CHE EMERGE
UNIRE LA FERMEZZA CON LA CURA
Né solo repressione né buonismo, ma adulti capaci di relazione
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di EDOARDO PATRIARCA
Ogni qualvolta leggiamo le cronache
di violenze e aggressioni che coinvolgono giovani si riapre nel paese un
dibattito stancante e ripetitivo. Da una parte coloro che cavalcano l’onda
emotiva con proposte securitarie ostentate e ad effetto per guadagnare qualche
percentuale di consenso in più. Dall’altro, coloro che chiudono gli occhi alla
realtà del disagio sociale e alle troppe vulnerabilità che sempre più franano
in cattiverie scellerate, senza farsene carico, condannando tutto ciò che
ha che fare con la sicurezza. Separate sono risposte parziali e strumentali. Al
contrario servono entrambe, più controllo sociale e fermezza e, al contempo,
ascolto e accoglienza: sto vicino a te, non ti mollo, ti voglio bene, mi stai a
cuore… Una contrapposizione inutile, indotta da una cultura social che
semplifica, banalizza la vita quotidiana e induce a ritenere che l’affermazione
di sé si risolva nel contrasto al prossimo e nel conflitto arrabbiato e
permanente. La gestione dei conflitti, le diversità, la complessità sono
invece la base per una sana convivenza e per una democrazia che può vivere solo
nel riconoscere l’altro e nella condivisione dei beni comuni.
La vera sfida non è in capo agli
adolescenti ma in una rinnovata presenza di adulti capaci di stare nella
relazione e nell’intrapresa di un cammino che sappiamo faticoso e sfidante: ne
sono consapevoli i genitori di figli adolescenti, lo sanno gli educatori
impegnati nelle periferie delle città e gli insegnanti delle scuole secondarie.
Stare nella relazione è nuotare controcorrente, è andare di bolina: richiede
capacità di ascolto, di resistenza e perseveranza nel mantenere vive relazioni
affettuose e reciproche con l’autorevolezza ( che è altro dall’autoritarismo)
di chi si fa testimone umile dei valori che vive e intende proporre.
Adulti-in-relazione per
un’educazione agli affetti contro la cultura del “Io e del Mio” che avvelena la
vita quotidiana con la pretesa di controllare e possedere l’altro pur di
nascondere le proprie fragilità. In relazione, per una educazione alla solidarietà
che costruisce legami di amicizia e insegna a “saper litigare” invece che
scegliere la via dell’aggressività: litigare è anche confronto, è saper vedere
e ascoltare il punto di vista dell’altro.
E allora che fare? Si parla da tempo
di animare sui territori comunità educanti, di patti per l’educazione, di
tavoli comuni di riflessione per promuovere una cultura dell’ascolto. Spazi nei
quali gli adulti riconquistano la vocazione educativa, spazi in cui i ragazzi
sono aiutati a (ri) costruire la propria biografia, a dare parole a quello
che hanno in testa, ai conflitti che vivono, alle rabbie, ai sentimenti. Perché
non recuperiamo lo spirito che animò la legge 285/97, nota anche come “Legge Turco”,
nata per sostenere la qualità della vita dei minori, promuovere i loro diritti
e la loro partecipazione sociale? Come allora, oggi occorre un
progetto collettivo che assuma l’educazione delle giovani generazioni punto
strategico per una agenda di speranza del paese, un nuovo patto educativo
intergenerazionale che rifugga da visioni semplicistiche – “sono stati troppo
coccolati” “troppo protetti”, “sono mancati limiti e regole” – e scelga la
complessità stupefacente insita nei cammini di crescita dei bambini e delle
bambine. Come adulti, a livello personale e in famiglia, dobbiamo essere
più consapevoli e responsabili e porci le domande giuste: com’è il tempo che
dedichiamo ai figli? Quali modelli di identificazione stiamo proponendo? Non
siamo chiusi nel bozzolo del sé, dell’affermazione autocratica dei nostri
pensieri? Non stiamo scansando le domande più complicate e disturbanti a cui
talvolta neppure sappiamo dare risposta? Come superare la frattura tra il
bisogno di sicurezza di noi adulti (si dice spesso… mettere in sicurezza il
futuro dei figli) con il desiderio di autonomia dei giovani? Come trasformare
il dolore e il silenzio del giorno dopo in un impegno di cura, di speranza viva
nel futuro dei ragazzi, di figli e nipoti?
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