di Antonio Staglianò*
Fermiamoci un attimo.
Prima di archiviare mentalmente l’ennesimo “documento vaticano” sull’amore e il
matrimonio come roba da sacrestia, da manuale di morale sessuale impolverato,
proviamo a leggere questo: «Dimos vueltas y vueltas, / hasta que volvimos a
casa otra vez, / nosotros dos» (“Abbiamo girato e girato, / finché non
siamo tornati a casa di nuovo, / noi due”). Non è una canzone di Vinicio
Capossela. È Wisława Szymborska, poetessa polacca, Premio Nobel. E queste righe
— insieme a versi di Neruda, Dickinson, Montale — compaiono in pieno in Una caro,
l’ultimo testo del Dicastero per la dottrina della fede firmato dal cardinale
Víctor Manuel Fernández. Un atto rivoluzionario: la Congregazione che un tempo
si chiamava Sant’Uffizio, quella dei silenzi e dei no, oggi cita poeti per
spiegare perché “due” siano meglio di tre, quattro o dell’infinità liquida
dell’amore contemporaneo.
Non siamo di fronte a un
trattato di teologia. È qualcosa di più radicale: un manifesto culturale che
prova a riabilitare la monogamia non come imposizione ma come esperienza di
bellezza. E lo fa con un’arma segreta: la poesia. Perché i poeti? Perché — scrive
il documento citando Papa Francesco — «la parola letteraria è come una spina
nel cuore che muove alla contemplazione e mette in cammino». Esatto: una spina.
Non una carezza consolatoria ma un pungiglione che ti sveglia, che ti costringe
a guardare in faccia il mistero dell’altro. La “Pop-Theology” può esultare e
candidarsi a diventare ben presto una “disciplina teologica”.
La prima mossa
intelligente di Una caro è spostare il dibattito dal piano del
“dovere” a quello del “genio culturale”. La monogamia cristiana non è
principalmente (solo) una legge naturale o un comandamento ma un fatto
culturale generativo. Ha plasmato un modo di stare al mondo, di concepire la
persona, la dignità, la reciprocità. Il documento parte da lontano, dal secondo
capitolo della Genesi che non è un racconto ingenuo ma un “manifesto
antropologico”. Dio dice: «Non è bene che l’uomo sia solo». E crea non un
clone, non un servo, ma un «aiuto che gli corrisponda», un Tu che gli stia di
fronte, “occhi negli occhi”. È la nascita della relazione frontale, del
dialogo, del riconoscimento. Non della fusione ma dell’incontro tra due
libertà.
Questo è il primo
contributo culturale del cristianesimo: l’invenzione della persona come fine.
L’uomo e la donna non sono mezzi per la specie, per il piacere, per il potere.
Sono fini in sé. E solo in un rapporto esclusivo a due questa dignità è custodita.
San Tommaso, citato nel testo, è chiarissimo: «La poligamia trasforma
l’amicizia tra uomo e donna in una relazione quasi servile». Dove ci sono più
donne (o più uomini), qualcuno diventa inevitabilmente oggetto, strumento. La
monogamia, allora, non è una limitazione della libertà ma la sua condizione di
possibilità. Solo davanti a un unico volto puoi assumerti una responsabilità
infinita. Come scrive Emmanuel Lévinas, filosofo amato anche dai teologi, il
volto dell’altro ti comanda “non uccidermi”. Ti comanda di rispettare la sua
alterità. La poesia, in questo, è maestra: ci ricorda che l’amato è sempre un
mistero inviolabile. «Tus ojos me interrogan tristes … / Este corazón está
tan cerca de ti como tu propia vida, / pero no puedes conocerlo del todo»
(“I tuoi occhi mi interrogano tristi … / Questo cuore è tanto vicino a te
quanto la tua stessa vita, / ma non puoi conoscerlo del tutto”).
Il documento non fa finta
di vivere nell’Ottocento. Sa benissimo che oggi la monogamia è sotto attacco.
Non solo per il divorzio facile o l’adulterio ma per l’e m e rg e re di modelli
culturali espliciti che la negano: il “p oliamore ” (relazioni multiple e
consensuali), le unioni aperte, la sessualità fluida. La risposta non è la
condanna morale. È più sottile: offrire una narrazione più bella. Più
avvincente. Più umana. Perché — chiede il testo — se le serie tv, le canzoni
pop, i romanzi continuano a celebrare il “grande amore” unico e fatale, mentre
nella realtà le relazioni si frantumano? Forse perché nell’immaginario
collettivo sopravvive la nostalgia di un legame totale, esclusivo, che dà senso
alla vita. La Chiesa, con questo documento, si fa curatrice di quella
nostalgia. E usa i poeti come
testimoni privilegiati. Neruda che scrive alla sua Matilde: «Yo voy a cerrar
los ojos / y solo quiero cinco cosas, / cinco raíces preferidas. / Una es el
amor sin fin … / La quinta cosa son tus ojos». “La
quinta cosa sono i tuoi occhi”. Non “gli o cchi” ma “i tuoi occhi”. Quelli di
quella persona unica, insostituibile. È il trionfo dell’unicità contro
l’anonimato della moltiplicazione.
Il poliamore, suggerisce
il testo, nasce da un’illusione ottica: pensare che l’intensità dell’incontro
si moltiplichi con il numero dei partner. Ma è il contrario: come nel mito di
Don Giovanni, il numero dissolve il nome. L’infinità quantitativa uccide la
profondità qualitativa. La poesia, al contrario, celebra la profondità del
singolo volto, della storia condivisa, del “noi” che diventa casa.
Qui arriviamo al cuore
teologico del documento ma anche alla sua svolta più pop: il concetto di carità
coniugale. Non è la “carità” delle suore di clausura ma l’amore quotidiano tra
due che scelgono di costruire una vita insieme. Un amore che non cancella
l’eros ma lo purifica e lo eleva. Papa Francesco, citato a lungo, lo descrive
con i tratti di 1 Corinzi, 13: «la pazienza, la benevolenza, il non essere
arroganti, il non tener conto del male». È l’amore che diventa arte della
convivenza. E l’arte, come la poesia, richiede esercizio, disciplina, capacità
di trasformare la materia grezza della vita in qualcosa di bello. La
sessualità, in questa visione, non è un problema da controllare ma un
linguaggio. Un linguaggio che, nel matrimonio, dice: «Io mi dono tutto a te, e
accolgo tutto di te». Non è il sesso del consumo rapido, dell’usa e getta. È il
sesso come parola incarnata della promessa fatta all’altare.
E qui il documento compie
un altro passaggio geniale: difende il piacere sessuale come parte integrante
dell’amore coniugale. Cita Karol Wojtyła (il futuro Giovanni Paolo II) quando
scrive che «non è in alcun modo incompatibile con la dignità delle persone il
fatto che il loro amore coniugale comporti un “piacere” sessuale». Anzi, il
piacere, vissuto nel contesto di un dono totale, diventa espressione di gioia e
gratitudine. È la fine del manicheismo sessuale che ha a volte afflitto la
Chiesa: da una parte il sesso sporco, dall’altra l’amore puro. No, dice Una
caro: l’amore vero unifica corpo e spirito. E la poesia, ancora una volta,
ci aiuta a capirlo: quando un poeta descrive l’amore, parla di sguardi, di
mani, di pelle, di silenzi, non di anime disincarnate.
Il documento sa che la
monogamia non è un istinto primario. È una conquista culturale. E come tale va
educata. Ma come si educa all’esclusività, alla fedeltà, alla pazienza? Anche
qui la risposta è sorprendente: attraverso la bellezza. Attraverso storie,
poesie, film che mostrano la grandezza di un amore che dura. Non imponendo
regole ma facendo innamorare dell’ideale. La poesia, in questo, è
un’allenatrice eccezionale. Ti insegna a vedere l’altro nella sua unicità. Ti
allena a nominare le emozioni complesse. Ti offre un linguaggio per dire
l’amore che va oltre il “mi piaci”. In un’epoca di relazioni digitali, di like
e di chat effimere, la poesia è una palestra di profondità. Il documento cita
Emily Dickinson: «Que el Amor lo es todo / es todo lo que sabemos del Amor»
(“Che l’Amore è tutto / è tutto ciò che sappiamo dell’A m o re ”). È un verso
geniale: non definisce l’amore, lo circonda. Lo evoca. Lo fa esperienza prima
che concetto. È quello che serve oggi: non teorie sull’amore ma esperienze di
bellezza che ci facciano dire: «Voglio quello».
Con Una caro la
Chiesa fa una scommessa coraggiosa: invece di difendere la monogamia con
argomenti legali o teologici pesanti, la racconta. La affida ai poeti. La
mostra come un’avventura umanissima, faticosa, ma piena di senso. È un cambio
di paradigma: dalla dottrina che spiega alla poesia che mostra; dal magistero
che detta leggi al magistero che curva l’orecchio sul cuore dell’uomo e ne
riporta i battiti più veri.
Forse, in un mondo di
relazioni usa e getta, la monogamia non è un retrogrado arroccamento. È
l’ultima forma di resistenza poetica. Resistenza alla banalizzazione
dell’incontro, alla riduzione dell’altro a profilo, alla paura della
profondità. Scegliere di essere “una sola carne” non è allora obbedire a un
precetto. È comprare un biglietto per un viaggio poetico: quello che,
attraverso la ripetizione quotidiana, la fedeltà, il perdono, trasforma due
“io” in un “noi” capace di ospitare il mondo.
Come diceva un “poeta di
Nazareth”, «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore
gli uni per gli altri». Forse, oggi, quell’amore comincia da due. E la poesia è
la sua prima, insostituibile, lingua. Quanta bellezza in Una caro!
*Vescovo presidente della
Pontificia Accademia di Teologia
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