il coraggio
della pace.
La guerra
non è un destino
Al centro delle nostre vite nel nuovo anno non sarà un oggetto, ma ugualmente è qualcosa di estremamente concreto: la pace. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha pubblicato da poco “Il coraggio della pace”: «Il coraggio viene spesso associato solo alla guerra», spiega.
«La pace richiede
lavoro, sacrificio e uno sforzo enorme per essere raggiunta. Si sta diffondendo
l'idea che la guerra sia il vero destino antropologico dell'uomo, che l'essere
umano e il conflitto siano compagni inscindibili. Io non lo credo affatto»
di Anna
Spena
Non
siamo ciò che possediamo, questo è chiaro. Ma è pur vero che gli oggetti che ci
stanno accanto nella quotidianità plasmano il nostro essere. Quali sono allora
“le cose” che segneranno l’anno che verrà? Quali gli oggetti da riscoprire?
Quali quelli da guardare sotto una nuova luce? Nei giorni a cavallo tra il
vecchio e il nuovo anno, ripartiamo da qui: le cose. Senza troppi discorsi,
senza troppa teoria. Gli oggetti. A ricordarci che la realtà precede le nostre
parole e che l’esercizio da fare è sempre quello, paziente, di adeguare le
parole alla realtà che cambia tumultuosamente e sempre ci sfugge. In fondo oggi
non siamo più solo nell’epoca della post-verità, siamo in quella della
post-realtà. Non è un caso che da poco sia uscito un libro titolato La
realtà è sopravvalutata (lo ha scritto Alfredo Gatto). Il contesto in
cui siamo immersi lo descrive bene Mattia Ferraresi nel suo I demoni
della mente: in questa epoca «segnata dal dominio incontrastato del
soggetto», la grande certezza è che «la realtà non esiste». È qui che
prosperano i complottismi, le dietrologie e prende forma un’epoca «in cui non
si ha fiducia in niente ma si crede a tutto». Se vogliamo arginare lo
scivolamento verso una concezione della realtà come luogo inconoscibile e tutto
sommato ostile per chi lo abita, occorre forse ripartire da qui: «dare
all’oggetto una possibilità». Quello che è nato come un gioco per i giorni di festa,
così, è diventato un gioco serissimo. Buona lettura e buon anno! (SDC)
La
guerra non è un destino inevitabile. Ce lo dobbiamo ripetere, sempre. La pace
ha bisogno di coraggio, di quello di tutti. Leggiamolo l’ultimo libro
pubblicato da Andrea Riccardi, professore di Storia contemporanea e
fondatore, nel 1968, della Comunità di Sant’Egidio, ha ricoperto la carica di
ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione nel governo Monti
tra il 2011 e il 2013. Il libro si intitola Il coraggio della pace (Editrice Morcellina,
80 pag). L’appello di Riccardi è quello di riscoprire il «senso di appartenenza
a una comunità globale di destino».
Professore,
cosa portiamo nel 2026?
Un
anno di pace. Il mio pensiero va agli ucraini, sotto i bombardamenti da quattro
anni, ai gazawi, ai sudanesi e al loro dramma troppo spesso dimenticato. Stiamo
vivendo l’era della forza, in cui la guerra domina i rapporti internazionali e
si riflette drammaticamente nella nostra società, rendendo i rapporti personali
più duri, competitivi e aggressivi. Per il 2026 auspico un ritorno alla pace.
In questo senso, l’anniversario francescano cade a proposito: San Francesco,
nel duro Medioevo, annunciò la pace tra comuni e signorie in lotta. Oggi il
nostro mondo è fatto di frammenti e fare pace significa ricollegare questi
pezzi attraverso un atteggiamento fraterno.
Papa
Leone XIV nel suo messaggio per la 59esima Giornata mondiale della pace, che si
celebra proprio il primo gennaio 2026 – “La pace sia con tutti voi. Verso una
pace disarmata e disarmante” – dice così: «Sembrano mancare le idee giuste, le
frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una
realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde
nella vita domestica e in quella pubblica».
È
un documento profondamente pacificante e pacificatore. Purtroppo, il dibattito
politico spesso “furbamente” non fa i conti con queste parole, fingendo di non
accorgersene perché scardinano le logiche di potere correnti.
La
pace è ancora possibile?
Oggi
la pace sembra scomparsa come valore e aspirazione, persino rispetto ai tempi
della Guerra Fredda. Ho intitolato il libro Il coraggio della pace perché
il coraggio viene spesso associato solo alla guerra. C’è chi dice che noi
europei siamo paurosi perché non vogliamo vedere i nostri figli morire in
battaglia; io credo, invece, che non siamo paurosi se abbiamo il coraggio della
pace. La pace richiede lavoro, sacrificio e uno sforzo enorme per essere
raggiunta. La guerra, come vediamo in Ucraina, è solo distruzione: distrugge i
Paesi e trasforma gli Stati in entità militari chiuse e imperiali. Si parte
baldanzosi e si finisce in cattività o indeboliti.
Siamo
di fronte a una crisi del multilateralismo: si tagliano i fondi alla
cooperazione internazionale per investire nel riarmo. Come spieghiamo quanto
sia controproducente questa scelta?
Tagliare
i fondi alla cooperazione è un errore globale, non solo italiano. La
cooperazione crea legami e previene i conflitti; è un atto politico che unisce
i popoli in un destino comune. Oggi, invece, la parola d’ordine è “riarmarsi”.
Si giustifica questa scelta con la minaccia militare russa, ma io concordo con
quanto sostenuto da Cacciari: se la minaccia è reale, allora il problema non è
solo una questione di bilancio, ma coinvolge il tema dell’arma atomica. Ciò che
mi preoccupa profondamente in questa corsa al riarmo è lo scenario politico
europeo: pensiamo alla Germania, dove il partito di estrema destra AfD è in
forte ascesa nei sondaggi. Vogliamo davvero consegnare un arsenale militare
potenziato a forze di questo tipo, qualora dovessero vincere le elezioni? È un
rischio storico che non possiamo ignorare.
Il
settimo capitolo del suo libro si intitola “La guerra come destino la pace come
parentesi”: è questa la prospettiva in cui siamo?
Purtroppo
sì, è una tendenza pericolosa. La pace di cui abbiamo goduto in Europa per
decenni viene oggi considerata da molti come una semplice “parentesi” storica.
Si sta diffondendo l’idea che la guerra sia il vero destino antropologico
dell’uomo, che l’essere umano e il conflitto siano compagni inscindibili. Io
non lo credo affatto. Credo nella civiltà e credo che quello che abbiamo
pregustato in questi decenni non sia un intervallo tra due tragedie, ma un
progetto concreto per il mondo intero. Non dobbiamo rassegnarci all’idea
dell’essere umano come “essere combattente” per sempre. La guerra, prima ancora
di essere atroce, è una cosa stupida; bisogna averla vista da vicino per capire
quanto sia priva di senso.
Si
sta diffondendo l’idea che la guerra sia il vero destino antropologico
dell’uomo, che l’essere umano e il conflitto siano compagni inscindibili. Io
non lo credo affatto.
Lei
la guerra l’ha toccata con mano…
L’ho
vista in Libano e in Mozambico. Lì ho capito che la guerra è una realtà
diabolica. Ma possiamo toccarla anche qui, attraverso gli occhi dei rifugiati.
Ricordo i disegni dei bambini siriani in Libano: usavano solo il rosso per
dipingere fuoco e case che bruciavano. Quegli occhi testimoniano l’orrore
meglio di qualsiasi discorso.
Il
primo capitolo del libro, invece, è una domanda: “Parole incompatibili?” e si
riferisce alla pace e al coraggio. Quindi come facciamo a trovare noi il
coraggio della pace? Quali sono i nostri strumenti?
Prima
di tutto, bisogna uscire dall’indifferenza: bisogna interessarsi a ciò che
succede nel mondo. Non si può vivere responsabilmente in una comunità globale
senza avere un minimo di cultura geopolitica. È proprio l’ignoranza dei più che
permette ai “forti” e ai potenti di questo mondo di decidere per la guerra
sopra le nostre teste. Interessarsi significa sviluppare una cultura,
partecipare attivamente e far sentire il nostro peso nelle scelte del Paese.
Significa sostenere la cooperazione e, per chi crede, praticare la preghiera
per la pace. La preghiera non è un atto passivo, ma una “grande arma di pace”
che smuove le coscienze.
Professore,
restando sul tema dell’interesse e della partecipazione: tra settembre e
ottobre le piazze si sono riempite per la questione di Gaza, dando un segnale
che forse il governo non ha saputo cogliere. È un caso isolato o potrebbe
essere un punto di svolta verso quella consapevolezza che lei auspica?
Gaza
è una guerra che sentiamo vicina, ma non dobbiamo dimenticare il grande
silenzio che avvolge altri conflitti. Anche quella in Ucraina è una guerra
vicina. La Siria è stata distrutta per quasi 15 anni da una guerra civile
brutale e da un potere feroce, eppure non ho sentito una reazione paragonabile.
Anche in Sudan sta accadendo qualcosa di terribile proprio ora, ma noi nemmeno
lo sappiamo. Credo che sia necessario allargare ulteriormente la nostra
coscienza. Dobbiamo superare l’ignoranza e l’indifferenza verso ogni dramma
dimenticato.
Se
non c’è uno sforzo corale da parte nostra, non possiamo chiedere il perdono a
chi ha perso tutto
Non
possiamo chiedere lo sforzo della pace alle vittime. È un impegno che spetta a
noi?
Il
dolore delle vittime va assunto da noi. Mi torna in mente Paolo VI all’Onu nel
1965: “Faccio mia la voce dei sofferenti”. Se non c’è uno sforzo corale da
parte nostra, non possiamo chiedere il perdono a chi ha perso tutto. Il perdono
è un modo per chiudere il cerchio, ma serve un impegno collettivo per creare le
condizioni affinché avvenga.
Cosa
pensa del piano di pace per l’Ucraina?
Siamo
in una dinamica terribile. L’Ucraina chiede una “pace giusta” e non vuole
rinunciare ai territori. Ma vediamo un popolo stremato. Bisogna fare presto,
perché ogni giorno in più è un giorno di tragedia. La pace deve essere giusta,
sì, ma deve arrivare prima che il popolo sia completamente annientato.
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