Il bene comune
Le questioni poste dal caldo estremo come (probabile) dato strutturale del futuro mostrano l’inadeguatezza dei criteri con i quali affrontiamo le grandi sfide di questo tempo. Che esigono il coraggio di saperci prendere cura di ciò che appartiene a tutti.
L’estate
del 2026 sarà ricordata per il caldo. Da settimane l’Europa è attraversata
da ondate di calore che hanno trasformato un fenomeno
atmosferico in una questione sociale. Le città sono diventate inabitabili, gli
ospedali hanno registrato un aumento dei ricoveri, gli anziani e le persone più
fragili hanno pagato il prezzo più alto. L’agricoltura ha sofferto, i consumi
energetici sono aumentati, lavorare è diventato difficile. Il caldo ha
mostrato, ancora una volta, quanto sottile sia il confine tra normalità e
vulnerabilità.
Tutti speriamo che si
tratti di un’eccezione. Ma in realtà è ragionevole pensare che si tratti di
un’anticipazione di quello che ci aspetta. Se anche così fosse, non è la
rassegnazione che deve prevalere. Le società umane hanno sempre saputo
adattarsi. Lo faranno anche questa volta. Costruiremo edifici migliori,
ripenseremo le città, svilupperemo nuove tecnologie, cambieremo le nostre
abitudini. La capacità di apprendere è la grande forza della nostra
specie.
E tuttavia, sarebbe miope
non accorgersi che il caldo è (l’ennesimo) segnale di una difficoltà più
profonda. Davanti alle sfide che ci riguardano tutti ci scopriamo
sorprendentemente deboli. È successo con la pandemia. Accade con il cambiamento climatico. Ma lo vediamo anche col disordine
geopolitico, le migrazioni, il governo dell’intelligenza artificiale, gli squilibri demografici.
Disponiamo di strumenti
scientifici e tecnologici straordinari, eppure non riusciamo ad affrontare con
efficacia i problemi che abbiamo in comune. Il punto è che siamo entrati in una
nuova fase della storia.
Per oltre due secoli la
modernità si è costruita attorno a una promessa precisa: liberare l’individuo
dai vincoli tradizionali e affidare al mercato e allo Stato il compito di
organizzare la vita collettiva. È stato un progetto che ha portato libertà, innovazione,
ricchezza, diritti. Ma oggi ne vediamo anche i limiti.
Viviamo in un mondo nel
quale tutto è diventato interdipendente. Le emissioni prodotte in un continente
modificano il clima di un altro. Una guerra lontana cambia il prezzo
dell’energia. Una crisi finanziaria attraversa il pianeta in poche ore. Gli
squilibri economici e ambientali spingono le migrazioni che trasformano poi i
nostri quartieri. Un virus percorre il mondo in pochi giorni. Le reti digitali
mettono in relazione miliardi di persone nello stesso istante.
L’interdipendenza è
diventata un tratto costitutivo della nostra esistenza.
Ma il problema è che
continuiamo a pensarci con le categorie nate in epoche passate. Abbiamo
affidato quasi tutto al mercato, immaginando che la ricerca dell’interesse
individuale producesse automaticamente un beneficio collettivo.
In molti casi è stato
così. Ma i beni comuni non funzionano secondo questa logica.
Nessuno, perseguendo soltanto il proprio vantaggio, può produrre un clima
stabile, una pace duratura o un equilibrio demografico.
Allo stesso modo, abbiamo
delegato sempre più la nostra responsabilità personale agli apparati pubblici e
ai sistemi tecnici. Ogni problema sembra dover essere risolto da
un’amministrazione, da un ministero, da un’autorità, da un esperto. Gli
apparati sono indispensabili. Ma quando diventano gli unici protagonisti
finiscono, quasi inevitabilmente, per deresponsabilizzare cittadini, comunità,
associazioni, imprese. La sussidiarietà non è un lusso della democrazia: è la
condizione che rende una società capace di agire e, in questo modo, di
rigenerarsi.
Infine, continuiamo a
chiedere agli Stati nazionali di governare fenomeni che hanno ormai
una scala globale. Ma gli Stati possono difendere gli interessi dei propri
cittadini; fanno molta più fatica a difendere interessi che appartengono
all’umanità nel suo insieme. È qui che nasce la sensazione di impotenza che
attraversa le democrazie contemporanee.
Per questo il nodo
decisivo non è soltanto politico o tecnologico. È culturale. E spirituale.
Dobbiamo imparare a pensare il bene comune in modo nuovo. Non come un ideale morale
da evocare nelle cerimonie ma come la condizione concreta di ogni avvenire. Il
bene comune è ciò che nessuno può costruire da solo e di cui tutti hanno
bisogno. È l’aria che respiriamo, il clima che rende abitabile il pianeta, la
pace che permette lo sviluppo, la fiducia che sostiene l’economia, la natalità
che garantisce il ricambio tra le generazioni, l’ospitalità che ricrea la
socialità.
La grande questione del
nostro tempo è tutta qui. Abbiamo costruito una civiltà straordinariamente
efficace nel moltiplicare le possibilità individuali. Ora dobbiamo imparare a
generare le condizioni collettive che rendono quelle possibilità realmente vivibili.
È dunque questa la
lezione di questa estate rovente: il clima sta cambiando.
Ma cambia anche quel
mondo nel quale potevamo immaginare che i problemi comuni si risolvessero come
effetto secondario delle nostre scelte individuali.
Il XXI secolo ci pone davanti a una sfida nuova: siamo
capaci di prenderci cura di ciò che appartiene a tutti? Da come risponderemo
dipenderà non soltanto la qualità della nostra convivenza ma la possibilità
stessa di abitare il tempo che viene.
Nessun commento:
Posta un commento