VATICAN NEWS

mercoledì 22 aprile 2026

EDUCARE E' UN FATTO SOCIALE

 



Capire il presente

pensare la

 comunità, 

restituire senso 

all’agire

 educativo


        

 Dialogo con il prof. Sergio Tramma

Sergio Tramma, docente di Pedagogia generale e sociale, per molti anni all’interno del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, è autore di numerosi testi dedicati al rapporto tra educazione, società e trasformazioni culturali. È da poco in libreria con Educare nel mondo grande e terribile – Scritti pedagogici di Antonio Gramsci, pubblicato da Pgreco Editore. Con lui abbiamo discusso, a partire dalla frase che ha ispirato l’Arché Live 2025, del mondo contemporaneo, delle professioni educative, sociali e di relazione, e del futuro della pedagogia sociale.

«La crisi consiste proprio nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo chiaroscuro nascono i mostri.» — Antonio Gramsci. Quanto questa riflessione le sembra descrivere il nostro presente?

È una frase che ha attraversato il Novecento e che continua a descrivere perfettamente la nostra condizione. Nel tempo di Gramsci il “vecchio” era un capitalismo ancora segnato da rigidità ottocentesche; il “nuovo” si intravedeva nei grandi movimenti popolari, nelle lotte per la giustizia, nelle sperimentazioni politiche che cercavano emancipazione. La transizione era drammatica, ma portava con sé un’energia positiva.

Oggi, invece, il quadro è più cupo. Il “vecchio” del secolo scorso – con tutti i suoi limiti – aveva saputo generare diritti, welfare, forme di solidarietà; il “nuovo” che avanza sembra incapace di promettere qualcosa di migliore. Le disuguaglianze esplodono, gli equilibri globali si sgretolano, le logiche economiche divorano qualsiasi spazio di umanità. I “mostri” non nascono soltanto tra il vecchio e il nuovo: nascono dall’alleanza tra gli aspetti peggiori del passato e un futuro privo di prospettive, dominato da algoritmi, individualismo e paure diffuse.

Per la pedagogia sociale questo significa confrontarsi con un chiaroscuro che non è metafora: è il contesto reale in cui educatori, operatori e comunità cercano di dare senso al proprio agire.

Nel suo recente volume sulla pedagogia di Gramsci, quali aspetti del suo pensiero ritiene più attuali per la pedagogia sociale di oggi?

Gramsci ci invita a riflettere sulla società come realtà educante: un organismo collettivo in cui ogni soggetto, istituzione o pratica culturale concorre a formare o deformare. Oggi questa intuizione è particolarmente preziosa perché viviamo in un tempo in cui la spontaneità sociale non produce più organizzazione, non genera forme stabili di partecipazione.

La cultura popolare non è più mediata dai “corpi intermedi” – partiti, sindacati, parrocchie, associazioni – alcune delle quali un tempo traducevano il vissuto in coscienza critica. Oggi quella cultura tende a trasformarsi direttamente in populismo, in reazioni immediate, in bisogni che non vengono elaborati ma semplicemente agitati. Mancano figure e istituzioni che raccolgono le domande della società e le trasformano in percorsi educativi, politici e culturali. Per dirla alla Gramsci: mancano soggetti educanti capaci di produrre senso e non solo di evocare spettri.

La pedagogia sociale, recuperando Gramsci, può tornare a interrogarsi su come ricostruire questa funzione mediatrice, generativa, organizzativa.

Molti giovani appaiono disorientati di fronte alle professioni educative. Come può la pedagogia sociale restituire loro motivazione e senso?

C’è certamente un problema economico: gli stipendi degli educatori e degli operatori sociali sono molto bassi, e vivere in contesti metropolitani come Milano è oggi estremamente difficile. A ciò si aggiunge un passaggio generazionale: si è chiusa l’epoca degli educatori formatisi negli anni Settanta e Ottanta, per i quali il lavoro sociale era spesso il proseguimento naturale di un attivismo nato nei movimenti, nelle parrocchie, nelle associazioni.

Le motivazioni professionali non nascono nel vuoto: richiedono un clima sociale che le sostenga. Oggi questo clima è pessimo. Il welfare viene progressivamente ridotto, la partecipazione politica è ai minimi storici – vota metà della popolazione – e se manca la motivazione a partecipare alla vita democratica, è comprensibile che sia difficile motivarsi a lavorare nella relazione, nell’aiuto, nella solidarietà.

Aumentare gli stipendi è necessario ma non sufficiente. Occorre riconoscere valore al prendersi cura. Senza un cambiamento collettivo, sarà sempre più difficile attrarre nuove generazioni verso professioni che richiedono intensa responsabilità umana ed emotiva.

Come possiamo oggi ricostruire spazi educativi autenticamente comunitari, in una società sempre più individualista?

Mi definisco un pessimista attivo: credo che il pessimismo della ragione, se assunto fino in fondo, possa avere una forza trasformativa. Oggi non disponiamo di grandi possibilità per ricostruire reti solide di resistenza culturale, ma possiamo e dobbiamo lavorare alla creazione di piccoli nuclei vitali: luoghi in cui discutere, confrontarsi, pensare insieme e non omologarsi.

Servono spazi in presenza – non solo virtuali – in cui si offra un “consumo culturale”, momenti di incontro, critica, approfondimento. Non basta vivere insieme un’esperienza: occorre riflettere su ciò che si vive, interrogarsi sul perché delle scelte, allenare il pensiero critico. Essere protagonisti e non semplicemente spettatori, non cercare consolazione né autoconsolarsi, ma rimettere in moto la capacità di agire, o per dirla con una parola che sento molto: agitarsi.

Qual è, a suo avviso, la sfida principale che attende la pedagogia sociale nei prossimi anni?

La prima sfida è, paradossalmente, quella di esistere. Di continuare a mantenere vivo il legame fra educazione e società, lavorando nei territori, nelle comunità, nei contesti dell’immigrazione, nell’educazione degli adulti. Sono ambiti cruciali, ma spesso marginalizzati rispetto al binomio scuola–famiglia, che assorbe tutto il discorso pubblico sull’educazione.

La pedagogia sociale non deve lasciarsi soffocare da questa narrazione ristretta. Deve rivendicare la propria presenza, mantenere aperti gli spazi in cui l’educazione incontra la vita reale delle persone, i conflitti, le fragilità, le trasformazioni culturali. Se saprà farlo, continuerà a essere una lente indispensabile per leggere il mondo e provare, per quanto di sua competenza e possibilità, a trasformarlo.

Simone Zambelli

ARCHE

Immagine: [📸 bauktroo, Unsplash]

Nessun commento:

Posta un commento