-di Rocco Femia
C’è una domanda che mi torna alla mente ogni volta che nella Chiesa esplode una polemica come quella che in queste ore oppone Roma ai lefebvriani: dov’è finito Gesù di Nazaret?
Confesso che la prospettiva di un nuovo scisma mi inquieta meno di un’altra possibilità: che, a duemila anni dalla sua morte, dei cristiani possano ancora considerare la difesa di una certa idea della Tradizione, della liturgia e dell’identità ecclesiale una ragione sufficiente per spezzare la comunione ecclesiale.
È questa la domanda che dovremmo avere il coraggio di porci.
Come può una religione il
cui fondatore ha continuamente ricordato che il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato arrivare ancora a dividersi sulla difesa
di un determinato modello di Chiesa?
Nei Vangeli, le parole più dure di Gesù non sono rivolte ai peccatori. Sono rivolte ai professionisti della religione, quando la religione diventa più importante dell'uomo.
Gesù non ha lasciato un trattato di liturgia. Non ha scritto un manuale di
cerimoniale. Non ha stabilito un codice sull’abbigliamento sacro né una disciplina
dettagliata dei riti. Il centro del suo insegnamento era altrove. Ed è forse proprio questo il
punto che rischiamo di dimenticare. Ha parlato della giustizia, della misericordia, del
perdono, del rapporto con il denaro e con il potere, dell’ipocrisia religiosa, della
dignità degli ultimi. Ha ricordato instancabilmente che l’uomo vale più della norma e che il prossimo conta più dell’osservanza.
È difficile immaginare
che il cuore del cristianesimo possa davvero identificarsi con la lingua di una liturgia, la forma di un rito o la difesa di un determinato
assetto ecclesiale.
Eppure, duemila anni
dopo, ci sono cristiani disposti a rompere la comunione per difendere ciò che ritengono essere l’unica autentica interpretazione della
Tradizione.
È un paradosso che
dovrebbe inquietarci.
So bene che, ai loro occhi, non è in gioco una semplice questione liturgica.
Essi ritengono di custodire l’integrità della fede.
È proprio per questo che la domanda diventa ancora più radicale.
quello di essere troppo fedele alla Tradizione.
La fedeltà è una virtù quando rimane viva.
Il problema nasce quando
la Tradizione smette di essere una trasmissione e diventa un rifugio, quando non conduce più al Vangelo ma finisce per
sostituirlo.
Allora il cristianesimo non si presenta più come un incontro capace di
trasformare un'esistenza, ma come un'identità da difendere.
E quando una religione diventa soprattutto un marcatore identitario, smette poco a poco di essere un’avventura spirituale. Serve a distinguere chi è «dentro» da chi è «fuori», chi possiede i codici giusti da chi non li possiede.
È qui che si manifesta il
paradosso più drammatico.
Nel tentativo di
difendere il cristianesimo, si rischia di nascondere Cristo dietro il cristianesimo stesso.
La vera crisi non è che
alcuni cristiani difendano troppo la Tradizione. La vera crisi comincia quando il cristianesimo prende il posto di Cristo.
Non credo che il
cristianesimo sia nato per formare custodi di un museo. È nato da una parola che invitava a uscire da sé, ad andare incontro all’altro, ad amare
oltre ogni appartenenza, a spostare le frontiere invece di rafforzarle.
Per questo ciò che sta
accadendo oggi va ben oltre il caso dei lefebvriani. Non riguarda soltanto un conflitto tra Roma e una fraternità sacerdotale. Pone una domanda che interpella ogni credente e, in fondo, ogni religione: che cosa
stiamo
davvero difendendo?
Un’identità o una
speranza? Un sistema o un messaggio? Una Tradizione o il Vangelo che quella Tradizione dovrebbe custodire e trasmettere?
Una religione non tradisce il suo fondatore soltanto quando nega le sue parole.
Può tradirlo anche quando parla continuamente
di lui senza più guardare il mondo con suoi occhi.
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Articolo
pubblicato nella pagina Facebook dell’autore il 30.6.2026
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