nelle scuole:
possibile?
-di Salvino Leone
Il più delle volte questo accade sull’onda emotiva di
fatti criminosi quali stupri, violenze di gruppo, femminicidi e quant’altro.
Anche questa, ovviamente, viene politicizzata tra chi, buono e progressista, la
sostiene a tutti i costi e chi, conservatore e fedele ai sani valori, ne
contesta il valore. Insomma, è utile o addirittura necessaria?
Il senso di un’«educazione» sessuale
Una considerazione preliminare riguarda il senso da
attribuire al concetto di «educazione». Com’è noto il significato etimologico
del termine riconduce all’e-ducere, cioè al «portar fuori», al
trarre il meglio di quanto ognuno porta in sé per strutturarlo in un discorso
valoriale organico e coerente. A differenza dell’in-formazione, che
consiste nel «portar dentro» contenuti per dare una forma a chi li riceve che è
poi dell’artefice degli stessi. Quindi un concetto non solo diverso ma, in
qualche modo, antitetico.
Che cosa vogliono fare le varie proposte di legge?
Educare? No di certo, anzi, peggio, spacciare per educazione quella che è
semplice informazione. Intendiamoci, non che questa sia inutile o irrilevante,
anzi è il primo gradino di ogni progettualità educativa, ma non può ritenersi
educazione.
E non lo è per il fatto che non può essere del tutto
antropologicamente ed eticamente connotata, perché la precomprensione
antropologica e la proposta etica non è mai neutra, come invece deve essere
necessariamente (e guai se non lo fosse) l’informazione. L’apparato genitale
dell’uomo e della donna è quello, e non dipende dalle idee di chi lo insegna.
Ma non si può ritenere di avere educato una persona solo perché gli abbiamo
insegnato come si prende un anticoncezionale o come si evitano le malattie a trasmissione
sessuale.
Ricordo un tempo in cui si pretendeva di fare eduzione
sessuale (anche in ambito ecclesiale in presunti corsi formativi per i giovani)
iniziando a far vedere immagini di farfalline che svolazzano insieme o di
cavallini che inseguono le cavalline, cioè biologizzando la sessualità anziché
parlarne magari mostrando due giovani che camminano tenendosi per mano o che si
abbracciano.
A tutto questo oggi si aggiunge il complesso e quasi
indistricabile e nuovo problema del gender. Come parlarne? Non
tanto in ordine al problema dell’omosessualità, quanto piuttosto delle disforie
di genere, purtroppo accomunate (pur trattandosi di problemi profondamente
diversi) nell’infelice acronimo LGBTQ+.
Un possibile piano educativo
Quanto detto ci induce a riflettere sul fatto che una
vera educazione sessuale non può che essere antropologicamente e eticamente
connotata e lo Stato, col suo giusto pluralismo, non è in grado di garantire in
pieno tale progettualità pedagogica.
Potrà indubbiamente arrivare a un livello minimale,
nel quale i valori della sessualità possano essere ampiamente condivisi, ma non
potrà fare più di tanto, così come non ha saputo (ma vorrei dire anche
«potuto») fare più di tanto in ambito di tossicodipendenze. Le giuste e anche
ben fatte campagne informative, gli approcci sociologici, i SERT, non possono
offrire una ricca e forte proposta valoriale.
Allora, così come ognuno ha diritto di scegliere
liberamente la scuola per i propri figli, in cui gli stessi possono essere
educati secondo contenuti valoriali coerenti con quelli professati dalla
famiglia, e che la stessa ritiene i migliori per loro, altrettanto dovrà essere
per l’educazione sessuale.
Ben vengano quindi le campagne informative. Ce n’è
bisogno di fronte, nonostante tutto, alla grande ignoranza di giovani che,
spesso, riteniamo molto più consapevoli di quanto in realtà non siano. Ma dopo
di questo una vera e propria eduzione sessuale non meno necessaria e opportuna
dovrà essere quella insegnata (?) e vissuta (?) dalla famiglia e dalle altre
agenzie educative.
In ambito cristiano la Chiesa ha certamente molto da
fare e da dire, purché si impegni a elaborare una nuova proposta morale frutto
di una nuova ermeneutica sessuale, certamente fedele alla parola di Dio ma
anche attenta alla storia e alla sensibilità dell’uomo e della donna
contemporanei.
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