo
dentro fino al collo!”.
Esistono rimedi a tutto
questo?
“Difficilissimo. Anche
chi dovrebbe occuparsene quasi mai interviene, anche se il problema riguarda
tutti noi che restiamo esposti a questo tipo di abusi. Basti pensare che il
nostro presidente del consiglio Giorgia Meloni è stata costretta a registrare e
depositare la sua vera voce per difendersi dalle centinaia manovre di
clonazione. Per non parlare dei tentativi di truffa da parte di quanti si
spacciano per un congiunto invocando fraudolentemente un’emergenza, uno stato
di pericolo o un bisogno per estorcere danaro ai malcapitati, convinti che sia
tutto vero. Purtroppo viviamo in un’epoca complessa e piena di mille
insidie".
Professore, parliamo di
educazione, quella che un tempo era definita ‘buona educazione’ quale principio
indiscutibile di un buon vivere…
“ Una volta l’idea stessa
di educazione assumeva valore collettivo, un’idea non a caso collegata alla
scuola che non solo ci forniva nozioni ma aveva anche un ruolo formativo sul
piano caratteriale e del comportamento nei riguardi degli altri. Questo era una
modello condiviso di educazione: era quella riconosciuta da ciascuno, era
l’educazione di Don Milani e di tutti i grandi pedagogisti del ‘900. Sta di
fatto che le basi dell’educazione dovrebbero partire dalle famiglie, che ormai
non ne riconoscono più i principi, ritenendoli secondari rispetto a ben altri
aspetti ed esigenze della vita così com’è intesa ai giorni nostri. Quindi vige
una sorta di qualunquismo educativo che è ormai quasi universalmente adottato
perché tutto sommato il lassismo è anche sinonimo di comodità e di disimpegno,
evitando le strade strette dell’immancabile sacrificio pedagogico”.
Molte parole hanno
conservato lo stile formale, ma esprimono concetti intrinseci diversi rispetto
a ieri. Il lavoro, per esempio…
“Il lavoro inteso come
fatica è un concetto desueto. Il lavoro dell’operaio, con le sue
rivendicazioni, gli scioperi del passato, quello dell’insegnante o del borghese
professionista, sembrano ricordi destinati a sbiadirsi molto presto. Oggi i
lavori sono altri: l’influencer, l’esibirsi in vari modi sulle diverse
piattaforme social, o se proprio va male accettare di lavorare ma al massimo da
martedì a giovedì. Ci si dimentica però di un particolare: che la gioventù
passa e il welfare è prodotto dal lavoro. Per adesso non è un problema, anzi è
un trascurabile dettaglio: tanto ci sono i nonni.
Fino a quando?".

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