Un prete può mostrare emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni?
Alcune riflessioni sul riconoscimento che il sacerdote è un essere umano come gli altri, sull’importanza di avere una comunità di riferimento nei momenti di crisi
… e un grande grazie.
Fonte: Città
Nuova
Il simpatico aneddoto non
vuole sminuire la grandezza di una vocazione particolare, speciale, per le sue
caratteristiche e la sua radicalità, vuole piuttosto richiamare quanto i
sacerdoti siano stati gravati fino ad un recente passato, e penso ancora oggi,
da una pesante quanto ingiusta zavorra: quella di dover essere “diversi” dalla
comune umanità.
Di dover essere migliori,
anzi di più, super-umani, senza cenni di debolezza, il che vuol dire: essere
disponibili in modo incondizionato, non mostrare preferenze personali essendo a
servizio della Chiesa e del popolo di Dio, non far trapelare emozioni meno nobili come
gelosia, invidia, vergogna, non poter coltivare amicizie semplici e ordinarie
al di fuori del “lavoro”.
Poi arriva la cronaca
cruda e reale: un presbitero va in burn out perché non è riuscito a reggere il
carico pastorale troppo oneroso, un altro si è innamorato e ha abbandonato il
cammino, un altro ha discusso col suo vescovo, un altro ha chiesto di essere
trasferito, un altro ancora è arrivato a togliersi la vita perché non è stato
in grado di ritrovare il proprio equilibrio interiore, ha perso irrimediabilmente
la rotta, e forse la fede.
Ogni storia è a sé,
cerchiamo di mantenere la dovuta complessità quando si riflette sulle vicende
umane. Le considerazioni binarie e dicotomiche non rendono mai giustizia alla
ricchezza dei dinamismi intrapsichici e relazionali dell’essere umano. Possiamo,
però, condividere qualche pensiero non sulle singole storie, ma su cosa possano
indicarci tra le righe quelle notizie dolorose sulla vita di don Marco, don
Paolo, di 20, 30, 50, 70 anni, alcuni di fresca esperienza, altri più navigati
e magari in vista per il ruolo che avevano.
Rimaniamo, come si
diceva, in una logica multifattoriale che, quindi, coinvolge la formazione
iniziale, quella permanente, la comunità credente, la persona e l’Istituzione.
Prendendo spunto dalle parole inziali di don Francesco, anziano presbitero,
accompagnare l’intuizione vocazionale di un giovane (o meno giovane) che entra
in seminario non è inserirlo in un ambiente-“bolla” che poi rimane scollegato
dalla realtà nella quale il sacerdote andrà ad inserirsi una volta
ordinato.
Normalizzare la
formazione iniziale è riconoscere che si tratta di ragazzi e uomini come gli
altri, che hanno bisogno di verificare quel desiderio, ancora vago, attraverso
una progressiva integrazione dell’affettività-sessualità, all’interno di un
percorso che ha delle sue caratteristiche specifiche.
Tutte le dimensioni
meravigliosamente umane che riguardano le emozioni, gli affetti, le relazioni,
l’orientamento eterosessuale/omosessuale vanno conosciute e progressivamente
messe dentro la scelta di vita. Essere integrati si oppone a spezzarsi in due,
scotomizzare o sentirsi frustrati in perenne stato di malessere.
Si cade, ci si rialza, si
chiede aiuto: questa è la vita reale del fidanzato, del padre di famiglia, del
marito, del seminarista e del sacerdote. Stesso discorso, ovviamente, per il
mondo femminile. È più facile ragionare in bianco e nero che riconoscere e
valorizzare tutte le sfumature possibili dei processi umani e
vocazionali.
Arriva all’ordinazione
non chi è migliore degli altri o ha già risolto tutto e per sempre, chi non ha
mai sbagliato e ha sempre camminato al meglio, ma colui che ha verificato, con
la Chiesa, che la via del sacerdozio è la strada per diventare
un uomo migliore, felice, e così espandere tutta la propria fragile umanità,
senza doverla recidere o nascondere, ma integrandola con fatica serena,
all’interno di quella vocazione.
C’è dunque una
responsabilità congiunta e multipla in questo processo di integrazione perché
possa riuscire al meglio.
La responsabilità
La responsabilità è della
persona: si è aperta, si è lasciata conoscere e accompagnare in questo processo
sempre in atto di integrazione, negli anni del discernimento?
La responsabilità è di
chi accompagna: è in grado di stare accanto a questi processi senza intervenire
prendendo il posto dell’altro, né scandalizzarsi dei passi incerti e instabili
di chi è in cammino, delle cadute e delle incoerenze? È in grado di affiancare
la maturazione psicoaffettiva del seminarista nella sua globalità, o si fissa
su questo o quell’aspetto in particolare, perdendo la visione d’insieme? Molto
dipende dal lavoro personale: se e quanto il formatore, il rettore, il vescovo
abbia fatto un lavoro su di sé o, invece, pensi di occuparsi di formazione
senza un lavoro personale previo.
La responsabilità è
dell’istituzione: quale “format” di sacerdote ha in mente il seminario o la
comunità formativa nel proporre delle tappe di crescita e poi delle verifiche?
I programmi di formazione permanente rispondono a quale “modello sacerdotale”?
L’integrazione e la comunità
Il sacerdote ben
integrato è colui che viene aiutato a essere autenticamente uomo, con tutte le
proprie fragilità, a servizio della Chiesa, della sua Diocesi, e della gente che gli verrà
affidata, senza dover tenere un’immagine fittizia che non renda ragione del suo
essere un umano tra gli umani, perché alla lunga la sola “immagine” non regge.
L’inautenticità si paga nel tempo, questo è certo.
Infine, la responsabilità
è della comunità. Talvolta, sia dentro che fuori le nostre comunità
parrocchiali, si sentono ancora persone che faticano a concepire “il prete in
vacanza”, o che chiede una pausa perché ha bisogno di recuperare energie, o che
va in psicoterapia: «Che bisogno vuoi che abbia proprio un prete,
se è lui che deve aiutare altri?».
Appunto! Come i
professionisti della salute fisica e mentale hanno bisogno di confrontarsi con
colleghi o con un’équipe, di aggiornarsi, di fermarsi per riprendere la carica,
i sacerdoti per il tipo di servizio delicato e oneroso di ascolto, di accompagnamento,
di impegno pubblico hanno bisogno di altrettanta cura. È una consapevolezza da
acquisire in prima persona, ma che tanto l’istituzione quanto la comunità
credente, a sua volta, devono acquisire: il sacerdote non è solo colui che
eroga una prestazione, o che porta avanti l’azienda-diocesi. Che abbia concluso
la formazione non equivale allo “stare a posto per sempre”.
L’equilibrio
È innanzitutto una
persona che dovrà custodire un equilibrio psicoaffettivo perché non si logori,
data anche la tipologia di impegno. Non possiamo più pensare alla riuscita
vocazionale sono in chiave strettamente personale: c’è un io, certamente, ma
c’è anche una comunità che contribuisce (o meno) all’equilibrio delle coppie,
come dei presbiteri e delle vocazioni religiose.
La domanda si potrebbe
leggere in modo speculare: il singolo ha una comunità di riferimento? Questo è
un macrotema, magari da riprendere e approfondire: quanto siano effettivamente
“allenati” alla fratellanza i sacerdoti all’interno della stessa diocesi (il
presbiterio), o di una medesima comunità.
Conosco sacerdoti che si
sono aiutati l’un l’altro, quando negli anni hanno avuto momenti molto duri di
dubbio vocazionale, sono riusciti a chiedere una mano, e hanno potuto
recuperare il proprio equilibrio, riprendendo meravigliosamente la missione
pastorale. Altri, invece, che non ce l’hanno fatta.
Speriamo anche noi,
laiche e laici, di poter restituire altrettanto bene, di poter aver cura di
voi, e che voi possiate trovare porte aperte nelle nostre case quando ne
abbiate bisogno.
Alzogliocchiversoilcielo
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