Chiamatelo pure intervallo.
Ma se le parole sono i confini del mondo, l’orizzonte vi si restringerà.
Intervallo, nella lingua
di costruttori che è il latino, era lo spazio tra (inter-) i pali (-vallum) di
una staccionata: un recinto da non valicare. Io uso «ricreazione» per la sua sconfinata audacia: il mondo fatto
da capo. Ri-creato.
Una bambina mi ha detto
che la ricreazione è la sua materia preferita. Divina rivoluzionaria, come
darti torto? Dio infatti «creò» cielo e terra. E noi? Il cellulare e la guerra. Non è poco? Nel mio dialetto
«arricriarsi» significa gioire, e infatti bramavamo la ricreazione come i
rematori stanchi il porto.
Fuori dai banchi corpo e
anima tornavano a unirsi: un pezzo di pizza e una cotta, una risata e una
lotta, una paura e un sogno, un ripasso e un bisogno...
La vita tutta in quindici
minuti di intensissimo qui e ora.
Per questo, dopo anni di
«Ultimo banco», ho voluto chiamare «La Ricreazione» questa nuova rubrica del
lunedì, il giorno in cui ricrearsi è un dovere: assumere il quotidiano non come
un sonnifero, ma come un risveglio. Viviamo nel migliore dei mondi «impossibili»,
ma lo dimentichiamo. Magari questa campanella ci darà la «stupefacenza» perduta,
impedendo a noia, paura e cinismo di diventare un’abitudine.
Ce ne staremo in
quest’angolo di pagina e di tempo, perché un fatto, un volto, una parola, o
anche solo una mela (come mostra Cézanne) possono bastare a ritrovare la gioia di vivere.
Come a ricreazione.
Alzogliocchiversoicielo
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