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venerdì 3 luglio 2026

I TRE VOLTI

 


I tre volti 

di 


uno scisma





-di Giuseppe Savagnone 


Il volto ecclesiale

La scelta della Fraternità sacerdotale San Pio X di ordinare quattro nuovi vescovi si può considerare sotto profili diversi. Il più evidente – di cui soprattutto si sono occupati i media – è quello ecclesiale. Dopo la scomunica da parte di Giovanni Paolo II, che nel 1988 fece seguito all’ordinazione di altri quattro vescovi da parte del fondatore della Fraternità, mons. Lefebvre, c’erano stati degli sforzi di riavvicinamento, culminati nella remissione della scomunica da parte di Benedetto XVI, che aveva anche ammesso nuovamente l’uso del messale preconciliare.

Papa Francesco aveva revocato la liberalizzazione della messa in latino, ma aveva concesso ai preti lefebvriani la potestà di confessare durante il Giubileo della misericordia (2015-2016) e la possibilità – da valutare però caso per caso – di celebrare matrimoni.

Con la decisione di ordinare altri quattro vescovi senza il mandato della Santa Sede, il superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, ha respinto l’accorato appello di papa Leone a mantenere aperto il dialogo e ha reso inevitabile una nuova scomunica. Si tratta, infatti, di una sfida aperta all’autorità del pontefice, come era stata quella del defunto mons. Lefebvre. Un gesto che consacra la disobbedienza della Fraternità al papa, rompendo la comunione con lui, e determina automaticamente lo scisma.

Questa mossa, in verità, può apparire – e secondo molti è – contraddittoria con la volontà della Fraternità di ritornare al Catechismo di Pio X, in cui è rigorosamente prescritta l’obbedienza al papa. Ma già secondo Lefebvre la crisi della Chiesa era così grave da giustificare misure eccezionali per salvaguardare l’ortodossia, rendendo leciti atti normalmente proibiti dal diritto canonico. 

E anche don Pagliarani si appella a uno “stato di necessità” per una presa di posizione che a suo avviso è motivata da una più profonda fedeltà alla Chiesa e al papa, perché volta a ricondurli alla retta interpretazione della tradizione ecclesiastica. Come scrive nella sua risposta all’appello di Leone: «Lungi da noi il volerci separare dalla Chiesa di Roma – si legge nel testo – al contrario, desideriamo servirla con mezzi straordinari, come si soccorrerebbe una madre in difficoltà che necessita di un aiuto particolare, anche se tale aiuto non è compreso da tutti».

Le ragioni del dissenso

La Fraternità, infatti, ritiene che il Concilio Vaticano II abbia creato una frattura nella tradizione della Chiesa e abbia dunque tradito lo spirito del cattolicesimo. Un punto cruciale è, a questo proposito, il riconoscimento contenuto nella dichiarazione conciliare Dignitatis humanae  – poi sviluppato in particolare da Giovanni Paolo II e da papa Francesco con gesti pubblici di apertura e di dialogo –  che c’è della verità anche nelle altre religioni e nelle altre confessioni cristiane, valorizzandone così la funzione spirituale, invece di bollarle semplicemente come errori da combattere in nome dell’unica verità rivelata e di cui solo la Chiesa cattolica sarebbe depositaria.

Ma ad apparire inaccettabile ai seguaci di mons. Lefebvre è anche la nuova dimensione comunitaria introdotta dalla costituzione conciliare Lumen gentium, che rovescia la concezione piramidale e gerarchica della Chiesa, mettendo in primo piano il popolo di Dio, desacralizzando la gerarchia e valorizzando il laicato.

È solo una conseguenza di queste divergenze di fondo quella che spesso è stata scambiata per il problema cruciale, la celebrazione della messa in latino. Dove in realtà la questione della lingua è certo significativa, ma secondaria rispetto al fatto che si tratta di una messa celebrata con un rito non rispondente alla nuova visione del Concilio.

Un solo esempio: una delle novità della messa post-conciliare è il fatto che il celebrante non dà le spalle al popolo – volgendosi come suo rappresentante ad Orientem, verso Dio – ma celebra rivolto ai fedeli, partecipando insieme a loro alla comune mensa sacrificale.

È evidente che quello della Fraternità San Pio X è una reazione a tutto ciò che di nuovo la Chiesa ha espresso in questi anni. Eppure, deve far riflettere il fatto che, contrariamente a quanto molti immaginavano nel 1988, essa non si è estinta con Lefebvre, ma è cresciuta. Se allora contava poco più di duecento sacerdoti, l’anno scorso ne contava 733, con altri 264 seminaristi, oltre a religiosi e religiose presenti in numerosi Paesi e alcune centinaia di migliaia di laici che gravitano attorno alle sue opere.

Non solo. All’interno della stessa Chiesa cattolica si registrano segni di nostalgia del passato. E quello che colpisce è che essi vengono soprattutto dai giovani preti, con il ritorno a un accentuato ritualismo, all’uso della talare, alla sottolineatura dell’autorità dei presbiteri. È come se si sentisse il bisogno di puntare su contrapposizioni nette e di trincerarsi dietro forme rigide, per difendere una identità minacciata dalla complessità e dalla problematicità della realtà attuale. Ma, in definitiva, è una fuga dai dubbi e dal confronto, che rivela una sostanziale debolezza.

Il volto teologico-culturale

Questo apre la strada a un secondo aspetto dello scisma, assai meno trattato, quello teologico-culturale. Liquidare lo smarrimento di cui si è detto come un fatto meramente psicologico rischia di coprire i problemi che il cristianesimo – non solo quello cattolico – sta affrontando, in questa che – come lucidamente ha precisato papa Francesco – non è un’epoca di cambiamento ma un cambiamento epocale.

Il distacco dalla Chiesa di masse sempre più imponenti di fedeli evidenzia la difficoltà del messaggio cristiano a presentarsi come attuale e coinvolgente per gli uomini e le donne del nostro tempo. Più che le chiese vuote, il problema sembra la difficoltà delle persone – anche di chi ancora le frequenta – a trovare credibile il Vangelo e a vivere con l’intensità di una volta la loro adesione di fede nel nuovo contesto culturale.

Da qui i tentativi di diversi teologi di pensare in modo nuovo l’oggetto di questa fede, anche ricorrendo a vere e proprie rivoluzioni dottrinali, come quella implicita nelle diverse forme di post-teismo, che arrivano a rimettere in questione perfino l’esistenza di un Dio trascendente il mondo. Col rischio, però, che, piuttosto che di un’attualizzazione delle verità da sempre credute, si tratti di una loro sostituzione con altre.

E anche nel modo di concepire il pluralismo religioso, il rispetto per le altre fedi finisce a volte per tradursi nella riduzione della figura di Gesù Cristo a quella di uno dei tanti fondatori di religioni, spogliandola della divinità che le attribuisce il Credo elaborato dalla Chiesa indivisa nel primo millennio della sua storia. Col risultato di svuotare l’idea centrale del cristianesimo, che è quella dell’assunzione della nostra umanità da parte di Dio stesso.

Da qui l’irrigidimento di chi, per difendere la tradizione, la identifica con una pura e semplice conservazione, assumendo come assoluta questa o quella formulazione del passato, senza rendersi conto dell’arbitrarietà di una simile scelta: perché proprio il catechismo di Pio X, o le formule del Concilio tridentino, e non altre fasi della storia cristiana?

Quando invece ogni tradizione è per sua natura dinamica e deve sempre fare i conti con i nuovi contesti culturali in cui si trova a vivere, arricchendosi grazie ai loro apporti. Quella della Chiesa, poi, è il processo attraverso cui i discepoli di Gesù sono chiamati a una sempre più profonda comprensione del suo messaggio, sotto la guida dello Spirito Santo, come ha promesso il Maestro ai suoi prima di lasciarli.

Ciò non avviene, però, senza il contributo attivo degli uomini e delle donne di ogni epoca. E, per quanto riguarda la nostra, la Chiesa non potrà far fronte adeguatamente al suo compito di traduzione del Vangelo nel linguaggio del nostro tempo senza un forte slancio di pensiero creativo e, al tempo stesso, fedele all’essenziale. Il richiamo del passato, di cui lo scisma è una manifestazione, rivela questa difficoltà a costruire il futuro.

Il volto politico

Ma c’è anche un terzo volto di questo scisma, che non va trascurato, quello politico. L’opposizione al messaggio sociale proposto energicamente dagli ultimi papi ha avuto il suo fulcro, negli Stati Uniti, in ambienti religiosi conservatori, prevalentemente evangelici, ma in una certa misura anche cattolici. E, reciprocamente, il messaggio che viene da un’esperienza come quella della Fraternità è decisamente di appoggio alla destra, a livello internazionale come a quello italiano.

Destò un certo scalpore, a questo proposito, la scoperta che uno dei quattro vescovi consacrati nel 1988 da Lefebvre, mons. Richard Williamson, era un deciso negazionista dell’Olocausto. E, nell’ottobre del 2013, è stata la Fraternità di San Pio X a voler ospitare la funzione religiosa dei funerali del gerarca e criminale nazista Eric Priebke.

Non è un caso, perciò, che alla consacrazione dei quattro vescovi scismatici siano stati presenti, unici rappresentanti politici, l’ex europarlamentare della Lega Mario Borghezio, oggi aderente a Futuro Nazionale (il nuovo partito di Vannacci), e una delegazione di Forza Nuova guidata da Roberto Fiore.

Una destra cinicamente aggressiva e sprezzante dei diritti delle persone e dei popoli sta dilagando in Europa e nel mondo, dagli Stati Uniti ai paesi del Sudamerica, dall’Italia alla Germania, da Israele al Giappone. La Chiesa cattolica è forse attualmente l’unica voce che si oppone a questa marea e si leva a difesa dei poveri, dei migranti, degli inermi.

Alle forze della reazione emergenti ne serve un’altra, che pretenda di essere anch’essa pienamente cattolica, e che avalli la linea di quei governanti che, come la nostra Meloni, fanno dell’erezione di muri contro i migranti il loro fiore all’occhiello, senza però voler rinunciare alla pretesa di essere paladini del cristianesimo («Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana») contro il pericolo dell’invasione dell’islam.

La Fraternità di San Pio X si presta perfettamente a questa operazione e indica comunque la direzione di una nuova conciliazione tra potere politico e cristianesimo. Anche qui, tuttavia, si tratta di una sfida che può essere salutare. Essa costringe il mondo cattolico a una riflessione sulla propria assenza dalla scena politica.

Più in generale, sotto tutti e tre i profili che abbiamo esaminato, questa riedizione dello scisma del 1988 potrebbe rivelarsi una nuova occasione di risveglio per una Chiesa spesso stanca e demotivata.

Non ci sono ricette. Come papa Leone ha ricordato nella sua enciclica, dipende da ognuno di noi decidere se lasciarsi dominare dalla logica del potere dell’omologazione espressa nella torre di Babele o contribuire alla ricostruzione delle mura della città di Dio, in cui l’umano è custodito e può fiorire. 

A ciascuno la scelta.

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