VATICAN NEWS

sabato 30 maggio 2026

ITALIA ED EUROPA

 

Meloni chiede un deciso «cambio di passo», da parte dell’Unione Europea, nel senso di una maggiore applicazione del principio di sussidiarietà



-di Giuseppe Savagnone

Giorgia Meloni critica l’Europa

Davanti all’assemblea degli industriali italiani, che l’ha calorosamente applaudita, Giorgia Meloni ha rivendicato i risultati ottenuti in campo economico in questi tre anni di governo, annunciando la sua ferma decisione di continuare su una strada che a suo avviso si è rivelata estremamente fruttuosa, e ha indicato quali sono gli ostacoli che ancora si frappongono al compimento dell’«ultimo miglio» della missione.

In linea con lo slogan “rendere di nuovo grande l’Italia”, che ha ispirato tutto il suo premierato, la presidente del Consiglio ha sottolineato che il nostro Paese non è più ormai «l’anello debole d’Europa»: «Siamo una nazione credibile e autorevole», ha dichiarato, evidenziando la crescita della competitività del sistema produttivo nazionale.

La premier ha anche annunciato la volontà del governo di aprire «un cantiere comune per una riforma globale e radicale della burocrazia», sottolineando che «la semplificazione e la sburocratizzazione devono essere il nostro mantra». E ha promesso che – di fronte alle sfide nel campo energetico provenienti dall’attuale situazione internazionale – la maggioranza varerà entro l’estate una legge delega sul nucleare.

Una soddisfazione e una fierezza che Giorgia Meloni ha manifestato anche aprendo con un videomessaggio la due giorni del Forum «L’Italia del Pnrr», promosso dal ministero per gli Affari europei. Quella del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), ha detto la premier, per alcuni sembrava «una sfida impossibile da vincere» ma l’Italia «è stata all’altezza del compito». I dati parlano di 166 miliardi di euro ricevuti dall’Europa, 416 traguardi raggiunti, 660mila progetti finanziati. E anche la Commissione europea ha dato atto di questo impegno.

Proprio all’Europa, però, la presidente del Consiglio, nel suo discorso alla Confindustria, ha rivolto una pesante critica. L’Ue, ha denunciato senza mezzi termini la premier, è «un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato competitività, crescita, visione strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici, contribuendo a spingere il continente verso un progressivo declino economico e geopolitico».

Perciò Meloni chiede un deciso «cambio di passo», da parte dell’Unione Europea, nel senso di una maggiore applicazione del principio di sussidiarietà: «L’Europa si occupi di quello che gli Stati non possono fare da soli e non di quello che gli Stati fanno meglio da soli». Più in generale, «l’Europa deve fare meno e farlo meglio».

Sullo sfondo, la quotidiana insistenza del governo italiano alle autorità di Bruxelles perché consentano all’Italia di derogare ai limiti del patto di stabilità – come già previsto per le spese militari – anche per gli interventi resisi necessari, dopo lo scoppio della guerra con l’Iran, allo scopo di fronteggiare la crisi energetica. Risolvendo questo problema – creato dai burocrati di Bruxelles, non dal governo – l’Italia sarà in grado di affrontare anche questo difficile momento.

Una lettura alternativa

Davanti a questo quadro rassicurante è stata una doccia fredda – a soli due giorni di distanza – il titolo di prima pagina de «La Stampa», un quotidiano non certo estremista: «Aiuti ai giovani, l’ultimo flop» e nel sommario sotto il titolo, «Sprecato il Pnrr: l’Italia ha speso meno degli altri paesi e resta penultima nel tasso di occupazione [si spiega poi nell’articolo che il riferimento è alla disoccupazione dei giovani tra i 20 e i 29 anni]. Nell’occhiello, poi, la critica dell’Ue alla politica economica italiana: «Dovevate investire sulle rinnovabili».

Come stanno veramente le cose? Possono essere utili le riflessioni di due economisti, noti per la loro competenza ed estranei a schieramenti di partito, come Carlo Cottarelli e Tito Boeri, pubblicate su due quotidiani – il «Corriere della Sera» e «Repubblica» – che nel panorama della stampa italiana occupano, soprattutto il primo, una posizione abbastanza moderata.

Il punto di riferimento è, ancora una volta, il discorso di Giorgia Meloni all’assemblea di Confindustria. Nel suo articolo Cottarelli esordisce dicendo di avere apprezzato il riferimento all’«eccesso di burocrazia come male fondamentale della nostra economia». E spiega: «Da anni ripeto che la lenta crescita italiana è dovuta in primis all’inefficienza della nostra burocrazia (…). Sono quindi felice che Meloni abbia deciso di costituire un “cantiere” per riformare la burocrazia in partenariato con Confindustria».

Ma, continua l’autore, «detto questo, che c’entra l’Europa nei ritardi nel portare avanti queste riforme? Forse è colpa dell’Europa se finora quasi due terzi dei tempi di realizzazione di un programma di sviluppo edilizio sono dovuti ai tempi di attesa di permessi?  È colpa dell’Europa se il disegno di legge per portare il merito nella pubblica amministrazione langue in Parlamento? (…) È colpa dell’Europa se 4.000 progetti di rinnovabili sono bloccati dalla burocrazia?».

Cottarelli non si limita a denunciare i colpevoli ritardi della nostra burocrazia. La sua critica si allarga a tutta la politica economica del governo. «Se l’Italia non cresce», scrive, «è anche per altre cose che dovremmo fare noi, non l’Europa. Perché la pressione fiscale e la spesa pubblica sono vicino a massimi storici? Forse che l’Europa ci impedisce di fare una seria revisione della spesa che ci consenta di ridurre le tasse? Perché la legge delega sul nucleare è diventata una priorità solo nell’ultimo anno prima delle elezioni? Ce lo ha impedito l’Europa? Perché non abbiamo un piano decennale di immigrazione regolare? (…) Perché, se proprio dobbiamo sostenere chi è colpito dal caro energia, vogliamo farlo in deficit e non trovando le risorse tra i più di mille miliardi di spesa pubblica?».

Questo non significa che non ci siano anche delle responsabilità dell’Europa: «Certo, alcune direttive europee penalizzano troppo le nostre imprese (…). Ma qui non si tratta di “burocrazia”, ma di scelte politiche prese a maggioranza dai Paesi Ue. E fra l’altro il governo italiano ha votato a favore di alcune di queste scelte» (tra cui proprio quella del patto di stabilità).

Cottarelli conclude facendo notare che «è facile fare dell’Europa un conveniente parafulmine», ma che «soffiando sul fuoco dell’anti-europeismo», si rischia di favorire nell’opinione pubblica l’idea che senza Europa staremmo meglio e che sarebbe preferibile uscirne, come ha fatto l’Inghilterra. «È questa davvero la strada che le nostre imprese e i nostri politici vogliono percorrere?».

Si concentra sul tema della riforma della burocrazia l’articolo di Tito Boeri su «Repubblica». «La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel suo intervento all’assemblea di Confindustria ha annunciato l’imminente apertura di un tavolo sulla riforma della burocrazia. Peccato che di tavoli di riforma finiti nel nulla sia costellata la storia della burocrazia italiana. E il suo governo non fa certo eccezione». E ricorda «il tavolo tecnico sulle pensioni proclamato con enfasi dalla ministra Calderone nel 2023», «il tavolo per la riforma dell’istruzione tecnica», «il tavolo sulla riforma del catasto», «gli innumerevoli tavoli sulla riforma fiscale», l’ultimo nel 2023, tutti finiti nel nulla.

Ma, tornando al tavolo per la riforma della burocrazia, che esso sia annunciato dal governo dopo tre anni di funzionamento del Pnrr è, secondo Boeri, un autogol. Infatti, «la riforma del pubblico impiego era una delle riforme considerate “permissive”, fondamentali, per l’attuazione del Pnrr, in quanto la realizzazione degli investimenti è strettamente collegata alla capacità gestionale del personale della Pubblica amministrazione» ed era perciò la prima da fare. E ora, «la scelta di aprire un tavolo sulla prima riforma prevista dal Pnrr è la confessione di non aver fatto nulla».

Ma questa mancata riforma, secondo Boeri, non è stata casuale. Essa ha consentito al governo Meloni di mettere ben 1.800 dirigenti «ai vertici del servizio pubblico (…), spesso modificando all’ultimo momento le procedure per potere agire con piena discrezionalità», privilegiando l’appartenenza politica rispetto alla competenza. Infatti, «c’è un solo merito che guida queste scelte, il merito di partito».

Insomma, sono mancate le riforme e non è stata certo l’Europa ad impedire al governo di farle.

Alcuni dati significativi

A queste osservazioni bisogna aggiungere alcuni dati che possono contribuire a ridimensionare la denuncia della nostra premier delle responsabilità dell’Europa. Il primo è che i 166 miliardi di euro del Pnrr sono un generosissimo prestito offertoci proprio dall’Ue, per sostenere la nostra ripresa economica, quando l’Italia aveva un altro governo, guidato da Mario Draghi, anche per la stima e il prestigio di cui il premier godeva a livello internazionale. Un buon motivo, da un lato, per essere grati, prima che polemici, verso questa criticabilissima Europa, dall’altro per chiedersi se sia così sicuro che solo con l’attuale governo l’Italia sia diventata finalmente «una nazione credibile e autorevole».

Un secondo dato importante, che non emerge nel discorso della nostra presidente del Consiglio, è che, come sottolinea Cottarelli, nella resistenza europea a derogare al patto di stabilità la burocrazia non c’entra, perché si tratta di una misura politica ragionevole, presa di comune accordo e che la stessa Meloni aveva valutato positivamente e appoggiato.

Si tratta, infatti, di un insieme di regole che mira a controllare il debito pubblico dei paesi membri dell’Ue, intendendo con debito pubblico l’ammontare complessivo dei prestiti che lo Stato ha contratto per finanziare i propri deficit accumulati nel tempo.

Naturalmente il debito pubblico dev’essere visto in relazione al Pil (Prodotto interno lordo) di una nazione. Ed è proprio questo rapporto che rende problematica la situazione dell’Italia. Le ultime previsioni dicono infatti che la crescita del Pil italiano nel 2026 sarà solo dello 0,5%. Il nostro Paese è così il fanalino di coda tra i paesi dell’Ocse, restando dietro non solo alla Spagna – che col suo 2% avrà un incremento di quattro volte superiore al nostro –, ma anche al Regno Unito (1,2%) e a Germania e Francia (1%). Malgrado la grande occasione costituita dagli ingenti fondi del Pnrr, manca la crescita. Ritornano in mente le parole di Cottarelli e Boeri: senza riforme, niente sviluppo.

Questo rende ancora più grave il fatto che il debito pubblico dell’Italia abbia raggiunto quest’anno un nuovo massimo storico: 3.140 miliardi di euro. Il nostro Paese si appresta a superare la Grecia nel rapporto tra debito pubblico e Pil, attestandosi sul 138,6%.

Si capisce la resistenza dell’Europa (già creditrice di una parte dei soldi del Pnrr) a consentire un ulteriore indebitamento. L’Italia in questi tre anni ha dimostrato di non riuscire a utilizzare i soldi per realizzare quei cambiamenti strutturali che consentirebbero un vero sviluppo.

La disponibilità di nuove risorse potrà essere utile al governo a un anno dalle elezioni, ma alla distanza aggraverà il peso che gli italiani – innanzi tutto le nuove generazioni – si troveranno a ereditare da una politica più capace di spendere che di fare riforme. È questo che il nostro Stato, a quanto pare, «sa fare meglio da solo». E che «l’ultimo miglio» sia visto dalla nostra premier in linea con questa logica non è una buona notizia per noi.  

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