“Perché avete paura,
uomini di poca fede?”
Commento al Vangelo
-di Enzo Bianchi
Subito dopo aver sfamato
la folla numerosa (cf. Mt 14,13-21), Gesù ordina ai discepoli di precederlo
all’altra riva del lago di Galilea, mentre egli si ferma per congedare quanti
lo hanno seguito.
Gesù è attento ai
rapporti umani e i gesti prodigiosi da lui compiuti
sono sempre accompagnati dal suo prendersi cura delle persone che incontra.
Nello stesso tempo egli radica il suo agire in una profonda relazione
di amore e di fiducia nei confronti del Padre. Per questo cerca con
determinazione degli spazi e dei tempi di solitudine per stare davanti a Dio in
assoluta gratuità e discernere la sua volontà sulla propria vita: anche in
questo caso «sale sul monte a pregare, in disparte».
Venuta la sera egli è
ancora solo, mentre la barca dei discepoli è in mare aperto in balìa del vento
contrario e delle onde: l’evangelista già intravede il cammino della fragile
barca della chiesa nella storia, sballottata tra avversità e tensioni comunitarie…
Essa però non è abbandonata dal Signore Gesù, il quale non solo prega per la
sua comunità, ma si fa anche misericordiosamente presente ai suoi discepoli,
lui che «è con loro tutti i giorni fino alla fine della storia» (cf. Mt 28,20):
ecco infatti che sul far del mattino «viene verso di loro camminando sul mare».
Sì, Gesù è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, colui che ci è sempre
accanto quando le onde si gonfiano in mezzo alla tempesta (cf. Sal 46,4), colui
che passa sul mare con orme invisibili per guidarci (cf. Sal 77,20-21) e
condurci al porto sospirato (cf. Sal 107,23-30). Ma noi sappiamo riconoscere la
sua presenza e mettere in lui la nostra fede?
I discepoli erano con
Gesù in mezzo al mare la notte in cui egli aveva placato la violenta tempesta
con la sua parola (cf. Mt 8,23-27); eppure ora vedendolo avanzare sulle acque
sono turbati e, assaliti dalla paura, gridano: «È un fantasma!». Subito però
Gesù li rassicura con poche, straordinarie parole, che vogliono placare il loro
sconvolgimento interiore e infondere nei loro cuori la fiducia: «Coraggio,
Io Sono» – il Nome impronunciabile di Dio rivelato a Mosè (cf. Es
3,14) – «non abbiate paura!». Numerose sono le paure che ci
abitano, tutte generate dalla «paura madre», quella della morte: ma Dio da
sempre esorta i credenti a non temere, a dimorare sicuri in lui, come ci
testimoniano con abbondanza le Scritture, dalla Genesi (cf. Gen 15,1) fino
all’Apocalisse (cf. Ap 2,10). E questo invito è particolarmente frequente sulle
labbra di Gesù, fino ad essere rivolto dal Risorto alle donne nell’alba della
resurrezione (cf. Mt 28,10), l’evento che segna la vittoria definitiva
dell’amore sulla morte.
La nostra risposta a tale
esortazione dovrebbe consistere in una fede salda, in un’intima certezza
dell’amore del Signore per noi, senza che vi sia bisogno di alcuna prova.
Eppure spesso cediamo alla tentazione di esigere da Gesù un segno tangibile,
come qui fa Pietro: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle
acque». Nella sua condiscendenza Gesù gli dice: «Vieni!», ed ecco che
l’impossibile diventa possibile grazie alla sua parola che ci fa tenere fisso
lo sguardo su di lui, meta del nostro cammino. Ma non appena Pietro torna a
rivolgere la propria attenzione al vento impetuoso e ricade preda della paura,
inevitabilmente comincia ad affondare. Allora non gli resta che l’invocazione
accorata: «Signore, salvami!», a cui Gesù risponde prontamente afferrandolo per
la mano. Nel fare questo non può però esimersi dal rimproverarlo: «Uomo
di poca fede, perché hai dubitato?». È una domanda che costringe Pietro a
fare i conti con l’incredulità che lo abita, una domanda che siamo chiamati a
lasciar risuonare anche nel nostro cuore. Del resto poco prima Gesù aveva
rivolto a tutti i discepoli un interrogativo analogo: «Perché avete
paura, uomini di poca fede?» (Mt 8,26).
Quando infine Gesù sale
sulla barca, il vento si placa. Allora i discepoli gli si prostrano davanti,
accompagnando il loro gesto di adorazione con una solenne confessione di fede:
«Tu sei veramente il Figlio di Dio». Gesù per ora tace, ma più avanti chiarirà
cosa significa e cosa comporta il suo essere Figlio di Dio (cf. Mt 16,16.21).
Qui il suo silenzio è per noi una domanda: siamo disposti ad aderire a lui
senza paura, credendo al suo amore (cf. 1Gv 4,16)? Questa fiducia salda
è la verità di ogni confessione di fede fatta a parole…
Per gentile concessione
dal blog di Enzo Bianchi.
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