Pagine

domenica 1 febbraio 2026

BEATI VOI

 


*Commento al Vangelo del 
1 Febbraio 2026*

 

fra Stefano M. Bordignon –

Beati quelli che non si sentono arrivati, che non si credono a posto una volta per tutte, ma riconoscono di avere ancora bisogno di crescere, di imparare, di lasciarsi aiutare. In loro c’è spazio per il regno dei cieli.

Beati quelli che portano dentro un dolore, una ferita, una perdita che non si rimargina in fretta. Non sono persone rotte o sbagliate: proprio lì, in quella fragilità, Dio sta già lavorando in silenzio.

Beati quelli che non rispondono alla violenza con altra violenza, che non alzano la voce per imporsi, che non usano la forza per avere ragione. Forse sembrano perdenti, ma stanno costruendo un mondo migliore.
Beati quelli che non si accontentano delle mezze verità, delle scorciatoie, dei compromessi facili. Beati quelli che hanno fame di giustizia, di relazioni sincere, di una vita pulita e coerente: questa fame non resterà senza risposta.

Beati quelli che sanno perdonare, anche quando costa fatica, anche quando non viene spontaneo. Il perdono che donano tornerà a loro come misericordia nei momenti in cui ne avranno più bisogno.
Beati quelli che cercano di essere limpidi dentro, senza doppie vite, senza maschere. Non sono perfetti, ma veri. E proprio così imparano a riconoscere Dio nelle cose semplici di ogni giorno.

Beati quelli che costruiscono ponti invece di muri, che cercano la pace dentro i conflitti, che non smettono di credere nel dialogo. Dio li considera suoi figli.

Beato anche quando vieni giudicato, escluso, preso in giro perché cerchi di vivere il Vangelo sul serio, senza sconti.

Beato quando vieni frainteso per aver scelto l’onestà, il bene, l’amore.
Non pensare di aver sbagliato strada.

Sei in buona compagnia, sei con Gesù.

La tua vita, così com’è, è già dentro il Regno di Dio.

Cercoiltuovolto

Immaagine

I DOCENTI DI SINISTRA


Ma il problema 

della scuola italiana 

sono
 
i docenti di sinistra?


By Giuseppe Savagnone 

Un questionario sulla scuola

Ha suscitato vivaci polemiche l’iniziativa di Azione Studentesca, l’organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia, che, attraverso un QR Code contenuto in manifesti e volantini, ha sottoposto a studentesse e studenti di diverse città italiane una serie di domande, con lo scopo di fornire un «rapporto nazionale sulla situazione della scuola italiana».

Fra i vari punti del questionario ce n’era uno, che ha dato origine alle proteste, dedicato alla «Politicizzazione delle aule». In esso si chiedeva: «Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni?». In caso di risposta positiva, la domanda successiva era: «Descrivere uno dei casi più eclatanti».

Dopo l’iniziativa di Azione Studentesca, la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi ha scritto al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara che essa «configura una forma di schedatura o stesura di una lista di proscrizione basata su presunte o reali opinioni politiche e rappresenta una grave violazione dei principi democratici che fondano il sistema educativo pubblico, oltre a costituire un attacco all’autonomia e alla libertà della comunità educante».

In risposta, il ministero ha fatto sapere di aver avviato accertamenti, il cui esito, però, non giustifica le accuse: «Da quanto risulta al momento si tratta di un’iniziativa autonoma promossa da alcuni studenti, che avrebbero effettuato una sorta di sondaggio anonimo», ha affermato la sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti. E questa è anche la posizione di Riccardo Ponzio, presidente di Azione studentesca: «Ma quali liste di proscrizione o schedature, il questionario è anonimo e non chiediamo nomi».

Ma, in senso contrario, anche l’Associazione nazionale presidi è intervenuta, dichiarando una forte preoccupazione. «La libertà di insegnamento, nel quadro dei valori costituzionali – ricorda il presidente dell’associazione Antonello Giannelli – rappresenta un pilastro irrinunciabile del sistema educativo. Questa iniziativa di Azione studentesca è inaccettabile perché lesiva dei principi fondamentali della democrazia».

E ha avuto una diffusione virale su internet un video, in cui un docente di Pordenone sottolinea il senso inquisitorio del questionario, e che si conclude con la sua auto-denuncia: «Sono un docente di sinistra, schedatemi pure».

La replica dei giornali di destra

Alle accuse hanno risposto unanimi i giornali di destra parlando di «bufala» («Il Giornale») della sinistra, che, «a ben guardare, sembra proprio la prova» di  «una verità che alcuni preferirebbero tenere nascosta: che in molte aule italiane la libertà di pensiero non è un diritto di tutti, ma un privilegio riservato a chi la pensa “giusto”» («Il Tempo»).

Su questa linea, ma assai più articolato, l’editoriale di Mario Sechi su «Libero». un intervento di particolare peso, non solo perché Sechi è il direttore del quotidiano, ma anche perché è stato per un certo tempo portavoce della presidente del Consiglio e le sue posizioni, perciò, sono sicuramente vicine a quelle di Giorgia Meloni. 

L’autore inserisce la polemica sul questionario di Azione Studentesca in una narrazione più ampia, di cui vale la pena riportare per esteso i passaggi: «L’egemonia culturale della sinistra nella pop è finita. La grande rivoluzione fu quella della Tv commerciale di Silvio Berlusconi che introdusse nell’immaginario gli elementi dello show americano, del cabaret, dello sport come fenomeno di costume. Ai compagni sono rimasti i santuari della presunta editoria colta (che non vende) e il fortino dell’università e della scuola di ogni ordine e grado, ad eccezione delle elementari che ancora resistono (…). Salvo le maestre, il resto della truppa (con qualche eroica singolarità) è arruolato nella legione dei post-marxisti che al ’68 devono il posto, la carriera, l’influenza sula formazione degli italiani di domani».

Già i libri di testo, secondo Sechi, esprimono questa faziosità. «Ma se saliamo in cattedra, il quadro è ancora più tragicomico, perché il pre-giudizio tracima verso i banchi senza che alcuno alzi il dito e obietti: “Caro professore, la sua opinione, pur meritevole di attenzione, è priva di equilibrio e di autorevolezza, i valori liberali ai quali la scuola dovrebbe ispirarsi nella sua autonomia, lei li sta tradendo”».

Da qui «i cortei pro-Pal di ragazzi che farneticano “la Palestina libera dal fiume al mare”, Greta Thunberg elevata sull’altare dell’’ignoranza (…) i rettori farsi complici di frange violente che predicano l’antisemitismo».

La conclusione del direttore di «Libero» è la stessa che abbiamo visto su «Il Tempo»: «La reazione scomposta del Pd a un innocuo ma dirompente sondaggio  di Azione Studentesca è la prova della cattiva coscienza dell’etablishment sgrammaticato».

A proposito di egemonia della sinistra: il caso della TV

Il ragionamento di Mario Sechi, esplicitando in modo più articolato le ragioni della destra sull’episodio, è quella che si presta – forse più dell’episodio in se stesso – a qualche considerazione critica. A partire dall’affermazione che l’avvento della TV commerciale di Berlusconi, avrebbe segnato la fine dall’«egemonia culturale della sinistra», legata alla stagione televisiva precedente. Di quest’ultima io stesso posso dire qualcosa perché vi ho assistito in prima persona e la ricordo benissimo.

È stato grazie ad essa che il grande pubblico ha potuto conoscere splendide opere teatrali, come i drammi di Pirandello e di Cechov, o riduzioni di capolavori della grande letteratura mondiale, come «Il mulino del Po», di Bacchelli e «L’idiota» di Dostoevskij, sempre trasmessi in prima serata. Ed è stato grazie ad essa che la conoscenza media della lingua italiana si è diffusa anche a larghe frange di popolazione prima legata quasi esclusivamente al proprio dialetto.  Non per nulla la definizione tecnica che ne è stata data è quella di «TV pedagogica». Peraltro, era una TV che sapeva anche divertire – famosi alcuni spettacoli di varietà come «Domenica è sempre domenica» o «Un due tre» – , ma senza mai scadere nella volgarità.

La TV commerciale introdotta da Berlusconi, essendo privata e reggendosi sui profitti derivanti dalla pubblicità, ha dovuto imporsi puntando non su ciò che poteva giovare alla crescita culturale e morale della gente, ma sui suoi gusti immediati. Certo, essa ha infranto una serie di tabù, ma per far questo ha dovuto adottare come motto quello che, secondo Karl Popper, nel suo libro «Cattiva maestra televisione», rende pericolosissimo questo mezzo di comunicazione: «Dare al pubblico quello che il pubblico desidera».

È stato così che si è innescato un circuito perverso tra il progressivo scadimento dei programmi – che ha portato alla esclusione dalla prima serata di tutto ciò che fosse in qualche modo impegnativo – e un progressivo imbarbarimento dei gusti degli spettatori.  E questo non  ha segnato la fine dell’egemonia della sinistra – che non c’era mai stata – , ma il progressivo declino del senso intimo del pudore, non quello dei corpi, ma quello dell’anima, che spettacoli come «Il Grande Fratello» o le trasmissioni di Maria De Filippi hanno aiutato molto a oscurare.

I «compagni» controllano la scuola?

Non mi sarei soffermato su questo primo passaggio dell’editoriale dei Mario Sechi se non fosse molto significativo dell’idea che il direttore di «Libero» ha della cultura. A questo punto si capisce che, dal suo punto di vista, la scuola – ancora, sia pure a fatica, fedele al progetto di una educazione intellettuale e civile – sia sfuggita alla “liberazione” portata dalle TV di Berlusconi e sia rimasta «il fortino» dei «compagni».

Ma chi sono questi «compagni»? Diretta erede del vocabolario intimidatorio del “cavaliere”, la destra continua, come lui, a chiamare “comunisti” – un termine che  evoca il totalitarismo sovietico (da decenni scomparso e sostituito dal regime attuale, tutt’altro che “di sinistra”) e una minaccia incombente per la libertà e la proprietà privata – i rappresentanti di una opposizione che del marxismo, in realtà, non conserva la più lontana traccia.

La “compagna” Schlein si è formata nella cultura “liberal” americana e ha posizioni che se mai ricordano il vecchio partito radicale, centrato sulla rivendicazione dei diritti individuali, quelli che Marx bollava come «robinsonate», perché volti a garantire la realizzazione egoistica del singolo nella sua isola felice. Da dove anche la perdita di rapporto tra il PD e i tradizionali sostenitori del vecchio partito comunista, operai, indigenti, emarginati. Il “compagno” Conte è un populista, le cui posizioni in campo sociale sono prive di una reale base filosofica, sicuramente lontane della visione marxista.

Ma il punto più problematico dell’analisi di Sechi è che essa sembra provenire da  una persona che non ha idea di come funzioni realmente la relazione tra insegnanti e alunni dentro un’aula scolastica. Prima che ingiusta verso i docenti, questa analisi lo è nei confronti degli studenti, dipinti come succubi impotenti di fronte ad una dittatura culturale dei loro insegnanti, incapaci perfino di alzare il dito e di muovere una timida obiezione.

Ho insegnato per quarantun anni nei licei e posso assicurare, a chi non lo sapesse, che gli alunni in ogni scuola fanno sentire alta la loro voce, per dialogare ma anche, se inascoltati, per contestare i docenti, o addirittura i dirigenti scolastici. Senza dire che ormai i loro punti di riferimento sono più i social che la scuola, e immaginarli plagiati dai loro insegnanti è, questo sì, «tragicomico».

Quanto poi ai docenti, perché non dovrebbero essere di sinistra o di destra o di qualunque altra tendenza intellettuale e politica? Un insegnante non è il ripetitore meccanico di nozioni neutre – questo lo può fare anche meglio una intelligenza artificiale  – , ma è chiamato a interpretare il significato dei dati della sua disciplina per la vita reale e questo richiede, da parte sua una visione del mondo e della società. Non esiste, né a scuola né altrove, “uno sguardo da nessun luogo”.

L’oggettività a cui la scuola deve educare non è la negazione delle diversità di vedute, che implicherebbe l’uniformità di un pensiero unico, ma il dialogo incessante tra persone impegnate in una ricerca comune a partire dai rispettivi punti di vista e, proprio in nome di questa ricerca, capaci di rimetterli continuamente in discussione.

Ciò che sta indebolendo la funzione educativa della scuola non è l’eccesso di ideologie, ma la carenza di idee e di valori, in un clima culturale che rende difficile – in primo luogo a chi dovrebbe educare i più giovani a maturare le une e gli altri – avere ancora delle convinzioni.

È assolutamente appropriata, a questo proposito, la riflessione di Massimo Gramellini, sul «Corriere della sera», quando ricorda con profonda stima e affetto una sua maestra delle elementari, convinta comunista, e un suo professore di Storia, di destra. «La pensavano diversamente su tutto, scrive Gramellini, tranne che sull’essenziale: il valore della cultura e la passione con cui trasmetterla (…) Erano di parte? Certo. Ma erano bravi e sensibili».

E conclude: «Il problema della scuola non sono gli insegnanti schierati, ma gli insegnanti disamorati. Non quelli che credono ancora qualcosa, ma quelli cheanche a causa della scarsa considerazione di cui godono – non credono più in niente».

www.tuttavia.eu

 Foto di Ivan Aleksic su Unsplash 


 

FERMEZZA E CURA

 CONTRO LA VIOLENZA 

CHE EMERGE 

UNIRE LA FERMEZZA  CON LA CURA


Né solo repressione né buonismo, ma adulti capaci di relazione

-         di EDOARDO PATRIARCA

Ogni qualvolta leggiamo le cronache di violenze e aggressioni che coinvolgono giovani si riapre nel paese un dibattito stancante e ripetitivo. Da una parte coloro che cavalcano l’onda emotiva con proposte securitarie ostentate e ad effetto per guadagnare qualche percentuale di consenso in più. Dall’altro, coloro che chiudono gli occhi alla realtà del disagio sociale e alle troppe vulnerabilità che sempre più franano in cattiverie scellerate, senza farsene carico, condannando tutto ciò che ha che fare con la sicurezza. Separate sono risposte parziali e strumentali. Al contrario servono entrambe, più controllo sociale e fermezza e, al contempo, ascolto e accoglienza: sto vicino a te, non ti mollo, ti voglio bene, mi stai a cuore… Una contrapposizione inutile, indotta da una cultura social che semplifica, banalizza la vita quotidiana e induce a ritenere che l’affermazione di sé si risolva nel contrasto al prossimo e nel conflitto arrabbiato e permanente. La gestione dei conflitti, le diversità, la complessità sono invece la base per una sana convivenza e per una democrazia che può vivere solo nel riconoscere l’altro e nella condivisione dei beni comuni.

La vera sfida non è in capo agli adolescenti ma in una rinnovata presenza di adulti capaci di stare nella relazione e nell’intrapresa di un cammino che sappiamo faticoso e sfidante: ne sono consapevoli i genitori di figli adolescenti, lo sanno gli educatori impegnati nelle periferie delle città e gli insegnanti delle scuole secondarie. Stare nella relazione è nuotare controcorrente, è andare di bolina: richiede capacità di ascolto, di resistenza e perseveranza nel mantenere vive relazioni affettuose e reciproche con l’autorevolezza ( che è altro dall’autoritarismo) di chi si fa testimone umile dei valori che vive e intende proporre.

Adulti-in-relazione per un’educazione agli affetti contro la cultura del “Io e del Mio” che avvelena la vita quotidiana con la pretesa di controllare e possedere l’altro pur di nascondere le proprie fragilità. In relazione, per una educazione alla solidarietà che costruisce legami di amicizia e insegna a “saper litigare” invece che scegliere la via dell’aggressività: litigare è anche confronto, è saper vedere e ascoltare il punto di vista dell’altro.

E allora che fare? Si parla da tempo di animare sui territori comunità educanti, di patti per l’educazione, di tavoli comuni di riflessione per promuovere una cultura dell’ascolto. Spazi nei quali gli adulti riconquistano la vocazione educativa, spazi in cui i ragazzi sono aiutati a (ri) costruire la propria biografia, a dare parole a quello che hanno in testa, ai conflitti che vivono, alle rabbie, ai sentimenti. Perché non recuperiamo lo spirito che animò la legge 285/97, nota anche come “Legge Turco”, nata per sostenere la qualità della vita dei minori, promuovere i loro diritti e la loro partecipazione sociale? Come allora, oggi occorre un progetto collettivo che assuma l’educazione delle giovani generazioni punto strategico per una agenda di speranza del paese, un nuovo patto educativo intergenerazionale che rifugga da visioni semplicistiche – “sono stati troppo coccolati” “troppo protetti”, “sono mancati limiti e regole” – e scelga la complessità stupefacente insita nei cammini di crescita dei bambini e delle bambine. Come adulti, a livello personale e in famiglia, dobbiamo essere più consapevoli e responsabili e porci le domande giuste: com’è il tempo che dedichiamo ai figli? Quali modelli di identificazione stiamo proponendo? Non siamo chiusi nel bozzolo del sé, dell’affermazione autocratica dei nostri pensieri? Non stiamo scansando le domande più complicate e disturbanti a cui talvolta neppure sappiamo dare risposta? Come superare la frattura tra il bisogno di sicurezza di noi adulti (si dice spesso… mettere in sicurezza il futuro dei figli) con il desiderio di autonomia dei giovani? Come trasformare il dolore e il silenzio del giorno dopo in un impegno di cura, di speranza viva nel futuro dei ragazzi, di figli e nipoti?

               www.avvenire.it

 Immagine