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domenica 24 maggio 2026

IL SIONISMO IERI E OGGI

 

Un fenomeno
 storico complesso




 -di Pasquale Hamel


Il sionismo è una delle idee politiche più discusse e controverse della modernità.

Nato alla fine dell’Ottocento come movimento di autodeterminazione del popolo ebraico, si sviluppò in un’Europa attraversata da nazionalismi, antisemitismo e persecuzioni.

Per milioni di ebrei rappresentò la possibilità di uscire da una condizione storica di precarietà e vulnerabilità, costruendo finalmente uno Stato capace di garantire sicurezza, continuità culturale e sovranità politica.

Dopo secoli di discriminazioni, pogrom ed esclusione sociale, e soprattutto dopo la tragedia dell’Olocausto, l’idea sionista apparve a molti come una necessità storica oltre che politica.

La nascita di Israele nel 1948 fu vissuta da gran parte del mondo ebraico come il compimento di un processo di emancipazione nazionale. Accanto alla dimensione politica, il sionismo produsse anche una straordinaria rinascita culturale: la lingua ebraica tornò a essere lingua viva, si svilupparono università, istituzioni democratiche, ricerca scientifica e una forte capacità di innovazione economica e tecnologica.

Per i suoi sostenitori, il sionismo rappresenta dunque un movimento di liberazione nazionale, non diverso da altri movimenti europei che rivendicavano il diritto dei popoli all’autodeterminazione. La sua idea originaria non era fondata sulla superiorità razziale, ma sulla convinzione che anche gli ebrei avessero diritto a una patria e a una protezione politica.

Tuttavia, come molti movimenti nazionali, anche il sionismo ha conosciuto nel tempo tensioni, contraddizioni e possibili degenerazioni.

Nel corso della storia israeliana, le guerre, il conflitto permanente e la centralità della sicurezza hanno alimentato correnti sempre più identitarie e nazionaliste.

Alcune critiche sostengono che determinate politiche abbiano prodotto forme di esclusione e forti squilibri nei diritti e nella rappresentanza politica

È soprattutto qui che nasce l’equivoco più frequente: identificare l’intero sionismo con il razzismo. In realtà il quadro è molto più complesso. Esistono infatti diversi sionismi: liberali, socialisti, religiosi, pacifisti, nazionalisti. Alcune correnti hanno sostenuto la coesistenza e la piena uguaglianza tra ebrei e arabi; altre invece hanno sviluppato visioni più identitarie e territoriali.

A complicare ulteriormente il dibattito è stata la crescente polarizzazione politica occidentale.

Negli ultimi decenni il sionismo è diventato spesso un simbolo ideologico utilizzato nelle guerre culturali tra destra e sinistra, progressismo e conservatorismo, globalismo e sovranismo. In questo clima, la riflessione storica e filosofica sul sionismo è stata frequentemente sostituita da slogan politici, semplificazioni morali e contrapposizioni identitarie.

Una parte della sinistra occidentale ha finito per leggere il sionismo esclusivamente attraverso le categorie del colonialismo e dell’oppressione, mentre alcuni ambienti conservatori lo hanno trasformato in un emblema di identità nazionale e civiltà occidentale. Entrambe le letture tendono a ridurre un fenomeno storico complesso a strumento di battaglia politica contemporanea.

Il risultato è che oggi spesso si discute del sionismo senza distinguerne più le diverse anime storiche, culturali e politiche. La lotta ideologica occidentale ha così compromesso, almeno in parte, una comprensione seria del fenomeno: da un lato trasformandolo in sinonimo assoluto di razzismo e colonialismo, dall’altro sottraendolo a qualunque critica in nome della sicurezza o della difesa identitaria.

Le critiche più dure al sionismo contemporaneo riguardano soprattutto le sue possibili derive: quando la sicurezza nazionale diventa giustificazione permanente del conflitto, quando l’identità dello Stato assume caratteri esclusivi, o quando il diritto di un popolo sembra entrare in collisione con i diritti di un altro. In questi casi il rischio è che il nazionalismo degeneri in chiusura etnica e marginalizzazione politica.

Allo stesso tempo, una parte del dibattito pubblico tende a confondere sistematicamente le politiche dei governi israeliani con l’essenza stessa del sionismo, oppure a identificare ogni critica a Israele con l’antisemitismo.

 Due semplificazioni opposte che finiscono entrambe per impoverire il confronto.

Comprendere il sionismo richiede quindi una distinzione fondamentale tra l’idea originaria di autodeterminazione ebraica, le diverse correnti ideologiche che ne sono nate e le concrete politiche adottate dallo Stato israeliano nel corso della sua storia.

Solo mantenendo separati questi livelli è possibile affrontare il tema senza slogan e senza riduzioni ideologiche.

*Pasquale Hamel, storico, giornalista, pubblicista  

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