Non
è solo un tempo sospeso nel mezzo
di una guerra.
Ma è anche un momento in cui
la pace
dovrebbe essere alimentata
di continuo, in modo attivo,
così da
prevenire ed evitare
l’esplosione del conflitto.
-di Massimo Recalcati
Non è la pace e non è la guerra. Delude i falchi perché
interrompe la violenza crudele della guerra, ma delude anche le colombe perché
non ne segna davvero la fine. La tregua non è la pace poiché quest’ultima
implicherebbe la cessazione definitiva del conflitto, la ricostruzione di un
ordine, la possibilità che la violenza venga sostituita da una nuova forma di
legame. La tregua, invece, non stabilisce mai nulla di definitivo. Accade nel
mezzo della guerra e, dunque, non la può redimere, non la può lasciare alle
spalle. Piuttosto la interrompe solo provvisoriamente. È una pausa, un varco
incerto che si apre in un tempo sospeso. È troppo per coloro che vorrebbero
proseguire la guerra e troppo poco per coloro che invece vorrebbero vederla
terminare una volta per tutte. Ogni tregua può evolvere verso la fine della
guerra o regredire alla sua ferocia. Essa porta sempre con sé una ambivalenza
di fondo: è, nello stesso tempo, un sollievo e una minaccia, una preparazione
possibile della pace e un ritorno altrettanto possibile della guerra.
La caduta di Troia ci consegna una delle figure
più inquietanti della falsa tregua.
Conosciamo
il racconto: gli achei escogitano, attraverso l’astuto Ulisse, una sospensione
solo apparente della guerra. Lo stratagemma del cavallo di legno si offre come
il segno del loro ritiro dalla guerra, della fine del conflitto, ma, in realtà,
incarna il saccheggio e la distruzione definitiva di Troia. È una tregua che
non prepara la pace ma il massacro totale.
La
storia lo insegna: la tregua può diventare talora un inganno, una maschera. Non
ogni tregua è finalizzata alla pace. Esistono tregue tattiche, manipolate,
utilizzate per riorganizzare l’offensiva e perfezionare le proprie ambizioni di
dominio. Esistono tregue che non sono tentativi di fermare la guerra ma di
farla proseguire con altri mezzi. Quando questo accade, la tregua diviene un
mero travestimento della spinta bellica alla distruzione.
E,
tuttavia, sarebbe un errore soffermarsi solo sulla dimensione della tregua come
falsificazione di una volontà segreta di guerra. Esiste infatti anche un’altra
tregua che comporta il ritorno alla legge della parola là dove lo scoppio della
guerra l’aveva sconvolta e azzerata. Ogni guerra, prima ancora di uccidere i
corpi dei soldati e dei civili, uccide la parola.
In
questa prospettiva, per quanto non sia ancora la pace, la tregua segnala la
riapparizione della parola nella forma di una necessaria azione
politico-diplomatica. L’imperativo militare è così costretto a cedere il passo
alla tortuosità inevitabile della concertazione. La tregua comincia quando il
nemico, pur rimanendo tale, ritorna a essere un interlocutore perché ritorna a
condividere la dimensione umana della parola. È il movimento fragile, esitante,
ma decisivo della tregua.
La
scelta compiuta da Primo Levi di titolare il proprio racconto
dell’uscita da Auschwitz La tregua riflette il fatto che in gioco non era
affatto l’illusione della liberazione senza resti dall’orrore, la
riconciliazione finale con il mondo, un passaggio lineare dall’inferno del campo
alla vita ordinaria. Piuttosto si scava un intervallo, quello della tregua, che
non cancella l’orrore sebbene renda possibile un nuovo inizio. Un tempo
intermedio e precario nel quale la crudeltà del campo aveva smesso di regnare
in forma assoluta, senza però essersi del tutto dissolta. Il trauma, infatti,
resta e non può essere dimenticato.
Levi
chiama questo tempo di mezzo tregua proprio per nominare lo statuto sospeso
dell’esistenza dopo la catastrofe. Il male storico della Shoah non può terminare
davvero con l’apertura dei cancelli di Auschwitz ma è destinato a proseguire
nella memoria, nei sogni, nella fatica del ritorno alla vita. Questo significa
che nessuna tregua può coincidere con un’innocenza ritrovata, perché è solo il
nome fragile di una sopravvivenza che prova a ricominciare senza poter
cancellare ciò che è stato. Per questo la tregua non è soltanto una categoria
politica o militare, ma è una profonda figura dell’umano in quanto tale.
È
sempre un errore madornale pensare alla pace come a un ordine definitivamente
compiuto. Dovremmo invece considerare la nostra vita collettiva in una
condizione permanente di tregua. Solo in questo modo saremmo costretti a
lavorare davvero per rafforzare le nostre iniziative politiche, culturali,
sociali in grado di tutelare la pace dalla tentazione “umana troppo umana”
della guerra.
E,
tuttavia, se proviamo a rifletterci, è proprio nel suo statuto incerto che ogni
tregua custodisce una verità profonda che tendiamo invece a voler ignorare: il
tempo della pace non è mai un tempo definitivo, ma porta sempre con sé la
natura della tregua, dunque un tempo necessariamente sospeso. In ogni tregua la
macchina della guerra si arresta ma nulla garantisce che si arresti davvero per
sempre. Il nemico come oggetto d’odio e di ostilità resta tale. Dunque, il
rischio della ricaduta nella guerra è sempre incombente. Per questo non solo
ogni tregua è più drammatica della pace, ma ogni pace è sempre di fatto una
tregua nella spinta umana alla guerra di tutti contro tutti.
Per
questa ragione, essa non può mai assicurare un ordine stabile, immune dalla
tentazione umana della guerra. Sicché la tregua non è solo un tempo sospeso nel
mezzo di una guerra ma anche un tempo dove la pace dovrebbe essere alimentata
di continuo, in modo attivo, così da evitare l’esplosione della guerra.
L’esperienza della tregua ci ricorda che la nostra storia non procede mai per
assoluti, ma solamente per passaggi instabili, per interruzioni, per aperture
incerte.
È
questa la lezione più severa della tregua: non esiste nessuna pace davvero
compiuta per sempre, non esiste un ordine assoluto della pace. Piuttosto, a
essere permanente è sempre l’incertezza della tregua. Non ce ne siamo affatto
accorti in questi ultimi decenni. È la nostra colpa più profonda. Abbiamo
confuso la pace come un ordine stabile delle cose realizzato una volta per
tutte quando invece la pace - ogni forma umana di pace -, dovrebbe essere
sempre pensata a partire dalla figura necessariamente e tremendamente
incompiuta della tregua.
Alzogliocchiversoilcielo
La
Repubblica
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