«Basta una matita
per salvarsi?
Chiedetelo a Nevio finito a Dachau a sedici anni.»
Alessandro D’Avenia
"Con
una matita puoi salvarti la vita. Me lo ha ricordato Nevio Vitelli che, all'età dei miei studenti, fu
internato nel campo di concentramento di Dachau. Era il 1944 e ti toglievano
tutto. Diventavi una divisa e un numero: qui tu non sei niente e non hai
niente, neanche il nome. Sostituirlo con un numero è il modo più rapido di
toglierti anche l'anima. Ma ti resta qualcosa quando non hai più neanche il
nome? C'è una vita irraggiungibile dal male, indistruttibile dal
potere?
A questo
serve una matita, anche a rischio della vita, a scavare fino a trovare il tuo
nome, anche quando per il mondo non sei più nulla. Quel nome ti salva perché
come scrive il nobel Canetti nei suoi appunti: «Le lettere del proprio nome
hanno una terribile magia, come se il mondo fosse composto di esse», non il
mondo visibile ma il mondo che solo tu sei, incontri e fai. Quando scegliamo il
nome per qualcuno è per sancire la sua unicità, per questo l'Apocalisse narra che a ciascuno di noi Dio darà «un
sassolino bianco, sul quale è scritto un nome nuovo, che nessuno conosce se non
chi lo riceve» (12,7), è «scritto nei cieli», dice Cristo, che non significa tra le nuvole, ma in Dio: tu sei
voluto da sempre e per sempre. Nevio Vitelli, a diciassette anni, scoprì quel
nome, per questo dedico a lui il «giorno della memoria» di domani, perché la memoria è vita
che non muore. Grazie a una matita.
In realtà
era solo un mozzicone di matita, finito nel fango primaverile, forse buttato
via da uno dei carcerieri dopo averlo consumato segnando sul suo taccuino il
numero di chi doveva morire. Nevio lo nascose in un'asola dell'uniforme, tra il
cotone ruvido e la pelle livida: se gliel'avessero trovato l'avrebbero punito
fino al sangue. Perché rischiare? Nella notte, alla luce delle stelle che
brillavano per chi aveva ancora la forza di guardarle, il diciassettenne
scrisse una poesia: “La mia ombra a Dachau”.
E perché un
ragazzo dovrebbe rischiare la vita per scrivere una poesia? La cosa più inutile
nel mondo in cui conta solo l'utile? Perché quando ti viene tolto tutto, solo
la verità sopravvive alla violenza. Tu sei necessario al mondo come un punto
ben messo, un a capo ben scelto: sei ancora libero se riesci a creare anche
all'inferno, tu decidi che cosa ha senso, non i tuoi carnefici. Nevio si
aggrappò alla matita come un naufrago all'avanzo di un relitto. E così scoprì
il nome che nessuno conosce se non chi lo riceve, proprio nella sua odissea
senza speranza: «Mamma, non torno,/ me l’ha detto Iddio./ L’inferno,/ senza
sensi d’anima,/ l’ho visto così,/ come tocco il corpo che mi duole;/ né
parole,/ mamma, ti so dire,/ perché non so ridire/ il marchio del terrore».
Figlio: questo è il suo vero nome. Il nome che si oppone all'inferno sulla
Terra. Un inferno indescrivibile a parole, ma a questo serve la poesia: a
cercarle.
Già Omero aveva immaginato che Ulisse si fosse spinto ai margini del mondo,
nell'aldilà, per conoscere il suo destino e avesse incontrato proprio la madre,
morta durante la sua assenza. Aveva tentato di abbracciarla ma lei era solo
un'ombra: “O figlio mio, questa è la sorte degli uomini, quando si perde la
vita: la carne, le ossa, non sono più rette dai nervi, la violenza del fuoco
ardente le annienta appena lo spirito lascia le bianche ossa” (Od.
XI).
Le parti
sono invertite, ma di fronte alla morte è sempre alla madre che si parla, lo fa
anche Cristo. E lo fa Nevio che, benché si senta già un'ombra, sa che la madre
lo può vedere e sentire, perché la vita, non quella in balia dei carnefici,
appartiene a un'altra fisica, in cui le persone non sono mai separate: «Io
penso che tu senti/ oltre il filo pungente e velenoso/ di queste baracche,/ e
penso che mi vedi/ con la testa senza peli/ e la cornice fosca/ delle occhiaie
nere,/ insanguinato e sporco/ e il cuore al tocco/ d’una campana a
morto».
Il figlio
chiede come un Cristo in croce:
«Che cosa ho fatto, mamma?/ Tu lo sai? Dimmelo/
e baciami nel sonno,/ appena lievemente,/ che non mi venga in mente/ di
ricambiarti il bacio/ come quando tu piangevi/ di me, il ragazzaccio./ Non
voglio spenti i tuoi occhi,/ mamma, mi capisci?/ Quando la sera, il tuo nome/
canto singhiozzando/ inconcludente e vano/ il gioco del mio labbro/ si schiude:
tu non rispondi».
La madre deve vegliare su di lui, che resiste ripetendo il
nome di lei come una preghiera. «È l’ora della sera/ ed i pensieri del giorno/
non tornano più/ come i primi giorni d’ormeggio/ a ridestarmi./ È l’ora della
sera/ Ed i pensieri sono di domani.// Dachau!», a togliere il sonno non è il
passato, ma il domani: Dachau. Nome senza speranza.
Ma il nome
della madre è più forte, fa il miracolo, fa un altro mondo, e una luce
s'accende nella notte oscura dello spirito, quella in cui solitudine e salvezza
coincidono perché la solitudine è l'esperienza di non appartenere del tutto a
questo mondo, ma a un altro più sottile, vero, eterno:
«Ora, soltanto ora,/
sento una musica che irrora/ l’aria di palpiti di stelle,/ ma forse no, son
palpiti di cuori/ e di sangue,/ di sangue che guizza nelle vene/ dei viventi
ricoprendoli di polvere di sole».
Proprio
nell'ora più buia s'ode la musica di cuori che palpitano come stelle, il loro
sangue scorre invincibile, riempiendo tutto di luce. Ecco la vita dello
spirito, la vita che nessuno può toglierci, la vita di Dio in noi, dove
ciascuno è se stesso senza essere separato dagli altri, per questo i martiri
muoiono perdonando i loro assassini. E Nevio si salva, arriva la liberazione,
le ombre tornano nella carne. Una matita lo ha salvato, perché può resistere
alla disperazione solo chi spera, e scrivere una poesia è sperare che la vita
abbia un senso anche all'inferno.
Tre anni dopo, nel 1948, purtroppo Nevio
muore, ventenne, per le conseguenze fisiche dei due anni di prigionia, ma la
sua poesia si salva grazie a un altro prigioniero, Mirco Giuseppe Camia, che la conserva per 40 anni e nel
1985 la consegna, insieme ai suoi versi, a Dorothea Heiser, ricercatrice di Dachau, ispirandole il
progetto di un'antologia di poesie scritte dai sopravvissuti di quel
campo.
Nel 1997,
dopo 12 anni di faticoso lavoro di ricerca, esce un libro di 61 testi e 10
lingue, che porta il titolo di quella scritta da un diciassettenne con un
mozzicone di matita. Dico ai miei ragazzi che Nevio è vivo perché aveva una
matita. Con una matita ci si salva l'anima, si vince il male, si scava fino a
trovare la fonte della vita.
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