Riscoprire
il senso dell'attesa
Con l’inaugurazione della
Torre di Gesù che renderà la basilica di Gaudí la più alta del mondo, si compie
un gesto simbolico profetico. L’architetta Curti, esperta dell’artista: “Ha
voluto creare un’arte dell'incontro, riportare la capacità di vedere il trascendente.
Il lavoro che c'è dietro ci invita a gustare la pazienza con cui si costruisce
l'amore”
-di Antonella Palermo -
Inviata a Barcellona
Guardare in alto è più
rischioso che guardarsi i piedi, ma è in questo rischio che si gioca l’esserci,
in questo squilibrarsi che si avverte il brivido di un corpo che vive, che non
si accomoda in posture inerti, che non guarda al proprio ombelico ma si sbilancia
fuori da sé. Accade quando si entra nella Sagrada Familia, attrazione
internazionale simbolo di Barcellona, 15 mila visitatori al giorno da ogni
parte del mondo, patrimonio Unesco consacrata come basilica nel 2010 da
Benedetto XVI. Qui si ha la possibilità di recuperare, al di là delle proprie
appartenenze, la capacità di stupirsi. Qui Leone XIV presiede la celebrazione
eucaristica la sera del 10 giugno, dopo aver pregato nella cripta sulla tomba
di Antoni Gaudì, l’artefice di questa imponente costruzione, nel centenario
della morte. E qui, dopo la Messa, inaugurerà la Torre di Gesù Cristo che la
farà svettare come chiesa più alta del mondo.
Recuperare lo stupore
Sarà una bambina cieca a
introdurre, dinanzi al Pontefice, il rito di benedizione della Torre. Con un
plastico tra le mani sarà lei a ‘toccare’ la torre condividendo questa
esperienza al Papa. Lei la vedrà con le mani. Lei si meraviglierà per prima.
Un’iniziativa dal forte valore simbolico intrapresa di concerto con
l’associazione Once, la più grande realtà in Spagna che si occupa
di non vedenti e che collabora con la Sagrada per progetti di accessibilità
dell’opera d’arte anche ai disabili. Perché entrare in questo tempio, in
effetti, è compiere un percorso multisensoriale, tornare in qualche modo a
percepirsi vivi, mobili, capaci di attraversare soglie, di tornare all’origine.
Era ciò che animava l’architetto catalano, convinto che qui stesse
l’originalità di un artista, di avvicinarsi continuamente all’origine, Dio. Una
vicinanza che non allontana dagli uomini, anzi, ne rinforza il legame.
La bellezza come via, non fine a sé stessa
Alla vigilia dell’arrivo
del Papa, il fiume umano che entra in questo cuore pulsante della città è
ininterrotto. “Gaudí ha vissuto per creare un'opera che potesse esprimere la
bellezza non fine a sé stessa, quanto invece una bellezza capace di suscitare meraviglia”,
sottolinea Chiara Curti, massima esperta del genio catalano.
Architetta milanese, vive e insegna a Barcellona presso l’Ateneu Sant Pacià,
dove tiene corsi su Modernismo, Gaudí e architettura cristiana. Diverse le
pubblicazioni dedicate al tempio dell’espiazione, tra cui “La Sagrada
Família. Cattedrale della Luce” (Triangle Books, tradotto in sei
lingue) e “Il mio Gaudí. La biografia scritta dai suoi amici” (Triangle
Books, tradotto in quattro lingue).
Gaudì, collaboratore
della creazione divina
Quando ha finito la prima
torre campanaria, si racconta che Gaudí abbia chiesto in giro come fosse
venuta: l’orologiaio gli disse che era bella, che portava un'allegria del cuore
e Gaudí era felice perché era andato a segno un suo desiderio profondo. “Leone
è un papa sommamente attento alla bellezza – osserva Curti -, e si incontrerà
con questo Gaudì che sempre si è presentato come un collaboratore del creatore,
una persona che aveva ben chiaro di non possedere l’opera, che era un'opera
ispirata da custodire. Lui si è proposto sempre come colui che la poteva curare
la Sagrada Familìa, come un giardiniere in un grande bosco, quel
bosco che tutte le cattedrali in realtà sono, grandi boschi di colonne”.
Gaudì ha voluto riportare
quella capacità di vedere il trascendente, secondo il tipico atteggiamento
dell'uomo medievale che quando entrava in una cattedrale si riconosceva proprio
dentro un bosco: “Noi contemporanei, invece, siamo molto più razionalisti,
vediamo solo delle colonne. Gaudì ha voluto riportarci questo uomo che è capace
di vedere qualcosa dietro ogni realtà, di trasfigurare tutta la realtà. Sì,
perché se io sono proprietario una cosa la posso anche buttare via, invece se
sono il custode posso solamente farla migliorare”.
Un’opera aperta, corale,
sempre nuova
Gaudì cominciò a lavorare
alla facciata della Natività nell’anno in cui Leone XIII scrisse la Rerum
novarum. E oggi Leone XIV, che ha appena dato alla luce la sua Magnifica
humanitas, arriva qui a inaugurare il nuovo tassello della Torre di Gesù.
Una sorprendente ricorrenza che Curti evidenzia mettendo in risalto le due
rivoluzioni storiche di cui l’arte di Gaudì continua a parlarci: quella
industriale di cui Barcellona era stata antesignana nel campo del tessile, e
quella contemporanea legata all’Intelligenza Artificiale. In gioco c’è sempre
un rinnovamento dell’uomo: all’epoca di Gaudì si trattava di liberare l’operaio
dall’anonimato e dal logorio della catena di montaggio, dalla massificazione
della società; oggi, si tratta ugualmente di ri-nascere, di ritrovare una
riserva di umanità, al di là di ogni tentazione di individualismo.
LA persona
“Gaudì sempre mette
l'accento sulla persona – sostiene Curti -, sembra quasi che la sua opera sia
una scusa per poter creare un’arte dell'incontro, dove ogni persona che lavora
con lui può introdurre dentro questa cattedrale il proprio segno creativo”. Un
vero maestro che non impone il suo progetto perché altri semplicemente lo
eseguano, ma un maestro che insegna una mentalità, un approccio inedito e in
qualche modo sovversivo, perché l'altro sia libero di poter fare l’opera: uno
dei motivi per cui le opere di Gaudì sono tutte diverse. Era lo stile di Gaudì
quello di partire dalla vita e non dai preconcetti, incline come era a
ribaltare l’approccio cattedratico di certi intellettuali, cosa che gli valse
anche discrete antipatie. Così che alla fine la scuola che lasciò in eredità
non fu un ‘gaudinismo’ di maniera ma “la scuola della carità”.
Il fascino del
non-finito, dell’attesa paziente e del desiderio
Entrare nella Sagrada
Familia è entrare in “un cantiere espiatorio che alimenta il senso che non
finisca mai”. In fondo, “tutta la storia dell'uomo è stata questa relazione col
cosmo, con Dio, con la luce, sempre è stata una relazione che non poteva iniziare
e finire rapidamente, ma che si è misurata con il tempo e finalmente con
l'eternità”, precisa ancora la professoressa Curti. “Non sappiamo quando la
Sagrada finirà e neanche come”, e non sembra essere questo l’elemento
importante. Manca tutta la facciata principale, che dovrebbe arrivare ad essere
circa tre volte più grande delle altre due, quella della Natività e quella
della Passione. Per costruire questa facciata è necessario demolire un edificio
costruito abusivamente negli anni Settanta, dove dentro vivono quaranta
famiglie. Non sarà impresa facile. “Oggi non siamo capaci dell'attesa, invece
la Sagrada Familia ci chiama ad avere questa possibilità di saper desiderare
ancora. Nel momento in cui io finisco una cosa, già non c'entra più niente con
me; al contrario, mettendo l'accento sul costruire - ché è quello che sta
facendo Papa Leone – implica che non è finita per niente, che dobbiamo
impegnarci a essere noi stessi i costruttori anche delle nostre vite”.
Vatican News
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