VATICAN NEWS

sabato 11 luglio 2026

LA SCLEROCARDIA

 


Ascoltare 

e intendere,

per guarire

 dalla sclerocardia




Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola nella XV domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 55,1-110; Sal 64/65; Rm 8,18-23; Mt 13,1-9

È raro che le parabole raccontate da Gesù, nei vangeli, siano corredate da spiegazioni. Le parabole del Maestro di Nazareth erano insegnamenti caratterizzati dalla semplicità, proprio per trovare immediata accoglienza e – quindi – per essere facilmente comprese da quelli che lo stesso Gesù chiamava i “piccoli”, ai quali tramite di lui venivano rivelati il volto paterno di Dio e il suo amore salvifico. Le parabole, sotto questo profilo, ricavavano i loro contenuti e le loro parole-chiave dalla routine quotidiana degli uditori, perciò dal lavoro dei campi, o dalla fatica notturna della pesca, o dalla vita familiare, o dai momenti conviviali non meno che da quelli dolorosi, o da alcuni fatti di cronaca, o da alcuni eventi politici. Non occorreva essere “dotti” o “sapienti”, per scorgervi tra le righe lo scenario – in ogni caso inedito e inaudito – della rivelazione.

I piccoli

Tuttavia, i “piccoli” a cui Gesù rivelava il Regno di Dio rappresentavano una tipologia ben precisa di uditori: non si trattava di tutti coloro ai quali il Maestro di volta in volta narrava le sue parabole, bensì soltanto del gruppo dei suoi discepoli. In mezzo alla folla stavano, spesso, proprio quei “dotti” e quei “sapienti” che, per la loro sicumera dottrinale, presumevano di saper indovinare da sé stessi il senso autentico degli antichi rotoli biblici e mettevano continuamente sotto esame il Rabbi galileo. E, in quella calca, si celavano pure gli imboscati inviati dalle autorità a spiare Gesù. Inoltre c’erano molti passanti distratti, semplicemente curiosi di vedere colui che alcuni spacciavano per il messia, magari restando subito delusi dalla sua figura inerme. E c’erano comunque delle persone rette e attente, che anelavano sinceramente a mettersi in discussione nel confronto diretto con quel giovane Maestro, sperando ardentemente di riconoscere in lui l’inviato del Signore.

La parabola

A questo eterogeno uditorio erano rivolte le parabole. Per molti di quegli interlocutori, esse restavano incomprensibili. Perché in tanti casi non erano affatto semplici da capire. Erano anzi enigmatiche, sospese tra il detto e il non detto. Costituivano certamente uno squarcio che gettava luce sui «misteri del Regno dei cieli», ma al contempo ri-velavano, stendevano un nuovo velo su quei misteri che – come dice l’etimo greco di questa parola – sembrano destinati a rimanere “chiusi” per tanta gente. E dischiusi, semmai, solo per alcuni. Giustappunto per i “piccoli”, per i discepoli.

Ecco perché di alcune parabole troviamo – segnatamente nel vangelo secondo Matteo – anche le spiegazioni. Come nella pagina evangelica che la liturgia della Parola oggi ci propone. Gli esegeti ci avvisano che quelle spiegazioni, molto probabilmente, sono state aggiunte successivamente dagli stessi discepoli alle parole effettivamente proferite da Gesù nel raccontare le sue parabole. Può darsi. In ogni caso le spiegazioni delle parabole evidenziano proprio ciò che quei “piccoli” avevano compreso – perché dovevano comprenderlo –, ascoltando l’insegnamento del loro Maestro.

Il seminatore

Nell’odierno brano matteano la parabola è quella del seminatore, che si reca alla semina, spargendo i grani di frumento con prodigalità, senza badare più di tanto a indirizzarli esclusivamente sul terreno buono che li avrebbe potuto fruttuosamente prendere in consegna per restituirli moltiplicati, sotto forma di spighe, al momento della mietitura. Per questo il seme piomba anche su terreni non adatti, lì dove finisce per andare sprecato, mangiato dagli uccelli, o impossibilitato a mettere radici profonde in mezzo ai sassi, o soffocato dai rovi e dalle erbacce. È l’esito scontato di un racconto ovvio.

Chi ha orecchi ascolti

O meglio: apparentemente ovvio. Perché questa parabola esige subito di essere interiorizzata e applicata al vissuto di chi l’ha sentita. L’avvertimento del narratore ce lo fa chiaramente intuire: «Chi ha orecchi, ascolti», dove “ascoltare” assume una valenza ermeneutica e sta per “interpretare”, “discernere”, “comprendere”, “intendere”, “capire bene”. Gli uditori, cioè, non devono limitarsi a un ascolto sbrigativo e superficiale, come quello che si presta a un barzellettiere. Gesù, con questo mashal – con questo detto proverbiale, tipico della sapienza rabbinica – provoca chi sta a sentire la sua parabola a entrarvi dentro, a mettersi al posto di quelle differenti tipologie di terreno su cui il seme va di volta in volta a cadere. Gli orecchi sono anch’essi una metafora: indicano il cuore. Col cuore si deve riascoltare e comprendere la parabola. Vale a dire facendola scivolare nel profondo della coscienza, meditandola seriamente, pensandoci su con onestà intellettuale, giacché il “cuore” (kardía nel greco dei vangeli), nel contesto culturale e religioso in cui Gesù predicava, era la sede dei ragionamenti e dei pensieri, non quella delle emozioni e dei sentimenti (che gli israeliti situavano piuttosto nelle viscere intestinali, negli organi dello stomaco, rahamim in ebraico, tà splánchna in greco).

Perché?

Si spiega in tale prospettiva il fatto che i discepoli «allora si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”». Pietro e gli altri amici di Gesù sono i primi a registrare la difficoltà insita nelle parabole. Sperimentano loro stessi la difficoltà di capirle, ogni volta che non riescono a concentrarsi interiormente mentre ascoltano il Maestro. E ogni volta che oppongono resistenza alla provocazione di entrare personalmente nell’orizzonte nuovo di cui le parabole sono la soglia. La risposta di Gesù alla domanda dei discepoli è severa: le parabole risultano difficili «perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile». E questo indurimento del cuore non è soltanto una malaugurata malattia, che colpisce all’improvviso, come un infarto, sicuramente non desiderato da chi ne rimane vittima.

La sclerocardia

La “sclerocardia” è una scelta rovinosa: consegue alla decisione di chiudersi – per un motivo o per l’altro – all’annuncio evangelico. Gesù allude a coloro che si fanno spiritualmente sordi per non comprendere col cuore, per non convertirsi e per non essere guariti dalla loro sclerocardia. Essi preferiscono restare refrattari alla rivelazione, non le concedono alcun adito a radicarsi e a fruttificare nella loro esistenza. Papa Francesco avrebbe parlato, a tal proposito, di una espiritualidad del avestruz, cioè di una “spiritualità dello struzzo”, che ficca la testa nella sabbia per non considerare debitamente ciò che è necessario per convertirsi. Qualcun altro, in Italia, precisamente in Sicilia, negli scorsi decenni, ha parlato pure di “pastorale dello struzzo”, per dire che ci si comporta anche in ambito ecclesiale come lo struzzo, ignorando deliberatamente le cose che sarebbe urgente cambiare.

Il seme e il frutto

Se, dunque, nella parabola del seminatore c’è al centro il seme della Parola santa di Dio, la spiegazione che in seconda battuta viene esposta nella pagina evangelica dà rilievo al terreno in cui quel seme deve attecchire. Il terreno non è meno importante del seme sparso dal divino seminatore, poiché la rivelazione non è un indottrinamento piovuto dall’alto, ma una relazione d’amore. E come tale richiede ricezione, accoglienza, risposta. Ogni seme ha bisogno del terreno ad esso adatto, un terreno che gli corrisponda peculiarmente, per potervi germogliare e fruttificare. Il terreno specificamente adatto al seme della Parola è il cuore dell’essere umano, la sua intima coscienza, il suo concreto vissuto personale.

Far germogliare la Parola nel cuore, tra le pieghe della coscienza, significa convertirsi. Farla fruttificare nel proprio vissuto vuol dire lasciarsi guarire.

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