Iran libero
e
democratico?
Il diavolo e
l’acquasanta
Il quotidiano
cattolico «Avvenire» del 5 marzo ha aperto con un titolo in prima pagina che
riportava le parole del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin: «Le
guerre preventive incendiano il mondo». Chiaro riferimento alla motivazione
ufficiale dell’attacco all’Iran, definito «preventivo» dal governo israeliano e
giustificato dal presidente americano Trump con un’argomentazione
analoga: «Se non avessimo attaccato noi, lo avrebbero fatto loro».
È proprio questa
la logica che Parolin respinge con decisione nel suo intervento: «Se agli
Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva’” secondo criteri
propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di
trovarsi in fiamme», ha detto ai media vaticani. «È davvero preoccupante questo
venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza,
alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la
convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato
annientato».
Parole che
ribadiscono e specificano il messaggio continuamente ripetuto da papa Leone nei
suoi appelli, in cui sembra smascherato in anticipo il pretesto di questo
attacco all’Iran: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per
non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la
guerra per raggiungere la pace».
Già, perché
l’«attacco preventivo» ha naturalmente come obiettivo il raggiungimento di una
pace “vera”, che si può ottenere solo eliminando ogni minaccia. E che
l’Iran sia una minaccia per la pace è certo. Ma, dice il papa, non si
persegue la pace facendo la guerra.
È la smentita
della filosofia imposta da Trump all’Europa – quando l’ha costretta ad
aumentare al 5% del Pil le spese militari – e oggi ormai sposata senza riserve
da tutte le nazioni del Vecchio Continente, ad eccezione della Spagna, l’unica
ad avere resistito con fermezza alle pressioni del presidente americano per il
riarmo. Il motto ripetuto da tutti i governi, a cominciare dal
nostro, è «si vis pacem para bellum», “se vuoi la pace prepara la
guerra”.
Il contrario di
ciò che la Chiesa cattolica, per bocca dei suoi pontefici, ripete ormai da
decenni: «Se vuoi la pace prepara la pace», perché essa non può essere il
frutto della paura, ma deve maturare attraverso un lungo, paziente processo in
cui non ci si limita a temersi, ma si impara ad accettarsi a vicenda.
Curiosamente,
l’unica voce che, a livello internazionale, in questo momento corrisponde
pienamente a questa posizione alternativa della Chiesa, è quella del premier
socialista spagnolo Pedro Sánchez. Un anticlericale, noto per le sue
posizioni di rottura aperta nei confronti dell’etica cristiana in bioetica,
detestato dalla destra cattolica spagnola e, secondo gli ultimi esiti
elettorali parziali, prossimo a soccombere, anche per scandali che hanno
coinvolto i suoi più stretti collaboratori.
Ebbene, proprio
Sánchez, allo scoppio di questa crisi, ha rivolto agli spagnoli un discorso
che, anche in Italia, ha molto colpito molti commentatori, che l’hanno su più
testate giornalistiche ripreso con ammirazione (qualcuno lo ha definito
“storico”).
«La posizione
della Spagna», ha detto il premier – «in questo momento è chiara e forte, è la
stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza: in primo luogo, no alla
violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti – soprattutto i più
indifesi, la popolazione civile – e, in secondo luogo, no all’idea che il mondo
possa risolvere i suoi problemi solo attraverso il conflitto, attraverso le
bombe».
Tutto ciò non
comporta, ha spiegato, alcuna complicità con il perverso regime iraniano: «La
questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è.
Certamente il popolo spagnolo non lo è e, ovviamente, non lo è nemmeno il
governo spagnolo. La questione, invece, è se siamo o meno dalla parte della
legalità internazionale e, quindi, della pace». Perché «non si può rispondere a
un’illegalità con un’altra illegalità».
I danni
collaterali
Questa inedita
convergenza tra un politico laicista e i vertici della chiesa cattolica sul
rifiuto della logica delle armi – che porta inevitabilmente a usarle per la
guerra – è tanto più rilevante in quanto si pone in alternativa alla linea
seguita non solo dagli Stati Uniti, tradizionale capofila nella difesa dei
valori dell’Occidente, che in questo caso sono addirittura i principali
“signori della guerra”, ma anche dell’Unione europea e della stragrande
maggioranza dei paesi che ne fanno parte.
Dopo avere
ossessivamente ripetuto, durante i due anni di guerra a Gaza, che il
discrimine tra la parte giusta e la parte sbagliata sta nella netta differenza
tra aggressore e aggredito, per giustificare così gli spaventosi massacri di
innocenti compiuti da Israele «per difendersi», i governi occidentali e
l’opinione pubblica che li sostiene improvvisamente hanno scoperto che ci sono
aggressioni che sono giustificate e che dunque non mettono dalla parte del
torto chi le fa. Nessuno ha condannato l’attacco, a lungo preparato e
preannunciato, degli Stati Uniti e di Israele all’Iran.
Il massimo della
presa di distanze, per quanto riguarda l’Italia, è stata l’ammissione – fatta
in parlamento quasi di passaggio e senza alcun tono di denunzia, dal ministro
Crosetto – che l’iniziativa di USA e Israele «è stata al di fuori delle regole
del diritto internazionale».
Anche se poi il
mantra aggressore-aggredito è riapparso quando si è trattato, invece, di
deprecare e sanzionare il lancio di missili dell’Iran sui paesi arabi del medio
Oriente, alleati dell’Occidente.
Ma per il resto,
ha prevalso l’esultanza per l’uccisione, da tempo prevista e calcolata,
del capo dello Stato iraniano Khamenei e per la prevedibile prossima fine
del regime degli ayatollah. È come se bombardando a tappeto Teheran giorno e
notte, gli aerei e i missili americani e israeliani avessero avuto come
bersaglio solo i “cattivi”. Dei civili innocenti uccisi neppure una parola. È
l’applicazione a questa campagna militare della filosofia praticata da Israele
a Gaza: per colpire i terroristi si deve provocare, come inevitabile danno
collaterale, la morte di coloro che gli fanno da “scudo umano”. Ospedali,
scuole, moschee, ovunque ci sia il sospetto che il nemico si annidi, sono
in quest’ottica un legittimo bersaglio.
Ma l’entusiasmo
per la fine della tirannide degli ayatollah ha coperto tutto. Così la nostra
presidente del Consiglio ha dichiarato, all’inizio della guerra: «Il nostro
pensiero va alle donne e alle ragazze iraniane, per loro nutro una profonda
ammirazione». Non ha detto nulla, invece, sulla notizia spaventosa che già
circolava, di ben 160 (centosessanta!) bambine tra i sei e gli undici anni
morte nel bombardamento del loro collegio.
Forse perché
Israele si era premurato di smentire, affermando che in quella zona del
paese non c’erano stati bombardamenti. Solo che questa, ancora una volta, come
in tanti altri casi durante la guerra di Gaza, era una menzogna. Gli
accertamenti fatti da alcuni grandi giornali occidentali sulla base delle
rilevazioni satellitari hanno dimostrato che il collegio in questione era
collocato nelle vicinanze di una base militare iraniana, che era stata
attaccata. Le bambine erano “danni collaterali”.
Ritornano le
parole del primo ministro spagnolo: «La questione non è se siamo o meno a
favore degli ayatollah; nessuno lo è». Ma «non si può rispondere a
un’illegalità con un’altra illegalità», a una violenza con altre violenze. Come
ha detto papa Leone, proprio riferendosi al presente conflitto, «la violenza
non è mai la strada giusta». Non lo è sul piano umano: «Lo vediamo»
ha detto il pontefice, «nella tragedia a Gaza per esempio, dove tanti bambini
sono morti, sono rimasti senza genitori, senza scuola, senza dove vivere.
Allora dobbiamo cercare la risposta: essere promotori di pace, con il dialogo,
imparare a rispettarci gli uni gli altri, rifiutare la violenza».
La memoria
cancellata
Ma anche se ci si
limita a guardare gli effetti politici appare chiaro il totale fallimento di
tutte le guerre intraprese negli ultimi decenni dall’Occidente nei confronti
dell’Oriente sventolando la bandiera dei diritti umani e della democrazia.
A cominciare
dall’invasione dell’Afghanistan, nel 2001, da parte del presidente americano
George Bush jr, dopo l’attentato alle torri gemelle, per distruggere il potere
dei talebani, alla cui ombra si riparava il terrorismo spietato di Al
Quaeda. La guerra andò bene e, occupata Kabul, fu instaurato un governo
moderato, sostenuto non solo dalle truppe americane, ma anche da quelle di vari
paesi della NATO. Trionfo della democrazia, a prima vista. Ma il risultato è
stata una guerriglia durata vent’anni, che alla fine ha costretto l’Occidente a
una fuga ignominiosa, abbandonando i sostenitori del governo democratico alla
vendetta dei talebani, che il 15 agosto 2021 entrarono trionfalmente a Kabul.
In questa stesso
arco di tempo, nel 2003, ci fu l’attacco all’Iraq, sempre opera di George
Bush jr, giustificato con la necessità di deporre un sanguinario dittatore,
Saddan Hussein, e di impedirgli di usare le sue armi di distruzione di massa
contro l’Occidente.
La campagna
militare fu un trionfo, e Bush potè annunciare solennemente, dopo appena un
mese: «Missione compiuta!». Le armi di distruzione di massa, in realtà, non
furono mai trovate. Ma Saddam fu catturato e giustiziato. Solo che, invece
della democrazia, scoppiò il caos, in cui trovò spazio l’Isis, immensamente più
pericolosa di Saddam, e l’area è ancora oggi un esempio drammatico di
destabilizzazione.
Nel 2011
l’Occidente si coalizzò per far cadere il dittatore libico Muammar Gheddafi,
che poi fu ucciso in circostanze poco chiare mentre fuggiva. Anche allora
esultanza dei media che titolarono «Libia libera». Ma, anche questa volta, dopo
quindici anni dalla “liberazione”, siamo davanti a un paese diviso e dominato
da forze politico-militari che con la promessa democrazia non hanno nulla
a che fare. E non sono pochi quelli che ancora rimpiangono il tiranno defunto.
Nel suo discorso
Sánchez, proprio riferendosi a questa storia, ha richiamato la necessità
di non dimenticare gli errori passati. «É ancora presto», ha detto, «per
sapere se la guerra in Iran avrà conseguenze simili a quelle dell’Iraq, se
servirà a provocare la caduta del terribile regime degli Ayatollah o a
stabilizzare la regione» ma, ha aggiunto, «quello che sappiamo è che da questa
non nascerà un ordine internazionale più giusto e non ne deriveranno salari più
alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano».
Una previsione
tanto più ragionevole se si pensa che comunque, i precedenti tentativi falliti
di esportare la democrazia in Oriente avevano avuto la copertura di organismi
internazionali o di alleanze a più voci, mentre questa volta i paesi europei
non sono stati consultati e in alcuni casi, come quello dell’Italia, neppure
avvertiti.
E i protagonisti
solitari di questa “liberazione” sono un personaggio come Netanyahu, condannato
dalla Corte Penale Internazionale per «crimini contro l’umanità» e
denunciato da molti suoi stessi connazionali per avere appena commesso un
genocidio, e uno come Trump, reduce dall’avere costretto con la sua
schiacciante forza militare il Venezuela a cedergli la sua principale risorsa,
il petrolio, e a sottomettersi da ora in poi alla sua volontà, senza neppur
tentare di avviare un vero processo democratico.
Come ha detto il
cardinale Parolin: «Alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del
diritto si è sostituito il diritto della forza». Ma è questa la via della
democrazia?
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