L’intelligenza artificiale come nuova “forza della
natura” impone una governance globale: servono regole condivise,
istituzioni internazionali e un’etica comune per stabilire limiti e
responsabilità di una tecnologia che può trasformare il futuro dell’umanità.
-di Vito Mancuso
Qualcuno ancora ricorda la memorabile scena dell'Apprendista
stregone nel film "Fantasia" di Walt Disney? È stata la prima immagine
affacciatasi alla mia mente dopo aver letto le dichiarazioni di Bill Gates secondo cui l'IA va oggi trattata non
più come uno strumento tecnologico ma come "una forza della natura che
l'uomo ha scatenato". Ho subito rivisto Topolino apprendista stregone che,
a seguito delle misteriose forze evocate, era caduto nel panico di fronte alla
foresta impazzita di scope che, da pacifici strumenti, si erano trasformate in
minacciosi guerrieri. Ora Topolino siamo noi.
Dopo aver delineato la vera natura dell'IA e chiarito che da come
la gestiremo (o ne saremo gestiti) dipende il nostro futuro, Bill Gates ha poi
sostenuto che occorre procedere sostanzialmente su tre fronti:
1) creare un'agenzia internazionale di governo dell'IA, così come già
avviene con l'energia atomica;
2) tassare le imprese che licenziano lavoratori a causa dell'IA,
così da creare con queste tasse una specie di cassa integrazione o reddito di cittadinanza per chi rimane senza
lavoro;
3) riservare agli esseri umani almeno il 40 percento dei posti di
lavoro, una sorta cioè di obbligatoria "quota rosa", salvo stabilire
quale colore possa essere il più adatto per contrassegnare la quota
umana.
Mi soffermo sul primo punto. Per Bill Gates è necessaria una
"gestione politica" dell'IA, ma in cosa concretamente può consistere
tale gestione politica? Anzitutto nella stipulazione di leggi da parte del
potere legislativo, poi nella loro effettiva applicazione da parte del potere
esecutivo, infine nella possibilità di sanzionare le infrazioni da parte del
potere giudiziario. Tutti e tre i poteri fondamentali che costituiscono
l'autorità di uno stato moderno devono entrare necessariamente in gioco se si
vuole istituire una governance davvero efficace della nuova forza della natura
che abbiamo scatenato. Ma allora da qui rinasce nel modo più cristallino la
necessità imprescindibile del diritto internazionale. E quindi dell'Onu. Bill Gates infatti potrà anche andare in Cina per
incontrare il Presidente Xi Jinping (come io spero che presto avvenga), potrà
inoltre incontrare un presidente Usa finalmente di nuovo degno di questo nome
al termine del mandato dell'attuale, ma nessun accordo tra Usa e Cina da lui
promosso potrà mai avere un'effettiva applicazione a livello mondiale senza il
diretto coinvolgimento dell'Onu. Ne viene che il diritto internazionale e la sua principale
istituzione oggi così marginalizzati, riacquistano necessariamente il centro
della scena politica.
Ma occorre procedere oltre e chiedersi su quale base si potrà
fondare la necessaria legislazione sull'IA. E qui appare chiaro come il diritto
nel suo farsi rimandi all'etica, vale a dire a una precisa visione dell'uomo e
dei valori irrinunciabili per tutelarne la dignità. La governance mondiale
dell'IA, in altri termini, non potrà essere attuata senza un'etica mondiale, la
quale rimanda organicamente a quel progetto di "World Ethos" coraggiosamente portato avanti dal
teologo svizzero Hans Küng.
La situazione quindi è riassumibile nei seguenti passaggi:
1) la tecnologia ha creato una forza di natura dalle potenzialità
immense, in senso sia positivo sia negativo per l'umanità, ma essa non la sa
governare;
2) noi abbiamo bisogno di un'istituzione politica internazionale
che la governi;
3) perché questa istituzione possa effettivamente legiferare c'è
bisogno di un accordo universale sui principi etici irrinunciabili.
La situazione è tale che forse si può avverare oggi quanto avveniva
anticamente nell'isola di Creta, i cui abitanti, sempre fortemente divisi tra
loro in fazioni rivali, si coalizzavano sistematicamente tra loro all'apparire
di un nemico esterno così che riuscivano a respingerlo.
Noi abbiamo bisogno di questa rinnovata "sincreticità",
cioè di un'energia intellettuale che unisca le forze fondamentali degli esseri
umani al fine di salvare l'umanità dalla tecnica da essa stessa evocata. La
scena dell'apprendista stregone del film di Walt Disney si chiude con l'arrivo del maestro
stregone che ferma con un cenno le scope impazzite, ma da noi non arriverà
nessun Superuomo a porre rimedio, ci dobbiamo pensare da noi. E forse da questo
rinnovato pensare a noi stessi, a cosa sia davvero importante per la nostra
vita, potrà sorgere una via di uscita. Ha scritto Hölderlin: "Ma dov'è il pericolo, cresce anche ciò
che dà salvezza".
Nessun commento:
Posta un commento