nelle scuole?
Favorita
da anni
di delegittimazione
degli
insegnanti
Il rettore
dell’Università Roma Tre, analizza, da pedagogista, la progressiva crisi del
sistema scolastico italiano. Decenni di delegittimazione del ruolo dei docenti,
taglio del riconoscimento economico ed «elogio dell'incompetenza» hanno
logorato l'autorevolezza delle istituzioni educative, trasformando la scuola da
luogo di crescita collettiva a terreno di scontri individuali e performance
-di Annachiara Valle
«La nostra è sempre stata
una scuola aperta, di grande inclusione, un modello per il mondo. Negli anni,
però, la classe degli insegnanti è stata progressivamente delegittimata».
Massimiliano Fiorucci, pedagogista, rettore dell’Università degli Studi Roma
Tre, legge anche così gli ultimi avvenimenti nella capitale.
Massimiliano Fiorucci,
pedagogista e rettore dell'Università degli Studi Roma Tre, in un incontro alla
libreria San Paolo di Roma
Professore Roma è ancora
sotto shock per l’accoltellamento della professoressa in una scuola media.
Perché cresce questa violenza?
«Difficile rispondere,
bisognerebbe conoscere meglio e più da vicino la vicenda, i contesti sociali e
familiari, le situazioni. Però, a livello generale, secondo me, è sicuramente
responsabile il prolungato messaggio di delegittimazione del valore della scuola
e dell’educazione. C’è stata una fase storica nella quale gli insegnanti erano
considerati figure di riferimento e autorevoli e la scuola era un’istituzione
di valore da tutelare, un luogo rispettato da tutte le famiglie non un luogo in
cui, come in qualche caso avviene oggi, i genitori vanno a difendere come
sindacalisti i propri figli. Dopo anni di deleterio e irresponsabile elogio
dell’incompetenza, per cui non c’è bisogno di studiare, di sapere, di conoscere
per esprimere una opinione o per svolgere una determinata professione o per
affermarsi nel mondo del lavoro, si è delegittimato il valore anche sociale
degli insegnanti. Oltre, ovviamente, al peso dello scarso riconoscimento
economico di queste figure professionali. E poi è venuta affermandosi la
cultura della performance, è stato considerato più importante il risultato, che
non il processo e il percorso di apprendimento».
A proposito di risultato,
le nuove guide per la scuola mettono al centro il talento e il merito. Questo
sarà un aiuto per gli studenti o un peso maggiore?
«Talenti e meriti vanno
riconosciuti e valorizzati, ma per come sono formulate le nuove linee guida si
rischia di fare in modo che questo ricada sui soggetti, sulla responsabilità
individuale piuttosto che sociale. Il punto è che dobbiamo tenere in considerazione
i contesti nei quali le persone crescono, le condizioni familiari, sociali, il
background culturale, le opportunità, le relazioni, i territori dove capita di
nascere. Non c’è nessun merito in questo. C’è sicuramente una dimensione
individuale di talento e di merito che va coltivata e assecondata, ma la scuola
deve in primo luogo cercare di mettere tutti nelle stesse condizioni. Se
potessi indicare una strada direi allora che bisogna privilegiare delle
politiche di “discriminazione positiva”, cioè bisogna dare di più a chi ha di
meno per fare in modo che tutti possano avere le stesse opportunità di
crescere, di emanciparsi, di essere liberi e di far emergere i propri talenti».
In che direzione va la
scuola con le nuove linee guida?
«Si afferma,
fondamentalmente, un modello di scuola assimilazionista, eurocentrica,
trasmissiva e in qualche modo anche autoritaria con poco spazio per la
dimensione laboratoriale e dell’apprendimento trasformativo. Penso poi all’uso
della storia. Qui c’è più un riferimento a narrazioni moralistiche ed
edificanti attraverso molti aneddoti piuttosto che al pensiero critico e alla
capacità di utilizzare le fonti storiche. Si va verso una funzione più
identitaria, verso la costruzione di un modello di cittadino degli Stati
nazionali piuttosto che, come andrebbe fatto in un’epoca come quella che stiamo
vivendo, di costruzione di una cittadinanza globale aperta al dialogo e al
confronto con gli altri».
Parlando proprio di
Storia. Si insiste sull’importanza della Storia dell’Occidente, come se tutto
fosse nato da noi. Vede un pericolo in questo?
«L’incipit del programma
è folgorante. Vi si legge che “solo l’Occidente conosce la Storia”. È
un’affermazione molto forte, problematica, identitaria che sottolinea questo
sguardo euro ed etnocentrico. È pericoloso perché, se si guarda solo a se
stessi, questo non predispone al dialogo, ma allo scontro».
Ci spiega meglio?
«Perché questa
impostazione significa non riconoscere il valore degli altri e il fatto che
tutte le culture non sono oggetti separati, non lo sono mai stati. Si tratta di
una visione essenzialista. Tutte le culture sono in qualche modo miste,
permeate e permeabili. Lo vediamo dalla toponomastica, dal linguaggio, dalle
tradizione gastronomiche, dalle parole che usiamo. L’Italia è un territorio da
sempre multiculturale e multireligioso. Gli ebrei, per fare un esempio, sono a
Roma dal secondo secolo a.C., abbiamo molte minoranze linguistiche storiche in
tutta Italia, siamo stati dominati e attraversati attraversati da tantissime
popolazioni: dagli arabi, dai normanni, dagli spagnoli, dai francesi, ecc..
Ognuno di questi Paesi e popoli ha lasciato delle tracce nella nostra lingua e
nella nostra cultura. E questo l’ha fatta evolvere. Le culture pure, isolate
scompaiono, muoiono, di fatto non esistono. Tutti i sistemi culturali sono
invece permeabili e dialogici. Le identità sono, di per sé, dinamiche. Solo attraverso
il dialogo si può crescere, essere capaci di modificarsi e migliorare se
stessi».
Parlando degli arabi mi
veniva in mente la parmigiana, ricetta italiana, ma che non avremmo se gli
arabi non avessero portato le melanzane nel nostro Paese.
«È assolutamente così. Ci
sono tantissimi esempi in questo ambito e penso ai bellissimi libri di Massimo
Montanari sull’identità italiana in cucina. In uno dei suoi scritti dal titolo
“La Contea di Modica”, Leonardo Sciascia racconta come sia nato quel tipico
cioccolato di "inarrivabile sapore, che sfiora l'assoluto". Quel
cioccolato è arrivato attraverso gli spagnoli che, da Alicante in particolare,
erano andati in centro America e avevano riportato in Sicilia una ricetta
azteca attraverso cui si arriva poi alla famosa cioccolata di Modica. Ecco,
quindi, che anche le tradizioni più “tradizionali”, in qualche modo, sono il
frutto di questi scambi. E ancora pensiamo al pomodoro, alla polenta. Tutti
prodotti legati anche alla scoperta dell’America (sarebbe più corretto
definirla conquista assumendo il punto di vista delle popolazioni che già vi
vivevano) e alla circolazione delle persone, delle merci, delle idee, delle
parole. Per questo è antistorico considerare la storia solo dal punto di vista
occidentale».
Tra i libri di testo
entra anche la Bibbia. Ma si può capire il testo sacro senza la storia
dell’Egitto, della Palestina, senza riconoscere la cultura dove quel testo è
nato?
«È esattamente qui il
problema, quello che lei dice è fondamentale. Ma anche qui mi sembra che si
voglia fare una lettura un po’ ideologica della Bibbia e della religione,
usandole per consolidare la narrazione sulle radici cristiane occidentali, ma
escludendo tutto ciò che ha contribuito a creare e comprendere un testo
complesso come quello della Bibbia così ricco e straordinariamente potente. Qui
c’è una lettura di parte, forzata, identitaria che è quella che viene proposta
dal Ministro Valditara nel libro “Il manifesto per l’Occidente” che ha curato
insieme con Giampaolo Azzoni. In questo libro si tenta di delegittimare, senza
riuscirci, tutti quegli autori, come Frantz Fanon, Edward Said, ecc. che hanno
introdotto uno sguardo critico sull’Occidente e sulle sue responsabilità
coloniali e non solo. Con questo non voglio negare i meriti che l’Occidente ha
avuto. È il luogo dei diritti, del dialogo e dell’apertura, ma dobbiamo
ricordare bene che è anche il luogo dei crimini, è il luogo nel quale sono nati
i razzismi, il nazifascismo, i colonialismi, l’olocausto e che continua a
tollerare al suo interno forme di integrazione subalterna e nuove schiavitù».
Si insiste anche
sull’Odissea. La convince?
«L’Odissea è un racconto
straordinario che fa parte della nostra storia. Ma anche qui non si possono
capire la storia e la cultura a pezzi. I mondi vanno sempre contestualizzati.
Ma quello che mi spaventa di più nelle indicazioni ministeriali è il privilegiare
il racconto edificante, l’aneddoto piuttosto che l’approfondimento critico.
Questa educazione un po’ moralistica mi sembra che sia un ritorno agli Stati
nazionali dell’ottocento, una tentazione non solo italiana, ma del tutto
anacronistica»
Eppure, la nostra è
sempre stata una scuola aperta, vero?
«Straordinariamente
aperta, al di là delle retoriche che se ne fanno. Se si vuole imparare dalla
Storia ricordiamo i romani che hanno adottato l’editto di Caracalla che concede
la cittadinanza a tutti gli abitanti sul territorio, quindi hanno superato lo
ius sanguinis adottando lo ius soli. I romani hanno anche inventato il diritto
d’asilo e hanno concesso a persone di origini diverse di diventare imperatori,
si pensi solo per fare un esempio a Settimio Severo che proveniva dall’attuale
Libia. Se ci si vuole rifare all’antichità potremmo imparare questa lezione.
Tornando alla scuola, comunque, dal dopoguerra la nostra è sempre stata una
scuola inclusiva, che ha superato le classi differenziali, che non ha mai
adottato modelli separati per l’inserimento degli allievi con cittadinanza non
italiana, che è stata capace di grandi sperimentazioni che hanno portato
davvero a realizzare una scuola aperta a tutti. Abbiamo tutta una serie di
documenti avanzatissimi dalla fine degli anni Ottanta fino al 2022 proprio
sulle tematiche interculturali. Nelle nuove indicazioni, invece, il termine
intercultura appare solo qualche volta con riferimento alle competenze e
all’apprendimento delle lingue straniere. Uno sguardo chiuso e asfittico».
E invece sull’educazione
affettiva. Perché c’è questa grande paura?
«Perché siamo ancora
obiettivamente una società patriarcale, quindi un’educazione affettiva seria
metterebbe in discussione modelli consolidati che, però, visto quello che sta
succedendo, andrebbero messi seriamente in discussione. Nel nostro Paese, col numero
di femminicidi che tristemente si registra ogni anno, andrebbe fatto un lavoro
profondo sia sugli educatori/insegnanti sia sugli studenti e le studentesse
perché siamo tutti un po’ impreparati. Un tema che non è rinviabile anche
perché la scuola spesso per alcuni è l’unico luogo dove gli studenti possono
conoscere prospettive e punti di vista diversi rispetto anche a quelli
dell’ambiente di origine. Non sempre la famiglia trasmette valori positivi.
Basti pensare che la maggior parte delle violenze e dei femminicidi avviene in
contesti familiari. Un’apertura e uno sguardo diverso sarebbero, allora,
sicuramente un’opportunità data sin dall’età più giovane».
È positivo il ritorno del
latino?
«Sicuramente è una
materia importante. Se avessi potuto scegliere l’avrei messa come materia
obbligatoria. Perché se è facoltativa, come è sempre avvenuto, sarà scelta da
chi ha più risorse, da chi ha dietro una famiglia che magari ha fatto studi
classici, che ha più libri in casa. Diventerà una questione di classe sociale.
I più sfavoriti non faranno il latino e quindi saranno di nuovo, a conclusione
della scuola, più svantaggiati. Penso che sia, invece, interessante la parte di
geografia che ha una dimensione, contrariamente alla parte storica, più aperta
al dialogo interculturale. In ogni caso ciò che è preoccupante è l’impianto
poco allineato ai tempi e in contraddizione con la grande tradizione della
scuola italiana. Una tradizione di inclusione, di apertura straordinarie che ne
hanno fatto un punto di riferimento nel mondo per la sua modernità. La scuola
che va disegnandosi mi sembra un po’ in contraddizione con quella di dialogo,
della libertà, del pensiero critico e dell’emancipazione che poi è, di fatto,
la scuola della Costituzione».
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