Pagine

mercoledì 25 febbraio 2026

IN CERCA DI "SICUREZZA"

Une image contenant voiture, léger, Pièce auto, véhicule

Le contenu généré par l’IA peut être incorrect. 



Il caso Rogoredo 

il decreto sicurezza




Foto di Max Fleischmann su Unsplash

-di Giuseppe Savagnone 

Un evidente caso di legittima difesa

Sulle prime pagine dei quotidiani è esplosa come una bomba la notizia della svolta nelle indagini di Rogoredo, con le polemiche a cui ha dato immediatamente luogo. La riportava, in prima pagina, il «Corriere della Sera» del 24 febbraio: «Arrestato agente killer. Scudo penale, è scontro». Ne dava una precisa interpretazione «Il Fatto quotidiano»: «Rogoredo: boomerang per il governo e per il Sì». Su una lunghezza d’onda del tutto diversa, il titolo di «Libero»: «La sinistra manganella la polizia» e, nell’occhiello, si leggeva: «Processo alle forze dell’ordine».

Può essere utile, per capire cosa davvero è successo, cominciare dal 26 gennaio scorso, quando – stando ai resoconti di tutti i giornali – in un parco di Rogoredo, un quartiere della periferia di Milano, un gruppo di poliziotti che pattugliava l’area si era imbattuto in un ragazzo marocchino, Abderrahim Mansouri, di 28 anni, ben conosciuto come pusher, il quale, al loro arrivo, aveva brandito una pistola, costringendo uno di essi, l’assistente capo di polizia Carmelo Centurrino, a estrarre a sua volta la propria arma e a sparargli, uccidendolo.

Caso evidente di legittima difesa. Una sola ombra: quella di Mansouri era una pistola giocattolo, evidentemente inoffensiva. Ma tutti convenivano che il poliziotto non poteva saperlo, tanto più che era sera e c’era buio. Anche se restava irrisolto l’interrogativo sulle motivazioni che avevano spinto il giovane pusher a una simulazione che gli era costata la vita.

Malgrado questo quadro, a termine di legge il poliziotto veniva iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario e si avviavano le indagini di rito. Suscitando però il finimondo negli ambienti della destra al governo. In particolare il vice-premier Matteo Salvini, da sempre sostenitore della necessità di lasciare le mani più libere alle forze dell’ordine per reprimente la criminalità, aveva commentato, a caldo: «Io sto col poliziotto, senza se e senza ma». Per poi esprimere il suo sdegno nei confronti della magistratura e preannunziare misure, da parte del governo, per prevenire in futuro quella che appariva ai suoi occhi un’assurdità : «Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato! Nel nuovo pacchetto sicurezza abbiamo previsto una norma che eviti che gli agenti vengano automaticamente indagati dopo essersi difesi. Io sto col poliziotto». 

La polemica era continuata anche nei giorni seguenti, con ulteriori attacchi del vice-premier a «quel pubblico ministero» – il magistrato Giovanni Tarzia –  che per dovere d’ufficio aveva avviato un’inchiesta «veramente ingenerosa, gratuita, eccessiva», aprendo un «fascicolo odioso», come se «quell’agente avesse sparato per uccidere». «Più legittima di fesa di così», aveva fatto notare. E, su questa lunghezza d’onda, la Lega aveva perfino promosso una raccolta firme di solidarietà per l’agente di polizia indagato, a cui è stata consegnata perfino una medaglia.

In questa rovente polemica nei confronti della magistratura, il quotidiano «Il Giornale», molto vicino al governo, aveva aggiunto, nel suo titolo di prima pagina, un riferimento ai disordini di Torino, traendone le conclusioni in vista del prossimo referendum: «Uno dei fermati di Torino è già fuori, mentre un poliziotto è indagato per omicidio per essersi difeso. È vergognoso. Votiamo Sì al referendum».

Pochi giorni dopo, il 5 febbraio, il governo varava il decreto sicurezza, con cui si prevedeva, «per i cittadini e anche per le Forze di polizia», l’esenzione dal l’iscrizione nel registro degli indagati «quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere)». Una versione allargata dello “scudo penale”, inizialmente pensato, in realtà solo per le forze dell’ordine ed esteso a tutte le categorie solo per un intervento del Quirinale, che aveva fatto presente che altrimenti si sarebbe violato il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Ma era evidente e dichiarato il riferimento al caso di Rogoredo, che ha continuato ad essere il simbolo delle ragioni sempre ribadite dalla destra per la stretta sull’ordine pubblico e per una maggiore libertà d’azione dei suoi tutori. Significativo che la premier, a inizio Olimpiadi, abbia voluto visitare proprio la stazione di polizia di Rogoredo, per ringraziare del prezioso lavoro che  vi si svolgeva a favore della comunità.

Il colpo di scena

Poi, ventiquattro giorni dopo i fatti, il colpo di scena. Le indagini della Procura e della polizia hanno fatto emergere elementi che incriminano, senza possibile dubbio, Centurrino. Quello decisivo è che gli esami fatti dalla Scientifica sulla pistola giocattolo hanno rivelato tracce del DNA del poliziotto e non del suo preteso possessore. E il cadavere di quest’ultimo presenta un foro di proiettile non in fronte, come dovrebbe essere se avesse affrontato gli agenti, ma alla tempia, evidenziando che il ragazzo è stato ucciso mentre fuggiva.

Non solo: i colleghi di Centurrino hanno ammesso di non aver mai visto, in realtà, l’arma, né in mano al marocchino né per terra, dopo la sua uccisione, e di avere invece, su richiesta del poliziotto, ritirato dal commissariato una «valigetta nera» che probabilmente la conteneva.

Così, secondo la ricostruzione della procura di Milano – firmata da Giovanni Tarzia, il magistrato detestato da Salvini – Cinturrino aprì il fuoco contro Mansouri «coscientemente e volontariamente (…) in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione» mentre il ragazzo «cercava una via di fuga», dopo aver «minacciato i poliziotti» con una pietra «da una distanza incompatibile con la concreta possibilità di colpirli». E la pistola giocattolo sarebbe stata posta accanto al morto dallo stesso assassino, per accreditare la sua messinscena. Alla quale si deve anche il ritardo della chiamata dei soccorsi che ha ridotto le possibilità di salvare la vita alla vittima.

Sono venuti fuori, inoltre, aspetti inquietanti della personalità di Cinturrino, che pare fosse conosciuto col nome di «Luca» dai pusher del quartiere, a cui chiedeva mazzette in denaro e in droga se volevano spacciare senza problemi. In questo contesto  andrà cercata anche la spiegazione dell’assassinio di Mansouri.

Si capisce, a questo punto, l’editoriale di Annalisa Cuzzocrea sul «Corriere»:  «Accade talvolta che la realtà si incarichi di smentire la propaganda (…). I fatti di Rogoredo si sono trasformati da assist per le riforme del governo Meloni in prova della loro pericolosità».

Così come si capisce il commento di Marco Iasevoli su «Avvenire»: «Sul caso-Rogoredo il Governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepremier Matteo Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’intero stato maggiore di FdI, Lega e Forza Italia sono costretti, in queste ore, alla capriola più vistosa dell’intera legislatura». Perché, dopo aver cavalcato davanti all’opinione pubblica questa vicenda invocando a gran voce l’introduzione dello “scudo penale” per i poliziotti e rivolgendo alla magistratura «l’accusa di aprire fascicoli contro chi la legge la difende, argomento che calzava bene con la campagna in vista del referendum del 22-23 marzo», si sono trovati totalmente spiazzati.

Meloni ha sfogato sul poliziotto corrotto e assassino quella che ha chiamato la sua  «profonda rabbia», accusandolo di «tradimento nei confronti della nazione» e invocando, da quella stessa magistratura che aveva scusato di essere ideologizzata e inaffidabile, una condanna esemplare.

La stampa di destra se l’è cavata alla meno peggio concentrandosi sul pericolo di strumentalizzare l’accaduto per demonizzare la polizia, sottolineando che, come ha scritto su «Libero» il direttore Mario Sechi, che «a qualsiasi latitudine la sicurezza dei cittadini viene prima di tutto»

Sul fronte opposto, la segretaria del PD Elly Schlein ha esortato il governo a rivedere quella parte del nuovo decreto sicurezza che elimina l’obbligo di iscrizione automatica al registro degli indagati per  chi compie atti di violenza in casi particolari, come «legittima difesa» e «adempimento di un dovere», introducendo così  una norma di «impunità preventiva» per le forze dell’ordine. Che non è, secondo lei, la vera priorità a sostegno delle forze dell’ordine, bisognose piuttosto di maggiori risorse e di un incremento del personale.

Qualche considerazione

Al di là delle schermaglie tra i partiti, mi sembra significativa la riflessione di Mattia Feltri su «La Stampa» a proposito di questa norma, la si chiami o no “scudo penale”: «Ritengo profondamente sbagliata la logica che ispira la legge: se c’è bisogno di un po’ di scrupoli e di trasparenza in più, non in meno, è proprio quando a sparare sono poliziotti e carabinieri, perché a loro è stato concesso per legge, e dunque per volontà popolare, l’uso esclusivo di una forza per  cui si può arrivare a uccidere».

Intanto, proprio la sera del 24 febbraio, con la firma del presidente della Repubblica, è entrato in vigore il decreto sicurezza. In una intervista fatta sul «Corriere della Sera» del 25 febbraio al capo della polizia, il prefetto Pisani, l’intervistatore  gli ha chiesto: se fosse stato già allora vigente «il cosiddetto “scudo penale” per chi commette ipotetici reati con “evidente causa di giustificazione”», esso «avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo?» la risposta del prefetto è stata decisa: «Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente».

Una risposta che però, non sembra corrispondere a ciò che l’opinione pubblica percepì in quei giorni. Tutti avevano considerato evidente la dinamica dei fatti e avrebbero sottoscritto le parole di Salvini: «Più legittima difesa di così»… Non si spiegherebbe altrimenti l’esasperazione del leader leghista e di tutta maggioranza nei confronti dell’iscrizione di Centurrino nel registro degli indagati. È difficile, perciò, immaginare che, in presenza di una norma legislativa che la escludeva nei casi di evidente legittima difesa, le indagini sull’operato del poliziotto avrebbero potuto essere condotte.

Come sarà difficile, in futuro, accertare la verità ora che le nuove regole creano una presunzione di legittimità per comportamenti violenti  messi in atto «per legittima difesa» o «adempimento di un dovere» da parte delle forze dell’ordine (perché è ad esse che, evidentemente, questa clausola si attaglia più che a qualunque altra categoria di cittadini) .

E ai magistrati che ci proveranno sarà facile contestare un accanimento ideologico al di là dei limiti previsti dalla legge, specialmente se a giudicarli sarà – come prevede la riforma della giustizia – un’Alta Corte disciplinare presieduta  non più dal presidente della Repubblica, ma da un membro “laico” eletto, in seno all’Alta Corte stessa, tra i giudici nominati dal Presidente della Repubblica o estratti a sorte dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune. Non per nulla, nella sua protesta conto il pm che indagava sul caso Rogoredo, tutta la destra ha più volte invocato il Sì al referendum, che avrebbe bloccato in futuro magistrati come lui. Ora dipende dagli italiani decidere se vogliono che sia così.

www.tuttavia.eu




 

Nessun commento:

Posta un commento