VATICAN NEWS

venerdì 15 maggio 2026

IL REGGIO EMILIA APPROACH


Perché 

la principessa Kate 

viene a studiarlo?



Qui Loris Malaguzzi valorizzò i cento linguaggi del bambino. «È una città che ha scommesso sui servizi educativi per la prima infanzia non in chiave di assistenza ma di democrazia», sottolinea la pedagogista Anna Granata, docente in Bicocca. Il 13 e il 14 maggio la Principessa del Galles sarà a Reggio Emilia per conoscere da vicino questo approccio educativo di Sara De arli

La principessa Kate si è recata a Reggio Emilia per «vedere di persona come il Reggio Emilia Approach crei ambienti in cui la natura e le relazioni umane amorevoli si uniscono per sostenere lo sviluppo dei bambini». Il comunicato ufficiale dice che la visita segnerà un significativo passo in avanti nel lavoro del The Royal Foundation Centre for Early Childhood, istituito nel 2021 proprio dalla principessa del Galles.

La visita si è inserita nella cornice di Shaping Us, la campagna lanciata dalla fondazione reale nel gennaio 2023 per aumentare la consapevolezza sull’importanza cruciale dei primi cinque anni di vita. Ma perché il mondo guarda a Reggio Emilia per la prima infanzia? E che cos’è il il Reggio Emilia Approach?

La culla dei nidi e delle scuole dell’infanzia

L’esperienza nasce sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale. «È un approccio che ha rivoluzionato l’idea di infanzia e di comunità, considerando il bambino non soltanto come soggetto da accudire ma come cittadino della democrazia nascente negli anni Cinquanta» ricorda Anna Granata, professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze umane per la formazione “Riccardo Massa” dell’Università di Milano Bicocca.

Esistevano anche prima degli asili e delle scuole per bambini così piccoli, ma avevano alla base un approccio assistenziale, erano dei luoghi in cui chi ne aveva necessità lasciava i bambini: a Reggio Emilia invece, con Loris Malaguzzi, la scuola già a 0-6 anni diventa un presidio educativo e un presidio democratico

«Reggio Emilia è diventata un asilo a cielo aperto, con la scuola percepita come un bene della comunità e l’infanzia messa al centro. Educare i bambini era, per quelle donne e per la città che le sostenne, il primo atto di ricostruzione di una comunità democratica. Esistevano anche prima degli asili e delle scuole per bambini così piccoli, ma avevano alla base un approccio assistenziale, erano dei luoghi in cui chi ne aveva necessità lasciava i bambini: a Reggio Emilia invece, con Loris Malaguzzi, la scuola già a 0-6 anni diventa un presidio educativo e un presidio democratico, tanto per i bambini quanto per la comunità. Nel momento in cui le nostre democrazie sono a rischio, andare a Reggio Emilia significa andare a vedere la democrazia che rinasce dai piccoli», afferma Granata. Anna Granata

Sul sito del Reggio Children sono elencate le tappe salienti di questa storia, che vedono Loris Malaguzzi – pedagogista, psicologo, intellettuale eclettico – fondare il Centro Medico Psico-Pedagogico comunale di Reggio Emilia nel 1950: fu il primo punto di incontro tra pedagogia, psicologia e pratica educativa. Nel 1963 il Comune aprì la prima scuola dell’infanzia comunale: la Scuola Robinson Crusoe. Nel 1971 arrivò il primo nido d’infanzia comunale, il Nido Genoeffa Cervi, anticipando di tre anni la legge nazionale che istituirà i nidi in tutta Italia.

Una città che ha scommesso sull’infanzia (e continua a farlo)

Oggi i servizi educativi di Reggio Emilia contano 12 nidi e 19 scuole dell’infanzia comunali, inseriti in un’ampia rete composta da oltre 80 servizi educativi per
l’infanzia in un sistema pubblico integrato. In città l’82% dei bambini residenti frequenta un nido o una scuola dell’infanzia, contro una media nazionale che vede iscritti alla scuola dell’infanzia circa il 90-95% dei bambini di 3-5 anni ma solo il 30-35% di quelli di 0-3 anni andare al nido. Il Comune di Reggio Emilia destina all’infanzia il 13% del proprio bilancio.

L’esperienza educativa del Reggio Emilia Approach oggi viene portata avanti da un sistema si compone di tre soggetti principali: l’Istituzione Scuole e Nidi d’Infanzia del Comune di Reggio Emilia, Reggio Children – una srl con una missione insieme culturale e politica, che si occupa di formazione, ricerca, consulenze e la Fondazione Reggio Children – Centro Loris Malaguzzi.

Ogni anno migliaia di educatori, ricercatori, amministratori e studenti da ogni parte del mondo vengono a Reggio Emilia per conoscere direttamente l’esperienza nelle scuole e nei nidi comunali, per partecipare ai percorsi formativi al Centro Internazionale Loris Malaguzzi e per riportare a casa non un modello da copiare, ma un’ispirazione da interpretare.

«Il mondo si accorse presto dell’importanza di quel che sta accadendo a Reggio Emilia, grazie in particolare al ruolo di Loris Malaguzzi, una figura di spicco, che parlava molte lingue e girava il mondo. La città a misura di bambino e la scuola dei cento linguaggi diventano un modello. Il primo libro scritto su questa esperienza è di un gruppo di ricercatori americani e australiani, per dire. Abbiamo sempre un po’ la sindrome di Meucci: inventiamo cose meravigliose, dall’estero se ne accorgono e noi ce ne dimentichiamo», racconta la professoressa Granata.

Alla base della filosofia educativa del Reggio Emilia Approach ci sono la fiducia nelle potenzialità dei bambini, il riconoscimento dei cento linguaggi attraverso cui ogni essere umano pensa e comunica, la centralità delle relazioni, la cura degli spazi come terzo educatore, la documentazione dei processi di apprendimento, la partecipazione attiva delle famiglie e della comunità. Insomma, un’idea di educazione di qualità come diritto universale, non come servizio per una élite.

Gli atelier e gli atelieristi

Ogni scuola e ogni nido del sistema reggiano ha un atelier: uno spazio progettato per l’esplorazione visiva, sensoriale e creativa. Non è un’aula d’arte nel senso tradizionale, nel senso che non serve a insegnare tecniche, ma mette a disposizione dei bambini materiali, strumenti e contesti in cui sperimentare linguaggi diversi da quello verbale. L’atelierista è una figura professionale specifica del sistema reggiano, unica, senza equivalenti in altri contesti educativi. L’atelierista lavora stabilmente nelle scuole e nei nidi a fianco degli insegnanti, ma non insegna arte: collabora invece alla progettazione educativa, introduce strumenti e materiali. La sua presenza dice concretamente che l’estetica e la creatività non sono ornamenti dell’educazione, ma suoi elementi costitutivi.

«Una poesia di Loris Malaguzzi dice che “il bambino ha cento lingue, ma gliene rubano novantanove”», ricorda Granata. «Tra i cento linguaggi ci sono le arti. Gli atelier portano gli artisti e la cultura dentro i servizi per l’infanzia, con l’idea che si può nutrire l’infanzia di tutto quello che la comunità culturale può offrire, ma anche che con l’infanzia si può far crescere la culturae. È importante non limitarsi al lato estetico: c’è un lato etico e civile molto forte, del bello per la democrazia».

Gli atelier portano gli artisti e la cultura dentro i servizi per l’infanzia. È importante non limitarsi al lato estetico: c’è un lato etico e civile molto forte, del bello per la democrazia

Il terzo educatore: lo spazio

E poi c’è l’ambiente come terzo educatore, una delle idee forse più note del Reggio Emilia Approach. «Si afferma che i bambini hanno tre educatori: l’insegnante, gli altri bambini e l’ambiente. Significa che gli spazi non sono neutri, ma che il bambino impara anche da esso. Per questo c’è attenzione agli arredi, ai colori, ai materiali, ma anche tantissime esperienze a contatto con la natura. Non è esclusa nemmeno la tecnologia, perché in aula c’è la cassetta degli attrezzi. Sono scuole che hanno un rapporto privilegiato con il quartiere, con il territorio: c’è l’idea che infanzia non debba stare chiusa dentro struttura, ma essere scoperta del mondo».

Il bambino non è più un soggetto che ha bisogno di assistenza ma cittadino che prende parte attivamente alla vita della comunità, si nutre della cultura del luogo e restituisce in termini di contributo dato alla comunità

Il Reggio Emilia Approach, in sintesi, «educa a crescere insieme, il bambino non è più un soggetto che ha bisogno di assistenza ma cittadino che prende parte attivamente alla vita della comunità, si nutre della cultura del luogo e restituisce in termini di contributo dato alla comunità. Mette al centro l’infanzia che noi abbiamo dimenticato», conclude Granata.  

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