Il mistero
del Dio cristiano:
un solo Dio in tre Persone
Vangelo: Gv 3,16-18
In quel tempo, disse Gesù
a Nicodèmo: 16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare
il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la
vita eterna. 17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel
mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di
lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non
crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito
Figlio di Dio.
Commento di Renato De Zan
1. Il testo di Gv 3,16-18
è un breve frammento del dialogo tra Nicodemo e Gesù (Gv 3,1-21). La Liturgia
lo ha arricchito con l’aggiunta liturgica “In quel tempo, Gesù disse a
Nicodemo”. A una lettura attenta emergono con chiarezza tre “perché” (Gv 3,16c.17c.18e).
La struttura narrativa, dunque, si snoda secondo una logica chiarissima: prima
c’è la proposta di una verità operativa (Gv 3,16ab.17ab.18abcd) immediatamente
seguita da una motivazione che spiega l’obiettivo della verità operativa. Il
formulario evangelico proclamato nell’odierna liturgia è implicitamente
trinitario: il Padre manda il Figlio per salvare il mondo attraverso la fede
nel Figlio che è possibile solo con l’opera dello Spirito nell’uomo.
2. Sotto il profilo
letterario la struttura del brano è concentrica. Il primo segmento (/a/)
comprende quattro elementi: Dio + Figlio unigenito + perché + il verbo credere
(“chiunque crede”). Il segmento centrale (/b/) è costituito da cinque elementi:
Dio + Figlio + perché + due verbi in parallelismo sinonimico (non condannare //
salvare). Il terzo segmento (/a’/), infine, comprende come il primo, quattro
elementi: Figlio unigenito + Dio + il verbo credere ripetuto (“chi crede” /
“chi non crede”) + perché. I due verbi “credere” sono accompagnati da una
sentenza. Il primo (“chi crede”) è associato alla sentenza positiva: “Non è
stato condannato”. Il secondo verbo (“chi non crede”) è associato alla sentenza
negativa: “è già stato condannato”.
L’Esegesi
1. La formula evangelica
è composto da tre frasi, in cui il Figlio è al centro dell’attenzione. Egli è
donato/inviato da Dio per la salvezza e non per il giudizio. Gesù, infatti,
disse: “Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno;
perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi
rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho
detto lo condannerà nell’ultimo giorno” (Gv 12,47-48). Il Figlio è creduto
dagli uomini e in questa fede c’è la salvezza. Nessuno, ovviamente, può credere
senza l’azione dello Spirito: “Io vi dichiaro: come nessuno che parli sotto
l’azione dello Spirito di Dio può dire «Gesù è anàtema», così nessuno può dire
«Gesù è Signore» se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3).
2. Sfogliando le pagine
della Bibbia non troveremo mai una definizione di Dio come si trova nel
catechismo di Pio X (“Chi è Dio? Dio è l’essere perfettissimo, Creatore e
Signore del cielo e della terra”), fatto salvo una definizione indefinita: “Dio
è amore” (1Gv 4,8.16). Secondo la sensibilità biblica il mistero di Dio si può
avvicinare prestando attenzione a ciò che Dio compie nella storia. Il Padre e
il Figlio e lo Spirito sono quel Dio che Mosé ha conosciuto come “il Signore,
Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di grazia e di fedeltà” (1a lettura:
Es 34,4-6.8-9). Paolo, invece, lo conosce in modo molto preciso e con un tratto
di gentilezza lo rende attore principale del suo saluto ai cristiani di
Corinto: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione
dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2a lettura: 2 Cor
13,11-13).
3. In un opuscoletto
qualcuno che pretende di essere testimone di Dio ha scritto che la dottrina
della Trinità “deve risalire a circa 350 anni dopo la morte di Gesù Cristo. I
primi cristiani, che furono ammaestrati da Gesù Cristo, non credettero dunque che
Dio sia una Trinità”. A parte l’italiano zoppicante, l’affermazione è
assolutamente falsa. Se è vero che nel testo biblico non esiste la parola
“Trinità”, è però assolutamente vero che il testo biblico ne parla ampiamente
in modo diffuso del Figlio, del Padre che lo ha mandato, e dello Spirito. Gesù
ne ha parlato in modo diffuso ai suoi discepoli: “Io pregherò il Padre ed egli
vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della
verità”( Gv 14,16). Prima di salire al cielo in modo specifico ha affermato:
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito santo…”. È, dunque, falso che Gesù non ne
abbia parlato del mistero del Padre e del Figlio e dello Spirito.
4. La prima generazione
cristiana conosceva molto bene il mistero. Paolo, infatti, saluta i cristiani
di Corinto con queste parole: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di
Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2 Cor 13,13). La
parola “Trinità” compare nel sec. II in Teofilo di Antiochia e nel sec. III d.
C. in Tertulliano (nel “Adversus Praxean”). La verità della Trinità è stata
rivelata da Gesù ai suoi e risale alle origini del cristianesimo.
Il Contesto Celebrativo
1.
La celebrazione liturgica della solennità
della Ss. Trinità nasce molto tardi, all’inizio del secondo millennio, in
Francia. La testimonianza più antica sembra risalire al monastero di Cluny.
Papa Alessandro III (+1181), però, era del parere che già “in ogni domenica,
anzi quotidianamente, viene celebrata la memoria (dell’Unità e della Trinità
divina)”. La devozione popolare, invece, fu di avviso diverso. L’accolse,
infatti, con devozione e la mantenne viva fino a quando il magistero non
l’approvò e la estese a tutta la Chiesa (papa Giovanni XXII nel 1334).
2.
La
Liturgia non svela la Trinità, ma la propone perché il credente contempli e
adori. Quando il credente si pone di fronte a Dio in modo sincero, impara ad
avere il senso del mistero e l’umiltà. L’uomo accoglie il mistero di Dio, senza
la pretesa di analizzarlo come fosse un atomo della materia.
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